MARIA NELLA MUSICA:
NOSTALGIA DEL PERDONO

Due mesi fa è stato celebrato, in tutta la Chiesa cattolica, il 150° anniversario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Occasione quanto mai propizia per rinforzare e rivedere la devozione a Maria, nei termini consegnati dal Vaticano II e dagli altri insegnamenti del Magistero, evitando gli eccessi e le esagerazioni di un passato non troppo distante.

La Madre di Dio non è “colei che appare”, ma la creatura certo privilegiata dall’amore divino e tuttavia perfettamente imitabile dal credente in ogni sua ricchezza, a cominciare dalla sua incrollabile fede.

La sua fede, infatti, risulta per il credente più coinvolgente e più stimolante per operare scelte di vita sempre più trasparenti e pure. Va detto anche che Maria è più grande per la sua fede che per la stessa maternità divina. La devozione verso di Lei si traduce quindi in un sincero atto di umiltà dinnanzi ai disegni imperscrutabili della Provvidenza, che ancora permette al potere i soprusi, all’uomo il peccato, all’infermo la morte, al povero l’abbandono. Eppure Maria ha una parola universale da dire ad ogni persona, sia che viva nella gioia o si dibatta nella sofferenza: la frase pronunciata alle nozze di Cana: “fate quello che Egli vi dirà” (Giovanni 2,5).
Obbedendo a questa parola, la persona che crede – sia pure provandone l’inevitabile e talora improba fatica – si incammina fiduciosa sull’impervia strada di San Paolo, il quale, con la solidità dell’acciaio, con una certezza granitica, insegna che nulla e nessuno potrà allontanare o dividere il credente dall’amore di Cristo, né la malattia, né la guerra, né la fame, né la morte, né potenza alcuna di questo mondo (Romani 8,35-39).
Con il suo sommo esempio, Maria non ha altra cosa da dirci oltre la frase suddetta. Ella rimane la Vergine del silenzio, più sapiente del più sapiente dei discorsi. La sua frase è una benedizione e un programma di vita.

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Nel racconto della visita ad Elisabetta, Luca scrive che “Maria disse: l’anima mia magnifica il Signore” (1,46).
Ricuperando indubbiamente l’antico cantico di Anna (1 Samuele 2,1), è tutt’altro che improbabile che Maria abbia cantato, più che detto. Il canto, come il sorriso, esprime gioia ed assenso. L’umile fanciulla di Nazaret, così sollecita verso la cugina in attesa di un figlio, non poteva non manifestare la sua letizia e il suo fervido desiderio di amare e di servire attraverso il canto. E oggi Maria canta ancora e sempre infonde speranza a quanti fanno l’amara esperienza della tristezza, della paura, della violenza, della morte.
Ella è la Madre della pace, che sempre addita agli uomini la via del bene, nella fede e nella purezza. Un autore dei nostri giorni,
Claudio Chieffo, traduce la parola di Maria in un canto denso di luce e di fiducia:

Ave Maria,
splendore del mattino,
puro è il tuo sguardo ed umile il tuo cuore,
protegga il nostro popolo in cammino
la tenerezza del tuo vero amore.
Madre, non sono degno di guardarti,
fammi però sentire la tua voce,
fa’ che io porti a tutti la tua pace
e possano conoscerti ed amarti.
Madre,
tu che soccorri i figli tuoi
fa’ in modo che nessuno
se ne vada, sostieni la sua croce
e la sua strada fa’ che cammini sempre
in mezzo a noi.

Questo canto colmo di pace viene un secolo dopo quelli della Giovane Scuola, i cui componenti, come già si è detto, sovente fanno invocare Maria dai loro personaggi. Colonne di questa corrente sono Mascagni, Leoncavallo, Puccini, insieme a parecchi altri, meno noti, ma pure di una notevole validità. In ordine cronologico:

– Giacomo Puccini (Lucca 1858 - Bruxelles 1924);
– Ruggero Leoncavallo (Napoli 1858 - Montecatini Terme 1919);
– Alberto Franchetti (Torino 1860 - Viareggio 1942);
– Pietro Mascagni (Livorno 1863 - Roma 1945);
– Francesco Cilea (Palmi 1866 - Varazze 1950);
– Umberto Giordano (Foggia 1867 - Milano 1948).

Ultimo di una dinastia di musicisti attiva da ben cinque generazioni, Giacomo Puccini rimase orfano del padre Michele a soli sei anni. Nonostante le difficoltà, la madre Albina Magi poté fargli seguire studi regolari che il giovane svolse dapprima senza entusiasmo. Diciottenne, si recò a piedi a Pisa per assistere all’Aida di Verdi. Ne rimase talmente affascinato da immedesimarsi totalmente nella musica e nel canto. A Milano ebbe la fortuna di essere allievo di Amilcare Ponchielli e di condividere l’abitazione con Pietro Mascagni (1880). L’esordio nel campo operistico avvenne con due opere a cinque anni di distanza l’una dall’altra: Le Villi (Milano, Teatro Dal Verme, 31 maggio 1884), che conobbe un certo successo, e Edgar (Milano, Scala, 21 aprile 1889), che non rinnovò l’esito della prima. La prima è un’opera-ballo che narra la vicenda di una fanciulla morta subito prima del matrimonio che, secondo un mito nordico, viene trasformata in uno spettro detto, appunto, Villi; la seconda è una cupa vicenda medioevale, che non soddisfece né pubblico né critica e rischiò di far finire la carriera del compositore.

Soltanto con Manon Lescaut (Torino, Teatro Regio, 1° febbraio 1893), Puccini prende il volo. Tratta dall’omonimo romanzo di Antoine-François Prévost (1697-1763), prolifico scrittore francese, Manon è la prima eroina pucciniana. La scelta del Regio di Torino fu più che opportuna, sia perché la Scala attendeva con ansia il nuovo lavoro di Verdi, Falstaff, sia perché i milanesi conservavano ancora il cattivo ricordo di Edgar.

In Manon, Maria non viene mai invocata, ma la forte consapevolezza del peccato e l’anelito della redenzione non possono non far pensare alla dolcezza e alla pace che soltanto la purezza della Vergine è in grado di donare. Manon è la fanciulla che ama, è la donna che ammalia, è l’infelice che brama è, infine, la redenta trasfigurata dalla sofferenza e dalla pietà. L’oblio – canta la morente nella scena finale – travolgerà le sue colpe; non morirà il suo amore.

L’angoscia lancinante di Manon, che si avverte per tutta l’opera, il tormento della sua passione disperata, il suo desiderio infine di amore puro e di fuga da ciò che, ineluttabilmente, a suo avviso, ritorna ad essere, possono ricordare al cristiano non il timore di una giustizia inesorabile che non perdona, ma la nostalgia di un Padre che altro non aspetta che il ritorno dei figli, li vede quando sono ancora lontani e corre loro incontro (Luca 15,20).

La redenzione della sventurata Manon appare veramente come pegno, proposto nella delicatezza della melodia, di un Padre che innalza a Sé gli umili e i peccatori.

                                                                                              Franco Careglio OFM


PREGHIERA A MARIA

Maria, tu sei l’annuncio,
Maria, tu sei il preludio.
Maria, tu l’aurora,
Maria, tu la vigilia.
Maria, tu la preparazione immediata,
che corona e mette termine
al secolare svolgimento del piano divino
della redenzione;
tu il traguardo della profezia,
tu la chiave dell’intelligenza
dei misteriosi messaggi messianici;
tu il punto d’arrivo del pensiero di Dio,
“termine fisso d’eterno consiglio”.
La tua apparizione, o Maria,
nella storia del mondo
è come una luce del mattino,
ancora pallida e indiretta,
ma soavissima, e bellissima;
la luce del mondo, Cristo, sta per arrivare;
il destino felice dell’umanità,
la sua possibile salvezza, è ormai sicura.
Tu, o Maria, la porti con te.

                           PAOLO VI


IMMAGINI:
1 La Visitazione di Maria :
Ancora oggi Maria infonde speranza a quanti fanno l’esperienza della tristezza e si rende vicina ad ogni uomo che la invoca così come si è fatta prossima a sua cugina Elisabetta.
2 Giacomo Puccini 8foto del 1903)
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005-2
VISITA Nr.