MARIA
NELLA MUSICA:
LA MADRE DEI SOFFERENTI
Non è raro il fenomeno
per cui lo spirito della produzione letteraria o musicale di
un artista sia lesatto contrario del sentimento o del carattere
dellautore. Quello di Niccolò Tommaseo (1802-1872) ne può essere un esempio.
Un animo tormentato, irascibile, cui mancava la dolcezza cristiana,
sa esprimere sentimenti vivi e forti di fede e di speranza. Ma
Tommaseo era un vero credente, mentre altri che non lo erano
riescono ugualmente, talora, ad irradiare un luminoso messaggio
di bellezza,
che diviene quella che salverà il mondo, secondo il famoso detto di Dostoevskij.
Questo fenomeno si verifica
puntualmente con larte di Giacomo Puccini, che attraverso le sue struggenti e raffinate
melodie fa pensare ad un animo delicato e sensibile. Invece lanimo
di Puccini era piuttosto lontano da tali caratteristiche. Caustico,
graffiante, astuto, poco preoccupato della morale, tuttaltro
che insensibile al fascino femminile, sa presentare indimenticabili
figure di donna. Buon uomo in fondo, ma sicuramente ben lontano
dalleccesso degli scrupoli. Compone esattamente dieci opere,
che divengono otto se si considera La Rondine (Montecarlo, 17
aprile 1917) come operetta, quale per molti aspetti
è, e il noto Trittico rappresentato al Metropolitan di
New York il 4 dicembre 1918.
La sua arte è innovatrice e si innalza accanto a quella
dei musicisti della sua generazione. La popolarità di
Cavalleria Rusticana, di Pagliacci, anche di opere di indiscusso
valore come Andrea Chénier di Umberto Giordano o Adriana
Lecouvreur di Francesco Cilea, non riescono probabilmente a competere
con labbondanza dellinvenzione melodica e il raffinato
intuito dellarmonia e dellorchestrazione pucciniane.
La figura
femminile in Puccini
Certo, nelle opere di Puccini
è impresso il segno dellepoca, come la sentimentalità
facile, talvolta eccessivamente lacrimosa, il dolore morbido,
il gusto romanzesco che si ammanta di esotismo o di storia ma
che rimane pervicacemente uguale a se stesso. Puccini è
sempre il medesimo, sia che narri la sofferenza umile e borghese
di Mimì (Bohème), la tragedia di Tosca, il disinganno
atroce di quella piccola grande donna che è Cio-cio-san,
cioè Butterfly, la crudeltà frigida di Turandot.
In ogni caso, le donne di Puccini non si dimenticano.
E pare inverosimile che tali
delicatissime figure scaturiscano dallanimo scaltro del
toscanaccio sarcastico di Torre del Lago. Eppure
la gentilezza garbata, la delicatezza sono le qualità
più intime della sua natura musicale e si rivelano appieno
nella cura e nella felicità con le quali sono delineati
proprio i personaggi femminili, a lui più congeniali:
una galleria di quadri che, nella diversità del tratto
lirico e del destino teatrale, si riconoscono inequivocabilmente
legati da un solo e costante sfondo sonoro.
Ben lontano dalle grandi passioni
verdiane, che implicano il dovere, lamor patrio, la paternità
sofferta, la solitudine, Puccini affronta il tema (che definire
monotono riuscirebbe stolto, non solo offensivo) dei grandi
dolori in piccole anime, tanto caro al sentimento e alla
letteratura del suo tempo (si pensi a Giuseppe Giacosa e alle
sue commedie, tutte virtù e lacrime). In questa area non
manca certo linvocazione a Maria, madre di tutti coloro
che soffrono, non soltanto per le catastrofi patriottiche o di
zona, ma anche per le tormentate vicende personali. Così
Mimì, così Manon, così Tosca hanno di che
pensare alla Madre dei sofferenti (Butterfly e Turandot appartengono
al mondo delle fiabe esotiche).
Uno spartito
unico
Il lavoro in cui però
Maria è maggiormente presente, e soccorre concretamente
uninfelice, è Suor Angelica, breve atto unico del
1918, in cui è narrata la triste vicenda di una ancor
più triste suora costretta ad essere tale dal solito sbaglio
di avere un bambino nella culla prima di un marito nel letto.
Suor Angelica è il secondo dei tre atti unici
di cui è composto il Trittico, rappresentato con successo
a New York. Tre
atti
con altrettanti titoli e trame, che Puccini e i suoi collaboratori
ebbero la felice idea di allestire per il pubblico americano.
Furono molto incerti, musicista e librettisti, sul titolo da
assegnare alla composizione. Il Trinomio? il Tripode?
nessuno pareva addirsi. Al compositore stesso venne in mente
la pala che sovente orna gli altari, raffigurante tre santi diversi
e in gesti diversi, e che viene chiamata appunto trittico.
Nome ideale, anche per un insieme di tre brevi opere. Così
vennero alla luce Il tabarro: banale storia francese di adulterio,
nellinsieme sensuale e un po grossolana; Suor Angelica: la vicenda
della giovane costretta a farsi suora; e lesilarante storia di Gianni Schicchi:
lo scaltro fiorentino di cui narrano le fonti medioevali che
falsificò un testamento, fingendo di essere il testatore
ancora vivo (vedi Inferno, XXX, 40-45). Prese singolarmente,
le tre operine non reggono; unite insieme, costituiscono tre
atti gradevoli e di notevole valore artistico. Più conosciute
con i titoli specifici che con quello di Trittico, i tre spartiti
continuano ad essere abbastanza rappresentati; talvolta, anzi,
è una sola delle tre che viene unita ad unopera
di due atti.
Lo spartito
di Suor Angelica è
probabilmente unico nella storia del melodramma per una caratteristica:
lassoluta assenza di voci maschili. Le ragioni sono due:
la vicenda si svolge tutta in un monastero femminile del XVIII
secolo e la durata raggiunge a stento i 55 minuti. In sé,
non è un capolavoro, anche per la scarsa teatralità
della vicenda. Lopera si ricorda per la commovente e raffinata
aria finale della protagonista, Suor Angelica: senza mamma /
o bimbo tu sei morto. Vi è un altro personaggio di un
certo rilievo, la glaciale zia principessa, che viene alla grata
per annunciare alla nipote la morte dei genitori e del fanciullo
che la giovane aveva avuto.
Per i primi 25 minuti il Maestro
riesce a portare avanti lazione con abili trovate orchestrali
che esprimono i momenti della giornata delle monache, ma la cosa
non è facile; la monotonia si avverte. Per il resto, larrivo
della vecchia dama conferisce un po di drammaticità
alla vicenda, fino alla catarsi del suicidio di Suor Angelica,
che non regge alla notizia della morte del suo fanciullo. Nel
finale appare la Regina dei sofferenti che presenta un bimbo
biondo, tutto bianco alla morente, la quale è accolta
in cielo nella luce. Le sdolcinature si sprecano, e qui, chi
non ama Puccini, trova qualche conferma alla propria posizione.
Invidia
della clausura
Dove abbia trovato, il Maestro
toscano, amante delle automobili di grossa cilindrata e dei sigari,
tanta delicatezza e sensibilità religiosa, è duro
da immaginare. Forse la presenza discreta, sia pur lontana fisicamente,
della sorella
monaca agostiniana, Suor Iginia Puccini, nel cui monastero di Vicopèlago,
sulle colline lucchesi, ebbe luogo laudizione in anteprima
assoluta di Suor Angelica (verso la fine del 1917). Interessante
è la lettera con la quale il Maestro narra la sua visita
nel monastero, dalla quale traspare una venerazione e quasi uninvidia
per quelle creature innocenti che vivevano segregate dal mondo:
Raccontai
loro, con trepidazione e precauzione, lintreccio alquanto
scabroso del libretto. Erano, quelle monache, tutte attente,
tutte commosse e con qualche lacrimuccia esclamavano: poverina,
ome fu infelice! Dio miseriordioso lha certo
accolta in cielo! Ed altre frasi tenere e commoventi. Io credeva
si scandalizzassero, mi aspettava una qualche frase di rimprovero,
per il troppo ardimento dellintreccio... E invece trovai
soltanto della pietà, della generosa simpatia cristiana
aulente di verace ed edificante sentimento religioso.
Fa piacere sentire riconoscere
questo da uno che come Puccini non può essere certo tacciato
di bigottismo!
Lopera si apre con una
Ave Maria, un canto sommesso innalzato dalle suore, con le stesse
parole di sempre. La Vergine vi guarda è il verso forse
più frequente nel breve libretto, e il bel sorriso di
Nostra Signora, Regina di clemenza, illumina la giornata delle
suore. Una di queste è punta da unape, Suor Angelica
prepara una buona pozione, giunge la suora che ha fatto la questua,
decidono di dare un po di acqua alle rose, pregano per
la suora defunta lanno prima; insomma, il tutto va avanti
a spinte, fin che la fin troppo autorevole badessa annuncia una
visita per Suor Angelica, la quale non sa più stare in
sé dalla gioia perché da sette anni non riceve
notizie della sua nobile famiglia; alla sua insistenza di sapere
chi è venuto a trovarla:
Madre, madre,
parlate! Chi è?
Son settanni che aspetto!
Tutto ho offerto alla Vergine
in piena espiazione!
laustera
badessa risponde:
offritele anche
lansia
che adesso vi scompone.
Finalmente, dopo aver fatto
atto di umiltà, Suor Angelica viene a conoscenza della
visita della zia principessa. Se Puccini voleva presentare una
vecchia scorbutica, acida e devota, con questo personaggio vi
è pienamente riuscito. Per costei linfelice giovane
al di là della grata non deve che espiare, offrire alla
Vergine una discutibile ed impietosa giustizia; non mostra pietà
neppure quando Suor Angelica sviene alla notizia che il suo fanciullo
è morto. In silenzio se ne va, e la suora intona lunica
aria con cui lopera è ricordata, senza mamma. Da
questo momento, per i 15 minuti che restano, la musica è
tutta una lode e uninvocazione a Maria. La suora si avvelena,
ma subito si rende conto del suo orribile gesto.
Ed è proprio Maria,
Madre dei sofferenti, che dona alla morente un segno di grazia
e di perdono, con lapparizione, nella luce, del bimbo tutto
bianco. Qui finalmente lispirazione diviene davvero felice,
e nonostante la totale inconsistenza delle parole lautore
è Giovacchino Forzano (1884-1970), scrittore di un certo
talento la musica riesce ad esprimere in misura sufficiente
la pace e la luce irradiate da Maria. Dallo spessore oscuro di
questo mondo, la Madre dei sofferenti introduce la sua fedele
nel Regno del suo Figlio, ove sono la riconciliazione e lesultanza.
Questopera, nella sua
complessiva modestia, può insegnare che Maria non è
soltanto la madre dei peccatori, ma, attraverso la sua stessa
sofferenza e la sua intercessione, è il primo frutto dellazione
rinnovatrice dello Spirito di Dio.
Franco Careglio ofm
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005-3
VISITA Nr. 