MARIA NELLA MUSICA:
MARIA RAGGIO DI SPERANZA

I musicisti della Giovane Scuola, in altre parole il gruppo orientato verso il genere verista, sono certamente più popolari dei letterati dai cui romanzi o novelle traggono la trama dei loro spartiti. Il loro numero varia a seconda di quanto si vogliano considerare veristi compositori che con il Verismo hanno poco o nulla da spartire. Come detto nel precedente articolo, il sogno romantico declina fortemente con Ponchielli e tramonta con l’intensa e delicata melodia di Catalani.
Emergono Puccini, Leoncavallo e Mascagni e si entra così nel vasto capitolo verista. Esso è l’ultimo, a
lmeno a quanto sembra, del ricchissimo patrimonio musicale italiano.

Gli succede, è vero, il Novecento, con il suo “postverismo”, che va dal 1910 fino alla seconda guerra mondiale; in questo lungo periodo la caduta della propositività del melodramma si avverte con inesorabile chiarezza. Non tanto per la qualità delle composizioni, in ogni caso ben lontana dalla potenza espressiva dei grandi maestri, quanto per il venir progressivamente meno della “funzione sociale” del melodramma, funzione che nella cultura italiana dei secoli XIX e in parte XX è stata e rimane di valore inestimabile e determinante.
In altri termini, oggi, oltre che impossibile, è inutile tentare un ripristino dell’offerta culturale che va sotto il titolo, anonimo quant’altri mai, di “opera”.
Ci si accosta alla cultura in forme musicali diverse, discutibili come tutte, ma che non possono più essere soltanto quelle delle melodie di Verdi o delle struggenti figure pucciniane.
Per accostare la persona del Terzo Millennio ci vuole altro. Proprio l’attenzione costante e scrutatrice di Verdi lo insegna. Ancora meglio lo dimostra la vita e l’azione di un contemporaneo di Verdi (non si vuole certo fare alcun tipo di paragone): San Giovanni Bosco. Probabilmente un uomo come lui avrebbe saputo cogliere il segnale offerto da quei quattrocentomila giovani che, alla fine dello scorso settembre, invasero la pianura di Catanzaro per ascoltare
non Giuseppe Verdi ma Vasco Rossi. Possa lo Spirito illuminare la mente di quanti, predicando il Vangelo, devono – impresa non facile! – afferrare i profondi mutamenti della storia e proporre un’alternativa alla canzone di Vasco: “... questa vita un senso non ce l’ha”.

Questa vita, invece, ha un senso vivo e vero. Lo insegnò Verdi con le sue melodie, lo insegna Vasco, nonostante le sue contraddittorie canzoni. Agli uomini che oggi offrono il Vangelo il compito arduo, improbo, di dimostrare che quel senso si condensa appunto nel Vangelo, il quale è l’adempimento della salvezza, è la vittoria della speranza, è la dissociazione dalle opere di morte, è l’adesione onesta e totale alla logica della vita.
In questo difficile cammino l’Ausiliatrice è la prima, è la guida d’ogni anima che sinceramente cerca la pace. Pellegrina nel cammino della fede, l’Ausiliatrice non chiede il gemito della devozione, ma la sofferta imitazione di ciò che Ella è stata e ha fatto. Per meditare la sua gloria, occorre meditare la sua lunga passione di creatura obbediente, compiendo la volontà del Padre. In questo modo, e soltanto in questo, è data ad ognuno, del tempo di Verdi o di quello di Vasco, dell’austera cultura del primo o della prorompente popolarità del secondo, la possibilità di partecipare e di vivere la stessa perfezione di Maria.

Tra estetismo e verismo

Esponente maggiore – e in pratica unico – dell’estetismo della seconda metà del secolo è Alfredo Catalani (Lucca 1854 - Milano 1893).

La sua vicenda artistica è fortemente segnata, almeno agli inizi, dal clima decadente nel quale si veniva esaurendo la Scapigliatura milanese dopo il 1875. Catalani, morto a soli trentanove anni, avverte intensamente il momento di transizione, e quindi di crisi e di disagio, attraversato dal melodramma italiano tra l’esaurirsi di una tradizione, di cui Ponchielli era stato l’epigono, e le prime affermazioni del Verismo. Né in quel periodo, poteva riuscire percorribile l’ultima eccelsa esperienza verdiana, isolata in un celeste olimpo e perciò inaccessibile.
Su questo sfondo, l’opera di Catalani figura come l’estremo respiro di un romanticismo estenuato, agonizzante, aperto verso toni crepuscolari, alla Guido Gozzano.
Il dono poetico più autentico e sincero che ebbe il Maestro lucchese fu il senso del rimpianto, tema crepuscolare appunto, una elegia quasi disperata nella quale vi era forse l’inconscio presagio dell’immatura fine.
Scrisse soltanto sette opere. Di queste, le uniche rimaste in repertorio, e che godono tuttora di una certa popolarità, almeno grazie alle loro arie più note, sono
Loreley (Torino, Teatro Regio, 17-02-1890) e la più famosa La Wally (Milano, Teatro alla Scala, 20-01-1892).
In Loreley l’autore prende spunto da un antico mito germanico per creare un universo fantastico, ricco d’affascinanti suggestioni: ciò che conta non sono le ragioni del dramma, ancor meno la consistenza umana dei personaggi (questa, anzi, assente), ma il libero effondersi di un’ispirazione intimistica e sognante.
In tale atmosfera vagamente romantica, dolcemente crepuscolare e non ancora verista è presente una rasserenante devozione mariana, certo inattesa. Un gruppo di vecchiette e di fanciulli presentano ad Anna, promessa al giovane Walter, dei mazzolini di fiori e delle corone del rosario.
Il giovane però ha perso la testa per una creatura bellissima scaturita misteriosamente dalle acque del Reno, dal nome strano: Loreley. L’idillio di Anna quindi dura poco; eppure ella eleva a Maria una preghiera colma di gratitudine e di totale affidamento:

Ave, del mare stella,
Vergine e Madre a Dio,
porta del ciel!
D’Eva mutato il nome
hai col saluto angelico
di Gabriel!
Tu dall’error ci libera,
o Vergin senza par,
astro del dì.
Ci addita, o Madre pia,
del tuo Gesù la via,
e sia così!

Walter resta stregato dalla fanciulla fluviale e con lei scomparirà tra i flutti del fiume. La purezza della struttura musicale non riesce però ad arginare la sovrabbondante retorica sonora e letteraria. La vocalità è suggestiva, ma l’azione non ha quella speditezza che è la garanzia del successo.
La preghiera a Maria, innalzata dalla sventurata promessa sposa, è una delle pagine più delicate di questa composizione.
Maggiore fortuna ebbe, ed ha tuttora, La Wally. L’argomento è ugualmente fantastico, tratto da un romanzo di uno scrittore tedesco, W. von Hillern. Librettista è Luigi Illica (1857-1919), drammaturgo e giornalista, tardo-romantico, pre-verista, che riempie i lunghi quattro atti di didascalie prolisse. Wally, giovane proprietaria dell’Alto Tirolo, è cacciata di casa dal padre perché rifiuta un ricco matrimonio in quanto innamorata di un altro giovane. Costui poi la tradisce, lei giura di vendicarsi, lui si ravvede, lei lo perdona, alla fine, purtroppo, muoiono entrambi colti da una valanga.
Il compositore lucchese raggiunge in quest’opera, nonostante la lungaggine del libretto, la piena maturità artistica e riesce ad indicare una nuova direzione (non verista) al teatro d’opera. Avrebbe potuto competere con successo con Puccini, Mascagni, Leoncavallo, ma la morte lo colse troppo presto, come avvenne sette anni prima con Ponchielli.
La Wally possiede momenti di rara bellezza, di intensa ricerca armonica, di dolce sentimento religioso. Questo si esprime nel suono dell’Avemaria, quando Wally viene scacciata dal violento padre:

Andrò sola e lontana,
come va l’eco della pia campana...
là, fra la neve bianca,
là, fra le nubi d’or...
Laddove appar la terra
come una ricordanza;
ov’anche la speranza
è rimpianto o dolor!

In pratica è l’unico momento arcinoto dell’opera, brano eseguito da tutte le più celebri artiste. Per il resto, la vicenda procede un po’ lentamente, tra inganni e rimorsi, pentimenti e grida, fino alla catastrofe finale. Tutte le urla di spavento e di rabbia potrebbero far pensare all’espressività verista; ma Catalani resta il cantore decadente, che, pur nell’assenza di speranza, sa individuare un raggio capace di illuminare la nebbia dell’amore disperato di Loreley e della furia vendicatrice di Wally. Questo raggio è Maria, che nei lenti rintocchi della campana rivela come la speranza non è rimpianto, ma attesa fiduciosa del sereno, che si scoprirà con un timbro nuovo e risonanze nuove nella coscienza di ogni afflitto e lo illuminerà di sicurezza e di coraggio.

                                                                                             Franco Careglio OFM


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-11
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