Il prof. D. Enrico Dal Covolo, dell'UPS di Roma, nell'Anno Giubilare del 2000 ha tenuto la novena di Maria Ausiliatrice nella grande Basilica di Torino-Valdocco a lei dedicata, in preparazione alla Festa e alla processione del 24 maggio. L'ultimo dei suoi interventi, molto seguiti e apprezzati, fu sul rapporto tra DON BOSCO E IL ROSARIO.

Quanto segue quindi non è scaturito da nessuna domanda di eventuali lettori...


DON BOSCO E IL ROSARIO

Sfogliando le pagine delle Memorie Biografiche di Don Bosco (MB), il lettore può restare sorpreso dall'abbondanza di testimonianze sul suo tenace attaccamento alla pia recita del santo Rosario.
"Quanti conobbero Giovanni fanciullo", scrive il biografo, "ci attestano il suo amore alla preghiera e la sua grande divozione verso Maria santissima. Il santo Rosario gli doveva essere famigliare, perché‚ dai primi tempi dell'Oratorio fino agli ultimi anni di sua esistenza volle che impreteribilmente fosse recitato dai giovani tutti i giorni: non ammise mai che ci potesse esser causa che dispensasse una comunità alla recita di questo. Era per lui pratica di pietà necessaria per ben vivere, quanto il pane quotidiano per mantenersi in forze e non morire" (MB 1,90).
Queste affermazioni sono sostenute nelle MB da molte altre testimonianze, relative a momenti distinti della vita di Don Bosco. Ne scelgo due: la prima si riferisce all'inizio, la seconda alla fine della sua missione.

Riconducendosi all'anno 1847, il biografo descrive quali erano le pratiche di pietà più comuni nell'Oratorio: "Soprattutto", vi si legge, "stava a cuore a Don Bosco il santo Rosario, e per questo aveva descritto con brevissime contemplazioni i quindici misteri. Una terza parte di Rosario la faceva recitare ogni festa, esortando con fervore i suoi giovani a continuare, potendolo, questa pia pratica, ogni giorno della settimana nelle loro case. Egli intanto finché‚ fu solo ne recitava giornalmente una terza parte con sua madre e poi, aggiungendosi i giovani ricoverati, col Rosario si assisteva nei giorni feriali alla santa Messa. Dal punto che l'Oratorio fu aperto in Valdocco fino ai tempi presenti, ad ogni sorgere di aurora il suo caro recinto risuonò impreteribilmente di questa orazione, così cara al cuore di Maria e così efficace nelle angustie della Chiesa. Una volta all'anno in cappella nella sera di Ognissanti si recitò sempre intiero il Rosario in suffragio delle anime del purgatorio, e Don Bosco non mancava mai di prendervi parte inginocchiato nel presbitéro e guidando sovente egli stesso la preghiera" (MB 3,16).
L'altra testimonianza ci porta all'anno 1886, alla fine ormai della vita del Santo.
"Del suo stato di salute in quei due ultimi anni don Cerruti depose nel processo informativo: 'Quando e il mal di capo e il petto affranto e gli occhi semispenti non gli permettevano pi-affatto di occuparsi, era doloroso e confortante spettacolo vederlo passare le lunghe ore seduto nel suo povero sofà, in luogo talvolta semioscuro, perché‚ i suoi occhi non pativano il lume, pure sempre tranquillo e sorridente, con la sua corona in mano... Sono intimamente persuaso che la sua vita negli ultimi anni soprattutto fu una preghiera continua a Dio" (MB 18,262).

Viene da chiedersi quale fosse il motivo profondo di tale attaccamento alla devozione del Rosario nel nostro Padre e Maestro.
Possiamo rispondere che, pur senza teorizzarlo, Don Bosco aveva compreso - e introdotto nella pratica quotidiana - ciò che un costante magistero pontificio ha insegnato, da san Pio V a Giovanni Paolo II: cio che il Rosario un'autentica scuola di preghiera, che contribuisce in modo eccezionale a sviluppare la dimensione contemplativa della vita.
Scriveva Paolo VI nella Marialis Cultus: "Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell'orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che al Signore fu più vicina, e ne dischiudano le insondabili ricchezze" (n. 47).
E ancora: "La ripetizione dell'Ave Maria costituisce l'ordito, sul quale si sviluppa la contemplazione dei misteri" (n. 46).

Dunque il Rosario è preghiera contemplativa, e scuola di contemplazione.
Ma che cos'è la contemplazione, di cui il Rosario è scuola?

E' la capacità di posare lo sguardo innamorato e riconoscente su ciò che si contempla, in atteggiamento di ascolto, di apertura e di assenso. Il Rosario è scuola di contemplazione perché‚ ci abitua a guardare con gli occhi di Maria gli eventi più importanti della vita di Gesù, partecipandovi intimamente, fino a configurarci ad essi.

Gli antichi monaci sostenevano che la vera contemplatio è la pratica della vita: della vita rinnovata, convertita dal messaggio evangelico.
Pure il dialogo contemplativo di Maria con l'Angelo si conclude con una scelta di vita: "Io sono la serva del Signore: si compia in me la tua parola...".
Così il Rosario è insieme scuola di contemplazione e preghiera della vita: è un appello urgente, una strada maestra, perché‚ la vita sia trasfigurata in termini evangelici. L'anima che pratica sapientemente il Rosario rigenera il tessuto dell'esistenza alla luce della vita di Cristo e di Maria.
Credo che Don Bosco, con l'intuito proprio dei santi, avesse ben compreso tutto questo.
Egli, uomo dell'unione con Dio, uomo che - soprattutto negli anni della dolorosa vecchiaia - era ormai diventato, secondo la testimonianza di don Cerruti, "una preghiera continua a Dio", egli ci lascia la dolce eredità della recita quotidiana del Rosario, con il quale Maria stessa insegna ai suoi figli come unirsi ai misteri di Cristo.

Non lasciamolo mai! Allora, guidati da Maria, potremo ripetere con la nostra vita le sue stesse parole: "Ecco, io sono la serva del Signore: si compia in me la tua parola...".


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE
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