"ECCOMI, SONO LA SERVA DEL SIGNORE"
Abbiamo meditato sulla chiamata-elezione da parte di Dio. Riflettiamo adesso sulla risposta di Maria, cioè sul secondo tratto caratteristico dei racconti biblici di vocazione.
Il nostro riferimento va anzitutto al racconto dell'Annunciazione e alle parole stesse di Maria: Ecco, io sono la serva del Signore…, che troveranno poi una mirabile conferma nella beatitudine formulata da Elisabetta: "Beata te, o Maria, che hai creduto. In te si compiono le parole del Signore…".

All'episodio dell'Annunciazione vorrei accostare però anche un altro brano, tratto dal capitolo 10 di Marco, là dove si parla del giovane ricco, che rifiuta di seguire Gesù, e dei discepoli, che invece hanno lasciato tutto per seguire il Signore. È questo un brano altamente "drammatico", perché le due possibilità di risposta del chiamato sono messe in risalto dalla reciproca contrapposizione. Il ricco, schiavo delle sue ricchezze, è in definitiva un povero uomo, rifiuta e se ne va via triste; invece i discepoli, liberi dal dominio delle cose, sono i veri ricchi, seguono Gesù e guadagnano il centuplo sulla terra e la vita eterna nell'aldilà.
Siamo dinanzi al radicalismo evangelico: non si dà una via intermedia. Non si può servire a due padroni. O dici di sì o dici di no. O tutto o niente.
Ma se dici di sì, ti si schiude la via della felicità…
Può tornarci utile a questo punto un pensiero famoso di san Bernardo: "Fare l'esperienza di Gesù", scriveva il santo abate, "significa fare l'esperienza della vera sapienza. Arido è ogni cibo dell'anima, se non è condito con questo olio. Insipido, se non è condito con questo sale. Gesù è miele alla bocca, canto all'orecchio, giubilo per il cuore". E aggiungeva: "Nessuna pagina avrà sapore per me, se non vi avrò letto questo nome: Gesù".
Che cosa ci dice il racconto del giovane ricco?
Dice che davanti a Gesù e alla sua chiamata l'uomo rimane libero. Può comportarsi come Maria e come i discepoli, ma può anche comportarsi come quel ricco. Rimane il fatto - e Bernardo ce lo ricorda da pari suo - che solo una risposta positiva a Gesù conduce alla vera felicità. Solo Gesù "è miele alla bocca, canto all'orecchio…", solo Gesù appaga il cuore dell'uomo e ne realizza le aspirazioni profonde. Solo la piena adesione a lui conduce alla felicità.
Tutto questo vale per ogni giorno della nostra vita. Il "vieni e seguimi" è rivolto a ciascuno di noi. Dinanzi alle lusinghe del mondo, dinanzi alla triste possibilità di venire a compromessi pesanti che ci fanno smarrire la gerarchia dei valori, risuona l'imperativo di Gesù: "Tu vieni e seguimi".
Ogni giorno, ogni momento della vita noi siamo chiamati a rinnovare, come veri discepoli, la nostra scelta per Gesù. Ciò significa, contemporaneamente, subordinare qualsiasi altro valore a questo unico, assoluto valore: Gesù Cristo e il suo amore.
Chiediamoci dunque con coraggio: qual è la mia risposta reale, di ogni giorno, davanti a Gesù?
È un fatto che la sequela (cioè rispondere di sì a Gesù, seguirlo) comporta sempre un esodo (cioè uscire, lasciare qualche cosa: come Abramo, che lascia la sua terra per seguire la chiamata del Signore). Questo è chiarissimo nel racconto di vocazione dei discepoli, i quali, "tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono".
Ecco due verbi importanti nei racconti di vocazione della Bibbia: lasciare e seguire.
Lasciare tutto significa subordinare tutto (assolutamente tutto) a Gesù Cristo e al suo amore; significa ridimensionare qualunque passione, che si configuri come "concorrenziale" rispetto a quell'unico, assoluto valore; significa smontare ogni idolo che intralcia e ostacola il cammino di una risposta generosa al Signore. Ed ecco la domanda cruciale, a cui approdiamo ancora una volta: che cosa nella mia vita devo ancora lasciare - nel senso che abbiamo detto - per seguire Gesù?
Forse è questa una delle domande più adeguate per crescere nel cammino della santità e diventare anche noi, come Maria, servi del Signore. L'abbiamo già detto: a volte noi pensiamo di doverci costruire da soli il cammino della nostra santità. Nulla di più sbagliato!
La santità, a cui siamo chiamati, è la vita stessa di Dio. E il compito del chiamato non consiste nell'aggiungere qualcosa alla vita e alla santità di Dio, il che - propriamente parlando - sarebbe una presunzione blasfema, ma consiste nel lasciarsi raggiungere dalla sua grazia.
La nostra dev'essere più un'opera di sottrazione che di addizione. Occorre "spogliarsi dell'uomo vecchio": ecco la mortificazione fondamentale.
Viene alla mente un famoso apologo, che il Vasari racconta su Michelangelo Buonarroti: quando - folgorato dall'ispirazione artistica - egli "vide" in un enorme blocco di marmo la statua di un angelo meraviglioso. In qualche modo egli aveva immaginato e previsto il lavoro paziente dello scalpello per "liberare" l'angelo imprigionato in quel blocco informe.
Liberiamo l'angelo che è in noi… Che cosa ci imprigiona ancora? Stacchiamoci finalmente da ciò che impedisce di accogliere i doni della grazia: compiamo l'esodo per seguire Gesù.
Così va colto il senso profondo del nostro impegno, della mortificazione, della penitenza giubilare. Un esodo: uscire dalle connivenze con il male, con il peccato, non lasciarci andare, imporci una regola, insistere; e ripartire da capo…
Ma cerchiamo di non sbagliare la prospettiva. Il nostro compito resta quello umile della risposta: dunque, non sentiamoci schiacciati da un peso insopportabile. Non è ancora da costruire, la strada che dobbiamo percorrere. La strada da percorrere ce l'ha già segnata Gesù: "Io sono la via… Tu, seguimi".

Molte volte, purtroppo, la nostra risposta a Gesù è incostante, senza coerenza.
Spesso noi assomigliamo a quel piccolo mulo, di cui parla Kierkegaard in una famosa storiella. Il racconto è interessante. Dice che lungo il cammino un piccolo mulo si imbattè in un'invitante distesa di muschio fresco e profumato. Ne fece una scorpacciata, poi riprese la sua strada. Ma dopo un po' lo raggiunse di nuovo il profumo fragrante del muschio. Allora si mise a cercare: vai a destra, gira a sinistra, avanti e indietro. Il muschio non si trova. Eppure il profumo rimane, anzi sembra che a mano a mano si faccia veramente irresistibile. E cammina cammina, per monti e piani, due giorni e due notti, senza fermarsi mai. Finché al terzo giorno il povero mulo si accascia a terra stremato, vicino a morire. E allora, reclinando la testa, si accorge, ma ormai è troppo tardi: un ciuffo verde di muschio gli si era impigliato addosso, ed era rimasto vicino al cuore.
Spesso capita anche a noi qualche cosa di simile.
Abbiamo gustato l'esperienza dolcissima di Dio, della sua Parola, dei suoi sacramenti. Eppure nella nostra vita procediamo senza coerenza, rivolgendoci a destra e a sinistra, rischiando di dimenticarci che l'unica esperienza veramente appagante è inscritta nel nostro cuore, per il dono di Dio: è la sua grazia, è il suo amore, è il dono di Gesù Cristo, al quale - unico assoluto valore per noi - tutto il nostro essere va configurato.
È proprio questa coerenza, che spesso manca alla nostra risposta. È questa infedeltà pratica, che ci impedisce di fare nostra la risposta di Maria: "Ecco, io sono l'ancella del Signore".

Si racconta che una volta sir Stanley Jones - quel famoso giornalista che passò all'Occidente l'immagine di Gandhi - gli pose a bruciapelo una domanda: "Mahatma", gli chiese, "dimmi una parola, perché io la porti al mondo". Gandhi rimase silenzioso; poi, quasi balbettando, rispose: "Io non ho una parola da dire: la mia vita è la mia parola…".
Potessimo noi avere questa coerenza, in modo che la nostra vita intera fosse una risposta fedele al Signore!

Concludo con qualche spunto per la revisione di vita.
* Che cosa nella mia vita devo ancora lasciare per seguire Gesù?
* Qual è l' "angolo buio" della mia vita, nel quale la risposta alla chiamata è meno generosa?
* Che rapporto ho instaurato tra sacramento della riconciliazione e impegno di conversione, tra celebrazione dell'eucarestia e comunione-solidarietà con i fratelli, tra fede professata e vita vissuta?


(ANNO 2000 - DAL COVOLO E., NOVENA DI MARIA AUSILIATRICE, tenuta nella Basilica di Torino-Valdocco in preparazione alla Festa del 24 Maggio 2000)


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