"MARIA FU
TURBATA DA QUESTE PAROLE
"
Nel racconto dell'Annunciazione
- dopo la chiamata-elezione da parte di Dio, dopo la risposta
di Maria, dopo la missione - c'è un quarto elemento, che
del resto ricorre di norma nei racconti biblici di vocazione.
Parliamo delle resistenze, dei dubbi, dei turbamenti e delle
tentazioni del chiamato: "Maria", scrive Luca, "fu
turbata da quelle parole
e si domandava tra sé:
'Come è possibile tutto questo?' ".
Iniziamo anche questa volta
allargando il nostro sguardo sulla rivelazione della Bibbia,
e confrontandoci con un'altra storia di vocazione e di fede.
Questa volta prenderemo come esempio la storia di Mosè.
A Dio, che lo chiama dal roveto ardente, Mosè oppone tutta
una serie di difficoltà.
Leggiamo dal libro dell'Esodo: "Dio chiamò dal roveto:
'Mosè, Mosè!
Va', io ti mando dal faraone
per far uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti'. Mosè
rispose: 'Ma chi sono io per andare dal faraone e far uscire
gli Israeliti dall'Egitto?
Gli Israeliti mi chiederanno:
Come si chiama questo Dio?
Non mi crederanno
Sono
timido e parlo con difficoltà: ero così prima,
e non sono cambiato da quando hai iniziato a parlare con me
Ti prego, manda un altro
' ".
Il fatto che resistenze, perplessità e turbamenti ricorrano
di regola nei racconti di vocazione significa che il dubbio in
se stesso non è deviazione colpevole - anche se può
diventarlo -, ma costituisce una tappa importante nel cammino
della risposta. La chiamata non è rivolta a una macchina
già programmata: la chiamata di Dio interpella la libera
responsabilità dell'uomo, e una decisione ponderata comporta
il travaglio del discernimento.
Anche Maria, come abbiamo visto, conobbe le sue perplessità.
Anche Gesù venne tentato: e il dibattito interiore del
Getsemani illustra drammaticamente le sue esitazioni davanti
alla missione (il calice) che il Padre gli consegna.
Tuttavia occorre vigilare che il dubbio non si radicalizzi. La
domanda, l'iniziale resistenza, la tentazione del chiamato non
costituiscono una colpa morale. È colpevole piuttosto
il dubbio permanente, che paralizza la possibilità di
una risposta generosa al Signore.
A ben guardare, il dubbio ruota attorno a tre interrogativi fondamentali:
una domanda su Dio, una domanda del chiamato su se stesso, una
domanda sugli altri.
La questione su Dio, anzitutto: sei veramente tu, Signore? È
una domanda di legittimo discernimento. Anche i discepoli del
Battista la posero a Gesù, e da allora ogni credente s'interroga
più o meno allo stesso modo. Tuttavia - se radicalizzata
- questa domanda può trasformarsi in atteggiamento di
sfiducia nei confronti di Dio.
Poi l'interrogativo dell'uomo su se stesso: e io, come farò?
Pure questa può essere una domanda di corretta revisione
sugli impegni che la missione comporta, sulle vie da perseguire,
e ricorda al chiamato che da solo potrà combinare ben
poco. Tuttavia, radicalizzata negativamente, la domanda degenera
in disistima e disprezzo di sé.
Infine la domanda sugli altri: cosa diranno gli altri? Come reagiranno?
È una domanda legittima se impegna a un confronto concreto
con i destinatari della missione. Radicalizzata negativamente,
equivale a sfiducia nei riguardi del prossimo.
In pratica, quando succede
che il dubbio da reazione costruttiva degenera in paralisi distruttiva?
Noi pecchiamo contro Dio quando non accettiamo di incontrarlo
nelle modalità che egli stesso ci propone, e pretendiamo
di imporgli le nostre. È nel silenzio discreto della notte
che il Signore viene a Samuele, e il suo passo è talmente
leggero che solo alla quarta volta il ragazzo capisce. Anche
Elia, l'uomo impetuoso e "bruciante di zelo", incontra
il Signore nell'umiltà del silenzio. I discepoli, nel
buio della notte, sono presi dalla paura
Pure a noi oggi
può capitare d'incontrare il Signore in modi diversi dalle
nostre attese.
Facciamo i nostri piani. Chiediamo a Dio un certo tipo di intervento.
E se le cose non vanno come gli avevamo domandato, subentra in
noi la delusione e lo scoraggiamento. D'altra parte, stentiamo
a riconoscerlo nelle spoglie del povero da aiutare, dell'anziano
da ascoltare, dell'ammalato da accudire
Eppure è
lo stesso Signore che in tutti questi casi si fa incontro a noi,
magari non nel vento impetuoso e gagliardo - come ci saremmo
aspettati e forse avremmo voluto -, ma nel mormorio di un vento
leggero, del quale si dice che "c'è e non c'è".
Capita così anche nella nostra preghiera. Pretenderemmo
di dialogare "faccia a faccia" con Dio, di "sentirne"
la presenza
Ma le nostre vie non sono le sue vie. A noi, impazienti di catturarlo,
Dio chiede la disponibilità ad accoglierlo, il deserto,
il digiuno, la salita silenziosa al monte.
E questa disponibilità è - in definitiva - l'unica
via per superare costruttivamente il nostro dubbio su Dio.
Noi pecchiamo contro noi stessi e contro
gli altri quando giudichiamo il prossimo sulle sue intenzioni
e sulla sua volontà di conversione. Quando teniamo rancori,
quando facciamo pesare gli sgarbi ricevuti, veri o presunti che
siano; quando, anche solo nel segreto del nostro cuore, ci torniamo
continuamente sopra, incapaci di perdonare una volta per tutte;
quando ci arrendiamo alla nostra debolezza; quando rinunciamo
a un cammino di miglioramento, ammantandoci dietro a luoghi comuni
e a comode scuse: "Io sono fatto così; è più
forte di me: perdono ma non dimentico; io non sono un santo,
i santi stanno solo in cielo; io non sono fatto per questo e
per quest'altro". Coltiviamo così una mediocrità
spirituale, che ci impedisce di maturare nel coraggio e nell'ardore
della missione che il Signore ci affida.
Dinanzi alle nostre riserve interiori, dovremmo tentare piuttosto
di fare nostro l'atteggiamento di tanti chiamati, di cui parlano
la Bibbia e la Chiesa - da Abramo, a Don Bosco, a Giovanni Paolo
II -, quell'atteggiamento mirabilmente sintetizzato dalla risposta
di Maria: "Ecco, io sono la serva del Signore. Si compia
in me secondo la tua parola".
L'ultima parola del chiamato, infatti, non può essere
il dubbio, ma - nonostante le sofferenze e le delusioni - una
sconfinata fiducia nel Signore e nella sua grazia.
(ANNO 2000
- DAL COVOLO E., NOVENA DI MARIA AUSILIATRICE, tenuta nella
Basilica di Torino-Valdocco in preparazione alla Festa del 24
Maggio 2000)
VISITA Nr. 