LA POESIA RELIGIOSA / 5:
POESIA E PREGHIERA

L’atto della preghiera è per certo uno dei momenti più forti dell’esperienza religiosa: è l’uomo che incontra il suo Dio, la creatura che si accosta al suo Creatore, il tempo che si affaccia sull’eterno, non senza il timore che si avveri la parola della Scrittura «nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20).
Poiché la poesia possiede gli strumenti linguistici (lessicali, grammaticali, ritmici...) capaci di ricreare le situazioni-limite della realtà religiosa, è da essa che ci possiamo attendere le attestazioni più penetrate dagli aspetti propri del mistero cui ci accostiamo pregando. Ne fanno fede i testi poetici dei grandi mistici, che nella poesia hanno sovente raggiunto i momenti più alti del loro rapporto con Dio.
Sempre, in ogni caso, nella poesia-preghiera prevale, anche negli aspetti formali, la coscienza che l’orante avverte della distanza che lo separa dal mistero e, insieme, il senso della assoluta gratuità con cui il mistero si apre a chi vi si accosta.
Tale è anche quanto appare nei testi poetici dedicati alla Vergine, celebrata come segno di un’integrità perduta ed anche di un’umanità nuova attesa e sperata.
Ci fermiamo su due di essi, lontani nel tempo e nati in culture assai diverse e non confrontabili, se non nel bisogno dell’uomo di contemplare una creatura cui vorrebbe assomigliare, con la nostalgia e il rimpianto di un bene perduto.

La preghiera del Petrarca

l Vergine bella è l’avvio della preghiera del Petrarca, in cui ogni strofa riprende il titolo Vergine che apre la canzone:

Vergine saggia
Vergine pura
Vergine santa
Vergine sola al mondo
senza exempio
Vergine dolce e pia

All’insistita ripresa dell’invocazione Vergine si accompagnano ogni volta nuovi attributi: saggia, pura, santa, sola... senza exempio, dolce e pia. Essi accentuano il crescendo della sequenza, già peraltro manifesto nel ripetersi della evocazione Vergine, che in ogni ritorno riveste un valore nuovo rispetto alle menzioni precedenti, quasi a rimarcare maggiormente l’eccezionalità della creatura invocata, la Vergine.
Il punto più alto di questa singolare progressione è raggiunto nell’ultima strofa:

Vergine chiara et stabile
in eterno
di questo tempestoso mare
stella

pon’ mente in che terribile
procella
i’ mi ritrovo sol,
senza governo.

Dove chiara, nel senso di luminosa, anticipa l’attribuzione di stella, mentre stabile in eterno prepara, per contrasto, la terribile procella, in cui l’orante si sente travolto “solo” e “instabile” (senza governo). Il poeta denuncia così la sua “distanza” dalla Vergine e, insieme, ricorre al suo aiuto (pon’ mente...), appellandosi al suo essere “luce” (chiara... stella) e al suo essere “sicurezza”(stabile in eterno), e, in modo inatteso, al frutto del suo “grembo verginale” (verginal chiostro), il Salvatore:

ricordati
che fece il peccar nostro
prender Dio, per scamparne,
humana carne
al tuo verginal chiostro.

La sequenza trova ora il suo compimento: vi mancava infatti un’attribuzione dovuta alla Vergine, il suo essere Madre, Vergine Madre, che ricorre in chiusura del testo, con un richiamo, marcato dalla sua stessa collocazione, al verginal chiostro, in cui l’aggettivo verginal riprende e conclude la celebrazione del titolo Vergine che ritorna nell’intera canzone, mentre chiostro riporta, per la rima, al peccar nostro, a riproporre nuovamente il motivo della “diversità” che intercorre fra chi prega e la Vergine, cui si rivolge il poeta.

La preghiera di David Maria Turoldo

l Più dichiarato in David Turoldo questo sentirsi “diverso” dinanzi alla Vergine, invocata nella preghiera, di cui riportiamo la parte finale:

O Vergine,
integra essenza della nostra
turbata immagine,
segnale d’approdo agli evi,
alle strade di tutta la terra;
Madre,
pietà per la torbida gioia mia
di sentirmi diverso,
per la condizione
non voluta d’esserti sfondo,
muraglia d’ombra
al tuo chiarore
e al sole di tuo Figlio.

...
L’averti Egli abitata
ti ha dato una sola direzione;
mentre se il nostro sangue
è capace d’imboccare la strada
d’una casta concupiscenza
pur allora, forse, tutto
può essere perduto.
Vergine, o armonia libera,
semplicità
agognata e impossibile.

È facile cogliere gli elementi che danno rilievo al contrasto sofferto dal poeta orante: della Vergine è “l’integrità” (integra essenza), dell’uomo “il turbamento” per l’immagine (di Dio?) che egli ha turbato (turbata immagine); a Lei l’uomo, che per voce del poeta invoca come Madre, chiede pietà per “sentirsi diverso” e, paradossalmente, per la torbida gioia di sentirsi tale; pietà di “esserle sfondo”, muraglia d’ombra, che contrasta con il suo chiarore, con il sole del Figlio che l’ha abitata.
Egli alla Madre ha dato una sola direzione, mentre per l’uomo, che ne è privo, anche quando gli riesce di imboccare la strada di una casta concupiscenza, ancora tutto può essere perduto.
All’uomo, smarrito, non resta che contemplare la “libera armonia” della Vergine, e di goderne, mentre il suo essere libero non gli assicura né ordine né gioia; non resta che aspirare alla sua semplicità, con la sofferta certezza che gli è impossibile ottenerla.
Eppure Turoldo poeta qualcosa della semplicità agognata ha raggiunto, della semplicità che egli riconosceva alla Vergine, quando, in una parte della preghiera che precede quella riferita, dice di essa:

Di fuori per te la pietra
era pietra, l’albero albero,
la voce dell’usignolo era
come acqua chiara.

La semplicità della Vergine è il dono di inverare le cose (la pietra, l’albero, la voce dell’usignolo...), di prendere “la giusta misura” dinanzi ad esse, per rifarle e per restituirle alla loro originale bontà. Dono che ritrovi anche nella poesia di Turoldo, dove le mani che accarezzano il volto sono le più tenere che si possano sentire, il sapore di una pesca è tutto nuovo, l’ora estiva dell’alba, il sole, la sera, la luce, gli occhi di bimbi, le stelle, li riscopri per la prima volta, come la gioia che provi quando ti troverai a sera con gli amici.
Così la poesia, che come preghiera è incontro della finitezza dell’uomo con l’infinità del mistero (confessio vitæ), può farsi sempre celebrazione dell’universo creato (confessio laudis), che Dio stesso «vide essere cosa buona» (Gen 1,12.18.21. 25.31).
                                                     
                        Germano Proverbio SDB


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-1
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