MARIA
NELLA MUSICA:
MADRE DEI VINTI
Si è detto nelle
puntate precedenti che lunico musicista dimostratosi capace
di seguire passo passo levolversi della cultura e della
situazione sociale è stato Giuseppe Verdi. I precedenti
e i successivi restano, pur con creazioni sublimi, inappellabilmente
ancorati ad una sola epoca. Vedi Rossini, espressione della Restaurazione
(1815-30) e Donizetti, interprete del Romanticismo (1830-45).
Sublimità
dispirazione
Inoltre, tra i compositori
italiani, Verdi è quello che maggiormente fa intervenire
la Vergine e la fa invocare dai suoi personaggi. La preghiera
dei frati alla Madonna, nella Forza del destino, la Vergine degli
angeli, emana una tale intensità spirituale e un tale
accorato abbandono alla protezione di Maria che raramente, o
forse mai, si trova lequivalente in tutto il panorama musicale,
di ogni lingua e tempo. Ascoltando preghiere come questa, non
è irrazionale pensare ad un intervento diretto della Vergine,
sede della sapienza, che ha ispirato a questi geni alcuni raggi,
sia pure tenui, della bellezza, quale occasione e pegno per un
accostamento alla bellezza eterna.
La parola di Maria è parola eterna, che risuona nella
storia dellumanità come ammonizione e benedizione.
Perché lei, fanciulla docile e semplice, accoglie lannuncio
(Luca 1,38), adora e fa festa al Signore proprio con il canto
(Luca 1,46), si prodiga per la parente anziana (Luca 1,56), segue
e serve trepidamente e silenziosamente il Figlio (Marco 3,31),
partecipa prostrata ed inerte alla sua sofferenza che pur non
comprende (Giovanni 19,25).
Un intervento
materno
La parola dei pensatori, musicisti
o prosatori, è sempre legata alla transitorietà
della storia. Ma questa loro parola, potente, profonda, non di
rado profetica anche nel senso biblico, evoca sempre il sentimento
religioso.
Non vi è pensiero, cioè, che non sia, almeno in
misura parziale, sostenuto dal sentimento religioso. Volenti
o no, lo ammettono anche i pensatori più refrattari (o
che tali si spaccino) al senso religioso della vita.
In questa ampia, cosmica, visione del mondo e della storia, è
frequente lintervento di una creatura molto vicina alluomo,
una creatura che è soggetto di gioia e di inesprimibile
sofferenza, una creatura che è manifestazione del più
intimo e forte sentimento umano: la maternità. Questa
creatura è Maria. Ecco perché Ella è presente
in tutte le forme dellarte, dalla musica alla poesia, perché
come Madre dirige la volontà dellartista verso quella
bellezza ineguagliabile che è lamore di Dio.
Certamente, attraverso la presenza silenziosa e operosa di Maria,
Madre e sede della sapienza, luomo riesce a farsi banditore
di un raggio, di un suono, di un verso che traduce lineffabile
bellezza di Dio, del quale nulla si può dire se non quello
che Egli non è (secondo unantica ma sempre valida
formula teologica, intesa a purificare la conoscenza umana su
Dio dalla sua pretesa di conoscerlo e di afferrarlo).
La preghiera che Verdi innalza a Maria, alla fine della sua carriera,
lAve Maria di Otello, può essere proprio letta secondo
questa chiave: Dio non è altro che amore, e la sua Madre
invoca la sua clemenza pel peccator, per linnocente, /
pel debole oppresso e pel possente / debole anchesso.
Contemporaneamente ad Otello e Falstaff, i due miracoli con i
quali il grande tragico ottantenne si congedava dalla vita, si
era costituita una nuova corrente musicale, sotto linflusso
delle nuove istanze sociali e culturali e di quella nuova concezione
e analisi della vita che va sotto il nome di Verismo.
La Giovane
scuola
Larte è espressione
fedelissima di un popolo e delle sue vicende. È il popolo
che, attraverso una diversa forma artistica, esprime il suo cammino,
la sua fatica, il suo disagio, la sua conquista. Si pensi a Giovanni
Verga (1840-1922), il maggiore scrittore italiano dopo Manzoni,
il primo di quel pugnace stuolo di scrittori, significativamente
denominati veristi, per il dichiarato e generoso intento di dare
luce ad unesigenza di verità, ad una
visione cioè della vita e dellarte fermamente realistica
e niente affatto consolatoria. Essere sinceri per dimostrare
la verità: è questo, attraverso le parole
stesse del grande pensatore catanese, il motto di unarte
interessata a rappresentare aspetti particolari della realtà
da esibire come documenti umani, senza nessuna mistificazione
e nessun sogno. Fondatore e teorico del Verismo resta Luigi Capuana
(1839-1915), altro grande tra i pensatori e gli artisti di cui
la Sicilia abbondava, ma il manifesto programmatico
del Verismo è individuabile senza dubbio nella prefazione
dei Malavoglia (1881) di Verga, così come quello dellopera
verista è ed in modo palese ed efficacissimo
nel prologo dei Pagliacci (1892) di Ruggero Leoncavallo
(1857-1919).
Dalla letteratura
alla musica
Al richiamo manzoniano in favore
del vero, il Verismo unisce lopzione in favore del reale,
lasciando ai cultori del pensiero lanalisi dellocculto;
di qui, allora, il populismo, il primitivo, i grandi dolori
in piccole anime (ciò che Giacomo Puccini canterà
nella sua arte superiore e affascinante). Restano però
lassenza di speranza, la delusione totale, la prostrazione
dei vinti, è il famoso ciclo verghiano.
Nato nella letteratura, il Verismo approda alla musica, e trova
nellopera un terreno favorevolissimo, tanto che lenorme
popolarità di Cavalleria rusticana (1892) è merito
più della musica, sia pur un po plateale, di Pietro
Mascagni (1863-1945) che della novella, potente tranche de vie,
di Verga, dalla quale trae integralmente la sua banale e sanguinosa
vicenda. Il prologo dei Pagliacci e il terrorizzato
grido: hanno ammazzato compare Turiddu sono i due
trampolini di lancio del Verismo musicale.
È mutato profondamente il lessico (mai il Romanticismo
avrebbe usato il termine ammazzato, tanto meno un feriale vieni
qua: rigorosamente un trafitto e un tappressa), ma non
solo. È mutato lumano, con i suoi aneliti e le sue
richieste. La musica, come sempre, ne è la manifestazione
forse più eloquente.
Tutto linsieme di titoli, più che di autori, che
va dal 1890 al 1905 prende il nome di Giovane scuola. È
il linguaggio e lorganizzazione musicale di un tempo diverso,
che sicuramente neppure la duttilità del genio verdiano
avrebbe potuto comprendere e produrre.
Va detto, tuttavia, che gli esponenti della Giovane scuola, che
accettano il solco culturale dei loro predecessori e ne percorrono
le medesime carriere, hanno sì rivoluzionato la concezione
stessa dellopera, ma se non avessero al loro attivo una
Cavalleria, una Bohème, uno Chénier potrebbero
considerarsi soltanto degli epigoni di Verdi.
Nellopera verista la figura di Maria interviene in maniera
meno poetica ma più popolare, come è ovvio, e talora
viene anche invocata in modo pressoché plebeo: eppure
la vergin pia di mezzagosto dei Pagliacci resta Colei che
attenua e tramuta in sorriso di pace il grido di disperazione
delle anime stanche e deluse dei vinti.
Franco Careglio
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-10
VISITA Nr. 