MARIA NELLA MUSICA:
MARIA: SPERANZA NELLA LOTTA

Alfredo Catalani moriva trentanovenne nel 1893, lasciando le sue sette opere – soltanto La Wally (1892) ha oggi un pubblico fedele – come espressione dell’estremo sussulto di un tardo romanticismo in agonia.
Tre anni prima, il 17 maggio 1890, al Teatro Costanzi di Roma,
Pietro Mascagni dava vita al verismo con il successo trionfale di Cavalleria rusticana, tratta dall’omonima novella di Verga basata sul non nuovo tema dell’infedeltà coniugale.
Mascagni è proprio il primo ad introdurre il verismo nel melodramma, seguito due anni dopo dall’altro folgorante successo del napoletano Ruggero Leoncavallo, con Pagliacci.

Quali possono essere i presupposti culturali e sociali di tanto successo, che non oscura ma propone un’alternativa all’ultima fiammata del grande tragico ottuagenario, Verdi, che con il miracolo di Falstaff (1893) si congeda benedicente e sorridente dalla vita? Probabilmente una ventata di nazionalismo, di coscientizzazione delle proprie radici italiane, e la convinzione che il melodramma sarebbe potuto diventare strumento di mediazione tra le classi egemoni e le classi popolari.

Squarci di vita

Ciò fece accettare con entusiasmo alla borghesia il rinnovamento operato dalla Giovane Scuola, che riuscì a far preferire, almeno comunemente, alla narrativa letteraria verghiana e a quella ad essa coeva, una musica talora un po’ plateale.
Si ha così un totale rinnovamento della struttura e del gusto musicale. Ma in che cosa consiste tale rinnovamento?
Non è facile trovare un denominatore comune a musicisti che si vantavano di raccogliere l’eredità verdiana pur essendone agli antipodi come impostazione e proposta.
L’aspetto preminente delle loro opere è ancora la funzione sociale, che appare evidente dalla stesura dei libretti.
Le situazioni sono squarci di vita (parole del prologo di Pagliacci, manifesto del verismo musicale) provenienti dalle vicende quotidiane delle classi più umili, contemporanee o vicine nel tempo, in ogni caso trattate realisticamente, senza indulgere a commenti, a riflessioni, alle stesse convenzioni melodrammatiche.
Il linguaggio è quello della vita quotidiana, senza addolcimenti, e se la situazione lo richiede è crudo, banale, fatuo, brutale.
Dai settenari si passa alla massima libertà metrica, e sono i musicisti che adattano le note al discorso, non più i librettisti che modellano il testo poetico sul fraseggio musicale. Seguendo inconsapevolmente la prescrizione del De Sanctis: non vogliamo vedere il formato, ma il processo, l’opera della Giovane Scuola presenta gli eventi nel loro sviluppo, non ne fornisce un’interpretazione esplicita.
A ben vedere questo carattere, da molti considerato come distintivo del verismo, musicale e non, è ben radicato nella tradizione operistica italiana. Lo stesso Verdi, che divide i personaggi in buoni e cattivi, non tanto li descrive quanto li presenta, e, viceversa, le opere della Giovane Scuola non sono agnostiche, prive di “morale della favola”, perché lo stesso modo di presentare e descrivere personaggi e situazioni contiene implicito un complesso di idee maturato nella storia (De Sanctis).
Resta pure, certo più immediato e facile che in Verdi, il linguaggio religioso, nel quale la figura ricorrente è quella di Maria. Su di Lei, anzi, i personaggi di queste opere giurano, invocano, pregano, addirittura imprecano (vedi la frase di Tonio, nei Pagliacci, citata nei numeri precedenti).

L’ispirazione religiosa

In Cavalleria, Maria è invocata per placare l’ira e la gelosia dei protagonisti, in Tosca di Puccini è l’ardente devozione della protagonista, diedi gioielli della Madonna al manto, nella produzione di Umberto Giordano si trova un’opera dedicata proprio a Lei: Mese Mariano. Un’opera pucciniana nella quale la presenza di Maria è costante ed è fonte di misericordia e di perdono è Suor Angelica (1918).
In altri termini, i maestri della Giovane Scuola accolgono quindi tutta la quotidianità dei loro personaggi, senza però giungere a trasformare l’opera in fotografia. Esempio tipico è proprio Cavalleria, il cui totale e un po’ eccessivo (secondo alcuni) verismo è, come vuole il De Sanctis, un modo di guardare la realtà che si conforma ad un insieme di idee maturate nella sintesi storica dell’autore.
L’Italia contadina del 1890 è ben presente nella mente e nell’analisi del toscano Mascagni, che, come è noto, non si dissocierà più di tanto dalla cultura che, dal 1922, gli presenterà l’immagine di un’Italia gloriosa e imperiale.
La preghiera definisce perfettamente il carattere religioso dell’ambiente in cui si consuma la tragedia di Cavalleria. Tragedia non certo in senso classico, perché, come detto, si tratta in fondo di una comune storia di adulterio.
Il senso di Dio e quello della benefica presenza di Maria sono fortissimi fin dalle prime battute dell’opera. Turiddu, nella sua famosissima aria d’inizio, cantata fuori scena, in perfetto dialetto siciliano, accenna al paradisu; le donne, accogliendo festose gli uomini di ritorno dai campi, rivolgono la mente alla Vergine, che serena allietasi del Salvator. È Pasqua, e tutti gli animi sono pervasi dalla gioia.
Soltanto Santuzza è disperata: ha scoperto che il suo fidanzato, Turiddu, è ancora innamorato di Lola, che aveva amato prima d’andar soldato. Costei ora è moglie di Alfio, allegro carrettiere. In un concitato duetto, Santuzza rinfaccia all’amante l’infedeltà; Turiddu se ne infischia, e la giovane gli lancia la sua imprecazione: a te la mala Pasqua, spergiuro! Poi avverte di tutto Alfio, il quale, mortalmente offeso, sfida Turiddu e lo uccide.
Certamente l’opera, pur nella sua brevità, risulta più avvincente della novella. Vi è pure la preghiera in latino del Regina cœli lætare, rivestita d’una musica dall’andamento chiesastico, nella quale ben si manifesta l’aspetto fideistico e irrazionale di quella cultura. Bellissimo è poi il coro, costituito da tutti gli abitanti del paesello, che celebra la Risurrezione:

Inneggiamo,
il Signor non è morto!
Ei possente ha dischiuso l’avel!
Inneggiamo al Signore risorto,
oggi asceso
alla gloria del ciel!

L’eterogeneità dei modelli musicali, la ricca e colorata orchestrazione, la semplicità della vicenda, fanno di questo spartito un’opera assolutamente nuova. Il pubblico ha colto la novità e le ha decretato un trionfo, all’epoca sconosciuto, dopo la parabola verdiana.
In tutti gli autori della Giovane Scuola è comunque presente, certo in misure e modi diversi, la devozione a Maria. Essa è troppo radicata nella religiosità popolare per essere ignorata dal verismo. Ma, ben più, Maria è colei che come farà dire
Giacomo Puccini alla sua Suor Angelica (e in modo fin troppo zuccherato):

liberamente al disiar precorre:
e prima che un desiderio
sia fiorito,
la Madre delle madri
l’ha esaudito.

Questi più che modesti versi ci ricordano, almeno, che affidandoci alla Vergine possiamo, come fece Lei sul Calvario, guardare in faccia la morte e la tenebra senza disperare, reclinandoci sul mistero, con l’abbandono con cui un bambino si abbandona sul seno materno, con filiale fiducia.

                                                                                         Franco Careglio OFM


IMMAGINI:
1 Pietro Mascagni (1863-1945)
2 Ruggero Leoncavallo (1857-1919)
3 Giacomo Puccini (1858-1924)

RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005-1
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