"AVRAI UN FIGLIO E GLI DARAI NOME GESU'

Abbiamo meditato finora sulla chiamata-elezione da parte di Dio e sulla risposta di Maria.
Sono questi i due elementi fondamentali di ogni storia di vocazione e di fede. Dio, nel mistero del suo amore, cerca l'uomo, e lo interpella nella sua libertà. Da parte sua il chiamato può rispondere di sì come Maria, ma può anche rispondere di no come il giovane ricco.

Ma la chiamata di Dio e la risposta dell'uomo non restano mai finalizzate a loro stesse: la chiamata e la risposta sono sempre decisamente orientate alla missione, cioè a quell'incarico specifico che il Signore affida a chi chiama.
Così la missione, dopo la chiamata e la risposta, è il terzo elemento fondamentale di ogni storia di vocazione. Lo vediamo anzitutto nel racconto dell'Annunciazione. L'Angelo profetizza a Maria: "Avrai un Figlio, e gli darai nome Gesù". E' il solenne mandato, la missione specifica che viene affidata a Maria: tu, vergine, sarai madre…
Vogliamo meditare oggi su questo terzo tratto della vocazione di Maria, confrontando con la nostra la sua storia di vocazione e di fede.

Iniziamo allargando lo sguardo, in modo più complessivo, alla rivelazione della Bibbia. Tutti i libri dell'Antico e del Nuovo Testamento sono come punteggiati da tante storie di vocazione: storie dei patriarchi, storie dei giudici e dei re, storie dei profeti e degli apostoli…
Prendiamo come esempio la storia della vocazione di Geremia. Molti Padri della Chiesa hanno visto in lui Gesù Cristo stesso: perché Geremia è il profeta smentito, abbandonato, perseguitato dal suo popolo…
Rileggiamo la storia di questa vocazione, come è narrata all'inizio del suo libro. Vi rintracciamo subito i tratti distintivi, che ci sono ben noti: la chiamata-elezione, totalmente gratuita ("Prima che tu venissi alla luce", dice il Signore, "io ti avevo già scelto"); la risposta, ancora legata ai dubbi e alle resistenze iniziali ("Signore mio Dio, come farò?", chiede il profeta); e finalmente, insieme all'intervento rassicurante di Dio, la missione: "Va' dove ti manderò, riferisci quello che ti ordinerò… Io ti ho scelto profeta per…". Come si vede, la missione costituisce davvero il risvolto operativo della chiamata. La chiamata e la risposta sono per la missione.
Ma qual è precisamente la missione di Geremia? Egli deve predicare - con la parola e con la vita - una nuova alleanza tra Dio e il suo popolo: "Verranno giorni, dice il Signore, nei quali io concluderò una nuova alleanza con il popolo d'Israele e con il popolo di Giuda… Io metterò la mia legge dentro di loro e la scriverò nel loro cuore".
Qual è la vocazione, l'esperienza fondamentale di Geremia di fronte a questa missione?
L'esperienza fondamentale di Geremia è questa: egli stesso comincia già a sperimentare in sé quel cuore nuovo che è mandato ad annunciare. La missione, ricevuta e accolta, purifica e irrobustisce il suo cuore fragile e mette le parole stesse del Signore sulle sue labbra. Così Geremia è "attrezzato" da Dio per la missione.
Riconsiderando, alla luce della fede, la propria esperienza spirituale, Geremia deve riconoscere la validità di ciò che è mandato ad annunciare, perché lo vede già operante in sé. Egli, che è un ragazzo timido e balbuziente, viene preparato come un lottatore.
È questo un primo insegnamento per tutti noi depositari di una missione. La missione non è qualcosa che ci diamo (o ci siamo dati) da noi, non è un "parto della nostra fantasia". Se guardiamo con l'occhio della fede, già in noi stessi troviamo dei segni che ci spronano ad accogliere la missione come un dono, e ad esserle fedeli.
Quell'amore, che siamo chiamati a testimoniare nella nostra vita, non lo troviamo già operante in noi? Non viviamo già in noi l'esperienza di un Dio che ci ama con l'amore di una madre? Non si radica forse in questa esperienza misteriosa e dolcissima la nostra missione d'amore verso coloro, a cui siamo mandati?
Ed ecco - immediatamente collegato a questo -, il secondo, importante insegnamento per noi.
L'abbiamo già detto: è Dio che manda i profeti, gli apostoli, Maria. È Dio stesso che affida il mandato a coloro che chiama; la missione non è un parto della nostra fantasia!
Ciò significa che Dio stesso si impegna per me e con me. Questa è la forza del chiamato!
Dio attrezza colui che chiama… Dunque: non temere nulla, perché il Signore è con te! Proprio così l'Angelo saluta Maria: Ave, piena di grazia: il Signore è con te!
Ma voi credete che i martiri non avessero paura, affrontando le sofferenze e la morte? Pensate alle schiere dei martiri della fede di questo secolo, quelli che il Papa ha voluto celebrare qualche giorno fa al Colosseo. Erano uomini fragili e insicuri come noi, ma il Signore li ha "attrezzati". Il Signore era con loro!
Pensate al padre Kolbe, quel giorno in cui decise di fare il famoso "passo avanti". "Lagerführer", disse, "io voglio morire al posto di quell'uomo". Ed entrò, al posto di quel padre di famiglia, insieme ad altri compagni di sventura, nel bunker della fame. Lì assistette e consolò tutti. Morì per ultimo. Era il 14 agosto, vigilia della festa di Maria Santissima.
Padre Massimiliano Kolbe, e tanti altri, erano uomini come noi, ma forse hanno creduto più di noi in questa realtà di fede: il Signore, che manda, si impegna con me e per me.
Così è della nostra missione: mamme, papà, religiosi, educatori, giovani e anziani… tutti siamo depositari di una missione: una missione che molte volte suona come una sfida.
Pensate: educare oggi! Essere genitori oggi! Ci vuole del coraggio! Non sono cose che si possono affrontare a cuor leggero, e di fatto noi talvolta avvertiamo il peso della missione che ci è affidata. E allora ricordiamoci sempre, soprattutto in questi momenti di preoccupazione e di sconforto: occorre entrare nella dimensione della grazia. La missione non è un peso da portare, è invece una grazia ricevuta, perché il Signore si impegna con me e per me. Solo così potremo essere - per esempio - dei buoni educatori. Il genitore disperato o angosciato non sarà mai un buon educatore. Ma se ha dentro la fede e la speranza, se vive nell'intimità con il Signore, è tutta un'altra cosa… Coraggio, gli dice il Signore, io sono con te. Non avere paura!
Insomma, per essere fedele alla missione, il chiamato deve entrare decisamente nella logica della fede, e ricorrere continuamente ai canali propri della grazia: i sacramenti, la preghiera, l'incontro a tu per tu con il Signore. Proprio come faceva Don Bosco. Diversamente avvertiremo la missione come qualcosa di pesante, di imposto dall'esterno, e alla fine la compiremo per mestiere, non certo per grazia e per amore.

Ritorniamo adesso al racconto dell'Annunciazione.
"Tu, vergine, avrai un Figlio", dice l'Angelo a Maria. E' questa la missione di Maria. Maria è chiamata ad essere madre, madre di quel Figlio, e in lui di tutti gli uomini.
Credete che Maria abbia intuito subito la portata della missione che l'Angelo le annunciava?
Certamente no!
Lo dice in modo autorevolissimo il Papa nell'Enciclica Redemptoris Mater: nella storia della sua vocazione Maria è - come noi - pellegrina nella fede, e in questo pellegrinaggio si sforza di capire sempre di più ciò che il Signore vuole da lei.
Ebbene, secondo il Papa questo pellegrinaggio di fede ha un suo punto d'arrivo, una sua meta: questa meta è la croce di Gesù. Proprio ai piedi della croce Maria scopre in pienezza la portata della sua missione: essere Madre di quel Figlio, ma anche Madre di tutti i figli, che quel Figlio morente le affida.
È il "testamento della croce"!
Maria - scrive ancora il Papa nella Bolla d'indizione del Grande Giubileo - fin dal giorno del suo concepimento verginale "ha vissuto pienamente la sua maternità, portandola a coronamento sul Calvario, ai piedi della croce. Per dono mirabile di Cristo, qui Ella è diventata anche Madre della Chiesa".
Sta qui un altro insegnamento importante per noi.
Anche noi siamo chiamati a scoprire lungo la via - come pellegrini nella fede - il senso profondo della missione che il Signore ci affida.
Ma c'è una condizione fondamentale perché questa scoperta possa avvenire: ed è l'accettazione della croce nella nostra esistenza.
Amare come Gesù - questa è la missione comune affidata ad ogni credente, e su di essa si innestano le vocazioni specifiche -, amare come Gesù significa essere capaci di morire per gli altri, o se preferite, essere capaci di vivere per gli altri. È questo il mistero della pasqua, che è insieme, inscindibilmente, mistero di croce e di resurrezione.
Tutti noi siamo chiamati, come Maria, ad essere madre di Dio, cioè a far crescere il Figlio di Dio in noi stessi e nelle persone che incontriamo: Ambrogio e Agostino hanno pagine bellissime su questo tema.
Ma noi riusciremo a dilatare gli spazi di questa fecondità spirituale solo se sapremo metterci, con Maria, ai piedi della croce di Gesù, solo se sapremo abbracciare con lui quella croce.
Allora, donando con amore la nostra vita - senza riserva alcuna - ci scopriremo nella fede padri e madri di un popolo numeroso come la sabbia del mare. È l'esperienza di Don Bosco, è l'esperienza dei santi. Viceversa, chi non sa accogliere la croce rimane sempre, nell'esercizio della sua missione, come un adolescente immaturo, ripiegato su di sé: non è capace di generare vita in abbondanza.

Termino proponendo l'esame di coscienza più esigente che ci sia.

* Che ne è della croce nella mia vita?
La considero come un incidente di percorso, o la considero veramente come il crocevia nell'esercizio della missione che mi è affidata?
Nella mia vita spirituale assomiglio forse a un abile ingegnere stradale, che progetta comode tangenziali, quadrifogli e grandi raccordi, pur di evitare il Calvario?

Cari fratelli e sorelle, bisogna passarci in mezzo al Calvario, come Maria. Allora, morendo e vivendo per amore, ci scopriremo padri e madri di molte genti, e con la Madre del Signore canteremo il Magnificat della nostra salvezza.


(ANNO 2000 - DAL COVOLO E., NOVENA DI MARIA AUSILIATRICE, tenuta nella Basilica di Torino-Valdocco in preparazione alla Festa del 24 Maggio 2000)


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