Alcuni mesi fa, partecipando ad una funzione della Settimana Santa sono stato commosso da tutto il racconto della Passione, ma in particolar modo dalle ultime parole di Cristo in croce, quando dice al discepolo presente 'Ecco tua Madre' e alla Madre 'Ecco tuo Figlio'. Vorrei una spiegazione un po' approfondita del significato globale di queste parole dette in un momento così importante.
                                                                              Grazie. M. Drago - Cuneo

Rispondo brevemente alla richiesta di una spiegazione delle parole rivolte da Gesù in croce dapprima alla madre e poi al discepolo, servendomi del commento di tre insigni teologi italiani: Mauro LACONI (Il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, pp- 382-384), Bruno FORTE (Maria, la donna icona del mistero, Edizioni Paoline Cinisello Balsamo 1989, pp. 94-97), e Bruno MAGGIONI (I racconti evangelici della passione, Cittadella Editrice, Assisi, 19952, pp. 308-309). Ai quali rimando per approfondimenti.
Premetto che si tratta di un brano che pur nella sua brevità risulta, come si constaterà, tra i più densi e complessi del vangelo di Giovanni, e quindi tra i più impegnativi.

La scena nella quale Giovanni inserisce le parole in questione è la terza di una successione di cinque bozzetti brevi e suggestivi nei quali l'evangelista condensa la sua narrazione della morte di Gesù in croce. Vi troviamo, in sequenza, la presentazione: - del titolo posto sulla croce (vv. 17?22); - dei soldati accanto al Crocifisso, e delle vesti divise (vv. 23-24); - delle donne presso la croce, e precisamente della madre e il discepolo (vv. 25?27).; - della sete di Gesù, del "compimen-to" e della morte (vv. 28?30); - e infine, del costato ferito, e del sangue e acqua (vv. 31?37). Come si vede, il bozzetto che ci interessa, il terzo, si trova al centro: cosa che gli conferisce uno speciale rilievo.

Ed ecco il testo intero. Gv 19,[25]: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. [26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". [27]Poi disse al di-scepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa"

Il dato immediato che balza agli occhi è quello di un Gesù che nel vivo di una agonia bestia-le non si chiude in se stesso, come succede con tanta frequenza a chi soffre, ma pensa a provvedere alla sorte della mamma affidandola al discepolo affezionato. Documento tra i più veri e toccanti del-la Sua totale umanità, della Sua capacità di amore nella dimenticanza di sé. Il racconto di Giovanni è lontano da ogni abbandono sentimentale. Ma l'evangelista, pur tanto impegnato a mostrare do-vunque, anche e specialmente nella croce, la misteriosa trascendenza del Figlio di Dio, non finisce di insistere sulla verità e bellezza della umanità di Gesù.

Ben più importante si mostra però una serie di indicazioni sottostanti messe in luce, oltre che dalla solennità dal contesto dell'episodio, dalla particolarità del linguaggio utilizzato per la narra-zione.
Gesù chiama la madre con l'appellativo donna, forma inusuale nei rapporti familiari, già presente nel racconto delle nozze di Cana, e ricco di evocazioni veterotestamentarie riferite al popo-lo eletto. Ciò fa vedere in Maria una persona singola che ricapitola e rappresenta una totalità, l'antico Israele, diventato con Gesù il nuovo e definitivo Israele, e cioè la Chiesa.
La Madonna non viene menzionata per nome, ma quale madre: in sequenza, madre di Ge-sù, la madre, sua madre. Congiunto al precedente, questo secondo appellativo si presenta come una sua specificazione: Maria rappresenta la Chiesa non solo in quanto la comunità credente è discepola e quindi "figlia", ma anche in quanto tale comunità è "madre".
Anche il discepolo non è indicato per nome, bensì come "il discepolo che Gesù amava". Pure lui ha il ruolo di una persona singola rappresentativa di un tutto, l'insieme dei veri discepoli, e quindi precisamente ancora la Chiesa. E raffigura la Chiesa nella sua qualità di discepola che tutto riceve da Gesù, e cioè quale "figlia".
Tanto la madre di Gesù quanto il discepolo che egli ama non sono personaggi puramente simbolici, bensì reali. Contesto e linguaggio, però, invitano a scorgervi un significato più ampio, oltre la semplice fattualità: precisamente quello della doppia rappresentatività sopra indicata.

Ecco allora una prima decisiva conclusione: l'ultimo atto di Gesù, prima di morire, è stato di fondare la comunità cristiana nelle persone della Madre e del discepolo amato. Dal Golgota nasce la Chiesa, nella sua doppia qualità di figlia e madre, madre perché figlia, feconda perché interamen-te derivata da Gesù.
Se si tiene conto che il Golgota domina la storia allargandosi a tutto il suo decorso in e me-diante l'Eucaristia, si potrà e dovrà aggiungere, anche se oltre il testo, e però in stretto collegamento con esso, che dalla Eucaristia nasce la Chiesa. L'Eucaristia fa la Chiesa, o, per dirla con il titolo latino della recente enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucaristia, la Chiesa è dalla Eucaristia,.. .

Il carattere rappresentativo della donna e del discepolo non abolisce affatto, come già accen-nato, la loro singolarità. Per quanto significhi la Chiesa intera, la "donna" è proprio Maria, persona singola ben definita. E il "discepolo" è proprio Giovanni.
Non solo. Il testo lascia trapelare un doppio affidamento. Non vi è solo quello della donna al discepolo, ma anche, e si direbbe previamente visto che Gesù si rivolge dapprima alla madre, quello del discepolo alla donna.

Se le due constatazioni sono tenute congiunte, si approda ad una seconda conclusione rami-ficata, aperta cioè ad altre quattro indicazioni distinte.
La prima di esse riguarda il rapporto tra Maria persona singola e il discepolo visto sia come soggetto rappresentativo della Chiesa sia come singolo, ed ha un carattere interamente mariologico. Qui, l'affidamento riscontrato nella duplice direzione di Maria affidata al discepolo e del discepolo affidato a Maria, dice il doppio posto che la Madonna, per volontà di Gesù, deve avere nella Chiesa e nella vita dei singoli credenti: più di quanto possa succedere per qualsiasi altro santo o santa, la Chiesa e il singolo credente devono vivere nell'ambito della custodia materna di Maria; nell'area delle devozioni ai santi, nessuna per profondità e universalità può stare alla pari con la devozione mariana. Dopo Gesù, e in forza Sua, nessuna creatura umana ci è così irrinunciabile come Maria. Dopo Gesù ed in forza Sua, a nessuna possiamo concedere un legame più stretto che con Lei.
La seconda indicazione concerne il rapporto tra la donna quale soggetto rappresentativo e il discepolo visto come singolo, ed ha un carattere interamente ecclesiologico. E qui il doppio affida-mento emergente dal testo diventa la sigla, da una parte della irrinunciabilità della Chiesa per il cre-dente, e dall'altra della totalità dell'amore che il credente deve portare alla Chiesa.

Dunque, tenerezza di Gesù per la mamma, certo. Tanto più impressionante quanto è più tragico il momento della sua espressione, e tanto più toccante quando si pensa che è la stessa tenerezza che Egli nutre per noi.
Ma anche, e soprattutto, rivelazione dell'amore espresso dalla croce di Gesù come sorgente e sostanza di ogni bene, e quale carattere di fondo della identità della Chiesa e del credente. E mani-festazione della intensità dei vincoli che legano Maria e la Chiesa ai singoli credenti, e i singoli cre-denti a Maria e alla Chiesa.

                                                                                  GIORGIO GOZZELINO SDB


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