NEL DOLORE CI SEI MADRE
L’amore ha in sé il desiderio dell’eternità. Custodisce nella sua dinamica l’energia che lo porta al di là della nostra condizione umana. Eppure, nonostante l’intensità con cui si propone a noi, conosce sempre l’insufficienza e il limite. Le difficoltà, la sofferenza, i lutti e perfino i cambiamenti e i ritmi dell’amore stesso sono inevitabili anche per chi ama col desiderio più tenero. Pur nella sua massima intensità, l’amore conduce sovente chi ama a ripiegarsi su se stesso, ed allora questi si accorge che, per quanto desideri essere una cosa sola con l’amato, ne è ancora distinto e separato.
Ogni gesto d’amore che noi compiamo su questa terra, anche se già realizza ciò che contiene, in realtà promette ciò che solo Dio può dare. Chi è catturato dall’amore avverte questo struggimento in ogni istante: l’assenza dell’amato e il desiderio della sua indubitabile presenza.

È il dolore dell’amore che ha turbato Maria, quando ha avvertito in sé la sofferenza per la separazione di Gesù nei tre giorni in cui lo perdette a Gerusalemme. “Ecco, tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo” (Lc 2,48). Il dolore di Maria era lo spasimo dell’angoscia dettato dallo straniamento, dalla separazione, da un accadimento che muta il corso degli eventi auspicati.
Il vero amore non scorre mai tranquillo. Nemmeno l’amore più spirituale è esente da aridità, sterilità e dalla sensazione che si è perduta la presenza di chi si ama.

In quell’ansia di Maria che torna a Gerusalemme, nel Tempio, per cercare Suo Figlio, abbiamo la manifestazione piena della sua sollecitudine di madre, della sua amorevole premura. “Angosciati, ti cercavamo”, sono le parole che Maria rivolge a nome nostro a Gesù, quando nella notte del dolore o della solitudine Lui sembra riposare su orizzonti lontani, come quando era sulla barca travolta dal mare in tempesta e gli apostoli, turbati, lo svegliarono.
Con lo smarrimento di Gesù al Tempio, anticipo dei tre giorni della Passione, Maria avverte quanto l’amore sia inseparabile dal dolore. Lo aveva presentito a Betlemme, quando visse l’amarezza dell’esclusione, riportata da Luca con quelle scarne parole che contengono tutto il rifiuto dell’uomo: “non c’era posto per loro” (Lc 2,7).

Lo aveva provato nell’improvvisa fuga in Egitto, quando, quasi come un’emigrata clandestina, dovette cercare rifugio per sottrarsi alla crudeltà di Erode. Ora lo vive con un’intensità nuova, più profonda e drammatica.
Prima erano gli uomini la causa della sua tribolazione. Ora è quel Figlio che lei strenuamente ha difeso e per cui Lei vive: “Figlio, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48).

Se precedentemente, Dio era entrato nella sua vita in modo imprevedibile, ora diventa incomprensibile. Dinanzi a questa oscurità, l’angoscia della ricerca non viene attenuata, ma si alimenta di nuovi interrogativi e si distende sui confini del sopportabile.
“Perché ci hai fatto questo?”, non è solo la domanda di Maria, nelle sue parole ci sono le nostre parole, i nostri silenzi, i nostri interrogativi a Dio quando ci visita nella notte della sofferenza. Allora, la nostra domanda non è più nostra, ma diviene quella di Maria: “Figlio, perché?”. Conosciamo tutti la risposta di Gesù: “Non sapevate che io…”. Parole incomprensibili, per Maria, come per noi quando nel dolore ci rivolgiamo a Dio e non sentiamo risposta.

Se in quegli istanti, che paiono essere riempiti solo dall’assenza di Dio, ci sentiamo abbandonati anche da chi abbiamo cercato di amare, allora guardiamo a Maria e come lei portiamoci accanto a Gesù e senza proferire parole, stringiamoci a Lui, come ha fatto lei quando lo riabbracciò dopo averlo ritrovato nel Tempio. Ed in silenzio, allontaniamoci con Lui, dal luogo delle domande senza risposta, tenendolo per mano, come ha fatto Lei, la madre, tenerezza nel dolore.

Solo col tempo, comprenderemo che quei tre giorni di lontananza nel Tempio che produssero così tanta angoscia e tormento, non erano altro che l’anticipo della Passione. Erano il rimanere di Gesù nel Tempio di Suo Padre, per ricostruire nel Suo corpo martoriato dal dolore, la nostra speranza e la nostra vita. Allora, potremo capire che il silenzio di Dio nella nostra sofferenza è la sua solidarietà nel costruire per noi, a nostro favore, un amore che non conosca più l’angoscia dell’assenza e del dolore.
                                                                            
  Giuseppe Pelizza SDB


IMMAGINE:
Maria, Madre di Dio e Signora di tutti gli onori, Monastero di Vatopaidi, Monte Athos 1997
RIVISTA MARIA AUSILITRICE 2002-3
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