MARIA
NELLA MUSICA:
LA MADRE DELLE MADRI
Il nome del
compositore pugliese Umberto Giordano (Foggia 1867 - Milano 1948)
è oggi indissolubilmente legato allopera Andrea
Chénier (Teatro alla Scala, 28 marzo 1896). Delle sue
dieci opere, lo Chénier e la Fedora (Lirico di Milano,
17 novembre 1898) sono le uniche rimaste in repertorio, il primo
molto più conosciuto e popolare della seconda.
Il Maestro
apparteneva alla Giovane Scuola, di cui si è parlato nei
numeri precedenti, e della quale fecero parte i compositori veristi,
come Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Cilea. Fino allinizio
del XX secolo questa corrente musicale
dettò
legge in tutti i teatri dEuropa, incidendo più con
i titoli dei melodrammi che con il nome degli autori.
Infatti lo
stesso Alfredo Catalani (1854-1893), legato agli ambienti della
Scapigliatura, di ispirazione crepuscolare, potrebbe in qualche
misura considerarsi in tale corrente. Ma Giordano ne è
una delle colonne, e se la sua arte non possiede le suggestioni
intimistiche e sognanti dei personaggi di Catalani, che a loro
modo propongono una forma di religiosità, ha per contro
una sua forza enfatica e di immediata percezione. Tale è
lo spartito di Andrea Chénier, oggi rappresentato ovunque
con inalterato successo.
Lesplosione di popolarità
del Maestro avviene proprio con questopera milanese, due
mesi dopo lenorme successo, a Torino, della Bohème
pucciniana. È il vertice del verismo, in effetti, e della
Giovane Scuola. Concepita esattamente nei canoni del verismo
musicale, avente come protagonista un poeta realmente vissuto,
Andrea Chénier (1762-1794), che con ottime rime denunciò
gli eccessi del Terrore e perciò fu ghigliottinato.
LAndrea
Chénier presenta un soggetto sanguigno e popolaresco (una
Rivoluzione francese presentata al modo di una enciclopedia
popolare). Giordano vi trovò materia congeniale
al suo temperamento impetuoso e passionale, alla sua ricca vena
melodica, non di rado straripante nellenfasi declamatoria.
Ascoltando lopera che,
tutto sommato, pare avere più di Cinecittà che
di melodrammatico, si può forse avere un autoritratto
dellautore: passionale, discontinuo, ricchissimo di idee
geniali alternate alle plateali. Per chi ha una pur modesta pratica
dellopera è estremamente difficile non conoscere
e ancor più non rammentare arie di straordinaria bellezza
e incisività come un dì, allazzurro spazio,
come un bel dì di maggio, la mamma morta, nemico della
patria.
Ma, in realtà, sono
come gli abbaglianti che si accendono per un attimo lasciando
il posto alle monotone luci di posizione. Nei momenti in cui
il Maestro vuole raggiungere il massimo dellemotività
ecco la versione verista dellaria, che in pratica dice
pure in modo esplicito per chi bisogna parteggiare.
La figura del
giovane poeta desideroso di vera giustizia, linfelice buona
fanciulla nobile alla quale viene decapitata la madre, il maggiordomo
che dopo il 14 luglio si accorge che con Robespierre non ha fatto
altro che cambiare padrone, si scolpiscono indelebili
nella memoria dellascoltatore grazie appunto alla loro
magnifica aria, che illumina un paesaggio dalla strada monocolore
e rettilinea. Nello Chénier, in fondo, è prevedibile
il finale: verranno tutti decapitati, i ricchi generosi, i borghesi
onesti, gli idealisti integri.
Il Maestro non poteva non rendersi
conto che quella dello Chénier era una trama scontata:
ed eccolo allora a comporre
una
grande aria, anzi alcune grandi arie, e metterci attorno tutta
lopera. Il limite è reale, ma non deteriorante.
Intanto laria bisogna inventarla, e non è facile
idearne una originale ed espressiva come 1azzurro spazio
o il bel dì di maggio; e poi occorre saper condurre la
vicenda in modo sufficiente, inventando il commento musicale
a tutta lopera senza cadere nella routine.
In Chénier Giordano,
senza raggiungere il traguardo di una narrazione coinvolgente,
riesce a portare a termine il non breve lavoro impedendo allascoltatore
di assopirsi tra unaria e laltra e portando alla
ghigliottina i due giovani innamorati ed entusiasti. Anche le
sue opere meno felici non annoiano e non mancano di un pezzo
almeno che le faccia ricordare: segno che in lui linventiva
non mancava, nè gli faceva difetto una vera ed elevata
professionalità.
Un musicista non occasionale
Nato da una
famiglia della buona borghesia, il giovane Umberto aveva anche
i nomi di Menotti e di Maria, in omaggio al Risorgimento e in
onore alla Madonna della quale sua madre era molto devota. I
genitori lo avrebbero voluto medico, ma fortunatamente gli amici
di famiglia ne intuirono le non comuni doti musicali, e il concorso
vinto a Napoli (1881) gli permise studi appropriati e diligenti.
A Roma, nel 1892, venne rappresentata
la sua prima opera, seguita da una seconda a Napoli nel 1894;
né luna né laltra, però, riuscirono
a fargli prendere il volo. Il successo dello Chénier lo
fece entrare tra i grandi del tempo, e intanto sposò Olga
Spatz, figlia del proprietario del Grand Hotel et de Milan, il
prestigioso albergo dove Verdi aveva la sua residenza milanese.
Alla fortuna
di Giordano non è estranea proprio la benevolenza di Verdi,
a cui tutto il mondo culturale guardava ora con venerazione e
timore; e Verdi, diversamente dal suo solito, prese a benvolere
il compositore pugliese e fu prodigo verso di lui di preziosi
suggerimenti. Lopera successiva, Fedora, conobbe ancora
la gloria, anche perché ebbe a protagonista uno dei maggiori
tenori di tutti i tempi, Enrico Caruso; le opere successive sono
oggi completamente dimenticate, tranne qualche sporadica ripresa.
Cinque anni di silenzio tra
la penultima e lultima opera furono il preludio al silenzio
definitivo. Daltronde i due ultimi lavori (La cena delle
beffe, di Sem Benelli, 1924, e Il re, di Gioacchino Forzano,
1929) non furono che tentativi di aggiornamento ad un mondo diverso.
Giordano non aveva la personalità musicale dei suoi colleghi,
come un Mascagni. Artista di grande umanità, contava tra
gli amici più cari il direttore Victor De Sabata e leditore
Piero Ostali, nuovo titolare della Casa Musicale Sonzogno. Mario
Del Monaco (1915-1982), uno dei maggiori Otello di
ogni tempo, studiò la parte di Andrea Chénier sotto
la personale direzione di Giordano, e ne divenne interprete eccezionale.
Rimasto vedovo, il Maestro si risposò con una giovane
arpista. Si spense serenamente nella sua casa milanese nel 1948.
Il Mese
mariano
La settima opera di Umberto
Giordano, oggi totalmente scomparsa dalla circolazione, è
Mese mariano, rappresentata al Massimo di Palermo il 17 marzo
1910. A Milano il Maestro ebbe occasione di assistere al dramma
in prosa di Salvatore Di Giacomo O mese mariano.
Comprese subito che quella pur modesta composizione teatrale
poteva essere un soggetto opportuno per un melodramma. Ne chiese
il permesso allautore, e fu Di Giacomo stesso a preparare
il libretto per la trasposizione in musica. In questopera
il senso religioso emerge in tutta la sua delicatezza e pietà.
Mese mariano meriterebbe veramente una ripresa teatrale.
Si avverte un forte parallelismo
con il Verga delle realtà più tristi e degradate.
Giordano guarda quel mondo di poveri con scarsa partecipazione,
ma si avverte pure una pietas che esorbita dal mondo verista.
La trama, molto semplice, si svolge nellAlbergo dei Poveri
in Napoli. Qui una comunità di suore si occupa, con una
dolcezza senza limiti, dei fanciulli orfani, ospiti dellAlbergo.
Giunge una povera giovane, Carmela, che riconosce in Suor Pazienza
unamica di un tempo e
le
confida che tra i piccoli vi è il suo figlioletto, avuto
quando non era sposata. Era stata sedotta, e ora il marito non
vuole con sé quel piccolo. Ella vuole ora vederlo ed assisterlo,
e Suor Pazienza la invita ad entrare in chiesa a pregare Maria.
Intanto altre
suore comunicano a Suor Pazienza che nella notte è morto
un piccolo: è il figlio di Carmela. Di comune accordo,
le religiose decidono di tenere nascosta la verità alla
povera madre, e le dicono che per ora il bimbo non si può
vedere in quanto impegnato, come chierichetto, nella funzione
del mese mariano. Molto commovente è lansia di Carmela,
che, dal fondo della chiesa, crede di intravedere il proprio
fanciullo. Ma oggi no, il fanciullo non si può raggiungere...
unaltra volta, certo. La povera madre, confortata dalle
religiose e dal canto dei bimbi, si allontana piangendo, non
senza aver lasciato alla superiora un dolce per il suo piccolo.
Trama più modesta non
poteva darsi, e questo fu un tentativo del Maestro di dare al
suo linguaggio verista una specie di coronamento. Daltra
parte, il verismo non avrebbe tardato a dileguarsi, per lasciare
il posto alle nuove istanze del tempo. Riuscitissime sono però
le due figure femminili, Carmela e Suor Pazienza. Latto
unico è quasi unanticipazione della pucciniana Suor
Angelica (1918), operina fin troppo dolcificata; e tra Suor Pazienza
e Suor Angelica la prima ha dalla sua una caratterizzazione drammatica
senza dubbio più forte. Ma la fama di Puccini ebbe subito
ragione dei colpi di coda giordaniani.
In Mese mariano vivissima è
la presenza di Maria, e il coro finale dei bambini, cantato su
versi che più infantili non potrebbero essere, tanto da
meravigliarsi che siano di Di Giacomo, esprime con infinita dolcezza
la fiducia nella Madre delle madri:
Suor Pazienza:
È il
mese di Maria...
portano fiori in chiesa,
ed è lì il suo piccino!
I bimbi:
Alla Vergine
un canto
oggi innalzi ogni cuor,
e ci copra il suo manto,
e ci guidi il suo amor!
La pateticità del caso
umano, anche se appesantita dallempito fin troppo sentimentalistico
dellAutore, riesce di stimolo per una riflessione sul nostro
essere cristiani, sul nostro modo di affrontare la sofferenza,
ogni sofferenza. Non accontentiamoci, ci avverte la Vergine,
Madre di tutte le madri che soffrono, di rimandare ad unaltra
volta la vista del Figlio morto, del Cristo morto. Le promesse
luminose del Magnificat riguardano non la fatica del cammino,
ma lo sbocco ultimo. E la Risurrezione è al termine dellitinerario.
Franco Careglio OFM
IMMAGINI:
1 Umberto Giordano al
centro, circondato da autorità e musicisti in occasione
del suo trionfale ritorno a Foggia nel 1928.
2 Nellopera Mese
mariano, il Maestro Umberto Giordano si avvicina alla sensibilità
letteraria del Verga nel descrivere la condizione dei piccoli
e dei diseredati.
3 La morte del figlio della povera Carmela
viene nascosta alla madre per non addolorare ancor più
il suo cuore materno. Il piccolo, stando alle parole delle suore,
è impegnato come chierichetto in una celebrazione religiosa
in onore della Madonna, per questo la madre, per ora, non può
vederlo.
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005-10
VISITA Nr. 