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    SPIRITUALITA' MARIANA - 6 :
  MARIA, DI SPERANZA FONTANA VIVACE - 1


Maria di Nazaret è vissuta, anche lei, di fede in Dio: si è fidata e affidata a Dio in tutta la sua vita, specialmente dopo l’Annunciazione. E questo lo ha fatto in maniera totale. Ma è vissuta non solo di fede ma anche di speranza (e naturalmente di carità). Sembra banale ricordarlo, eppure è importante perché ha dei risvolti anche sulla nostra spiritualità mariana, e sugli atteggiamenti spirituali che devono strutturarla.

Da secoli la Chiesa la invoca con la Salve Regina, chiamandola “Madre di Misericordia, vita, dolcezza, speranza nostra, salve”. Questa invocazione di Maria di Nazaret come speranza per il cristiano in cammino verso la meta finale che è Dio, non è sfuggita al sommo Dante che nel Canto 33 del Paradiso ha scritto: “Se’ di speranza fontana vivace”. Come dire che Maria è una fonte viva e vivente, continua, produttiva e ricca di speranza, non un semplice ricordo del passato e basta. Sant’Efrem, altro grande cantore di Maria, la pregava: “Dio ti salvi... o speranza dell’anima mia, o salute certa dei Cristiani, o aiuto dei peccatori...”.

Anche il Concilio Vaticano II ha ricordato il rapporto tra Maria di Nazaret e la speranza scrivendo (in Lumen Gentium n. 68) che Maria è “segno di certa speranza per il peregrinante popolo di Dio” e quindi può essere presa, in senso teologale e esistenziale, come modello dai credenti (nn. 61-65).

Dio “stupito” della nostra speranza

Tra i poeti moderni c’è Charles Peguy che si è distinto nel cantare e magnificare la bellezza, l’importanza e la fragilità della speranza. Per questo scrittore, Dio si commuove proprio per la speranza: “La fede non mi stupisce. La carità non mi stupisce. Ma la speranza... ecco quello che mi stupisce. Questa piccola speranza, che ha l’aria di non essere nulla. Questa bambina speranza... La fede è una cattedrale. La carità è un ospedale. Ma, senza la speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero”.

Ecco la bella immagine: Dio che è “meravigliato” della nostra fede, della nostra carità ma che si “stupisce” della speranza. Quasi fosse la più importante e la più difficile delle tre. Queste sono le virtù teologali, perché hanno per oggetto Dio, e quindi sono fondanti la nostra vita spirituale. Sono le “tre sorelle” assolutamente inseparabili, necessarie a tutti i credenti (ma solo a loro?), che si richiamano, si “aiutano” l’una con l’altra. Senza fede non c’è speranza, e senza speranza non c’è traccia di amore per sostenere il nostro vivere giorno per giorno. E la nostra carità vive della speranza che è in noi. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1812) ci ricorda che “le virtù teologali si riferiscono direttamente a Dio. Esse dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità. Hanno come origine, causa ed oggetto Dio Uno e Trino”.

Sono anche le tre virtù che Maria di Nazaret, tra tutti i santi e le sante della storia, ha vissuto in sommo grado durante la sua vita terrena (per questo la chiamiamo Santissima), ed è giustamente invocata come modello di fede, di speranza e di amore.

La fede è fondamento della speranza

Parlando di fede e di speranza e del loro reciproco influenzarsi, non si può non richiamare il versetto della Lettera agli Ebrei (11,1) che recita: “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio”. E subito dopo l’autore propone all’ammirazione una lunga lista di personaggi biblici, eroi della fede in Dio, animati nel loro cammino e nella loro azione (l’amore) dalla speranza che la parola di Dio avrebbe realizzato le promesse che contenevano. E questo anche quando c’era da “sperare contro ogni speranza” (Rm 4,18), vedi Abramo “nostro padre nella fede” ed esempio supremo di speranza incrollabile nella promessa di Dio (un dramma per la sua fede e speranza fu l’episodio di Isacco in Gen 22).

Abramo “credette”, Abramo “levò la tenda”, Abramo “obbedì”, “Abramo partì verso il luogo che gli aveva indicato il Signore”. Abramo aderì fortemente a Dio, stette saldamente fermo e fondato sulla parola che gli aveva rivolto, visse sempre ancorato alla grande promessa che Dio gli aveva fatto. Nonostante tutto, cioè nonostante la apparente contraddittorietà (umanamente parlando) del progetto di Dio su di lui. Qui era fondata la sua speranza: nella sua fede fondata saldamente sulla parola (che era poi una promessa) che Dio gli aveva detto. Sant’Agostino affermò di se stesso, (ma vale per tutti, da Abramo a Maria di Nazaret) che “è perché hai promesso, o Dio, che mi hai fatto sperare”.

Il promettere ha una grande valenza antropologica e psicologica, ed un valore altamente dinamico per l’esistenza. “Promettere è far sperare ed è dare forma al tempo. Biblicamente la promessa crea la sensatezza del tempo, crea la storia... Etimologicamente promettere (dal latino pro-mittere) significa “mandare avanti” o anche “mettere davanti, creare un orizzonte che consente un cammino” (L. Manicardi).

Pensiamo alle famose parole e promesse che si fanno i veri innamorati: “Ti amo” o “Ti amerò per sempre”. Il sentirsi dire questo da una persona è come ricevere una forza dinamica per affrontare il futuro. È come una sorta di ipoteca sul nostro avvenire che così ci sembra sfuggire all’anonimato esistenziale e alla banalità quotidiana. Il futuro, in forza di quella promessa che psicologicamente per noi è una certezza, non appare più indefinito, incerto, senza orizzonte, senza senso, ma preciso, garantito, valorizzato. Quell’amore promesso diventa energia rigenerante e ristrutturante il nostro passato che abbiamo lasciato e soprattutto il futuro che ci aspetta davanti. La nostra vita futura ci fa meno paura perché qualcuno ci ha promesso il suo amore. E questo sembra una garanzia sufficiente per affrontarla lottando, nonostante tutto. Così per Abramo, così per Maria. Così dovrebbe essere per noi.

Fede e speranza di Maria: come Abramo, più di Abramo

Sant’Agostino ha scritto che “è solo la speranza che ci fa propriamente cristiani”. Non bisogna dimenticarlo. Ed è anche vero che “homo viator, spe erectus” che cioè l’uomo ha il coraggio di stare in piedi (erectus) e di poter così camminare (viator) sulla faticosa strada verso Dio, che è la nostra condizione, solo perché è sorretto dalla speranza (spe) di una meta o di un obiettivo da raggiungere. Per lui è un bene desiderato e anche garanzia della propria felicità futura. In termini teologici Dio diventa il Bene Assoluto, che porterà (a suo tempo) la totale ed eterna beatitudine.

Ma come definire la speranza? Cicerone scrisse che la speranza è “Expectatio boni, expectatio mali”, e San Tommaso, gli ha fatto eco, affermando che essa è tensione dell’anima “verso un bene difficile ad acquistare o timore per un male difficile da evitare”. Quindi essa è, in generale, un’aspettativa, una tensione esistenziale verso un qualcosa del futuro, visto come un bene (e quindi apportatore di sicurezza e felicità) per noi, per me.
E Maria di Nazaret su che cosa o meglio su Chi fondava la speranza? Maria era culturalmente e religiosamente una figlia di Israele.

La sua vita spirituale era fondata sulle parole e sulle azioni dette e fatte da Dio lungo la storia; ma soprattutto sulla promessa del Messia e Salvatore del popolo (e per l’umanità, secondo Isaia). Non c’è dubbio che la speranza di Maria, dopo l’esperienza matrice dell’Annunciazione, si è basata sempre sulla parola di Dio e su quel Figlio che le cresceva nel grembo e che lei credeva decisivo per il popolo della promessa, Israele: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, ed il suo regno non avrà fine”. Parole fondanti per il destino dell’umanità e una promessa che strutturavano in maniera piena e definitiva l’esistenza di Maria.

Maria, la prima “cristiana”

Dall’Annunciazione in poi lei è vissuta solo e totalmente per quel Bambino, che era di Dio e anche suo. Ogni azione, anche la più semplice e ovvia era vissuta per amore di quel Figlio, dono di Dio certamente ma anche frutto della propria carne. È certo che ogni sua parola, gesto, progetto, sofferenza, decisione sono stati in funzione di Gesù. Lei si era autodefinita e sarà solo e sempre “la serva del Signore” e perciò solo e sempre “relativa a Lui”. Per tutta la vita. Possiamo dire che Maria così diventava la “prima cristiana. Se non è cristiana lei, chi è mai cristiano?” (Card. Anastasio Ballestrero).

San Paolo un po’ in tutte le sue lettere ha il tema della speranza come tema di fondo, ancorando il tutto al Cristo Risorto, fonte e garanzia di ogni speranza per il credente. Egli vede Gesù Cristo come colui nel quale si sono adempiute tutte le promesse: queste in lui sono diventate “sì” definitivo di Dio all’uomo (2 Cor 1,20), e quindi lo chiama “Cristo Gesù nostra speranza” (1 Tim 1,1). E ai cristiani di Colossi ha scritto: “Non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel Vangelo” (Col 1,23). Per Maria di Nazaret il Vangelo cioè la Buona Notizia di Dio al mondo era suo Figlio. In Gesù lei credeva totalmente (vedi a Cana) ed in lui aveva posto ogni speranza di salvezza.

Anche lei, come Abramo e più di Abramo (che non vide morire il figlio Isacco), ha “sperato contro ogni speranza” sempre, anche quando Gesù moriva in croce. Lei aspettava l’adempimento delle promesse, attraverso quel suo Figlio che moriva apparentemente come un fallito e abbandonato, ma che era sempre il Figlio di Dio, e Dio, lei credeva fermamente, non poteva non mantenere le promesse di salvezza.

Non poteva essere delusa da Lui, mai. “In questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua” (Benedetto XVI, Spe Salvi, n. 50). E così la sua speranza fu premiata con la visione del Risorto.                                                                                                    MARIO SCUDU sdb    


 IMMAGINI:
La fede di Maria ha come fondamento la fede del suo popolo che sviluppò la sua adesione a Dio a partire dalla fede di Abramo.
 La fede di Maria ha come fondamento la fede del suo popolo che sviluppò la sua adesione a Dio a partire dalla fede di Abramo. - Maria visse e trasmise la sua fede a Gesù che nella Santa Famiglia crebbe come un vero israelita.
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Foto Andreas Lothar - Prima dei discepoli, Maria espresse la sua fede nella divinità e nella missione del Figlio suo Gesù.


      RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2009 - 6  
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