LA MIA CORONA
COINVOLGE TUTTA LA CHIESA

7 OTTOBRE: BEATA VERGINE DEL ROSARIO


Diversamente dalle altre  preghiere, il Rosario è contemplazione e devozione, può essere una meditazione o una paraliturgia in Chiesa, ma si può praticare anche da soli, camminando (come faceva Piergiorgio Frassati salendo da Pollone al Santuario d’Oropa), per le strade del mondo (come lo teneva tra le mani tutto il giorno san Benedetto Giuseppe Labre) in treno o in attesa del tram (come usava “recitarlo”, senza darlo a vedere, Contardo Ferrini), sia in un pellegrinaggio giubilare, sia in un funerale o visitando un cimitero. Non siamo mai soli, poiché in ogni Mistero rosariano fanno capolino santi e sante d’ogni genere, che ci accompagnano.
Il Padre Sertillanges definì il Rosario “una lunga distrazione verso Dio”, perché la mente divaga tra le fasi della Redenzione e le esigenze di ogni giorno e d’ogni ora, mentre le labbra, in sottofondo, ripetono il saluto dell’Angelo Gabriele e della cugina Elisabetta alla Madonna, e invitano la Madre di Dio a non dimenticare che è anche Madre della sua Chiesa. Non importa se ci distraiamo: colleghiamo tutto al Signore. “Basta l’intenzione!” diceva padre Mac Nabb. Come i grani sono collegati l’uno all’altro, così noi siamo collegati a tutta la Chiesa orante, che supplisce alle nostre meschinità, mentre sgraniamo la nostra corona.
Anticamente si recitava la corona dei 150 Salmi (il Salterio): gli illetterati pregavano con una serie di Paternoster, ripetuti 50, 100, 150 volte, quanti erano i grani che ci si proponeva di offrire. Poi si passò alle “ghirlande di rose” che consistevano in decine di Pater-Ave-Gloria, finché si arrivò, sempre in latino, a recitare un Pater, 10 Ave e un Gloria Patri per ogni Mistero. Santa Rosa da Lima usava infilare nel braccio una di quelle ghirlande per ricordare le decine della corona, mentre lavorava. San Martìn de Porres la portava al collo, mentre il Savonarola conservava una coronella di 50 grani, chiusa solo da una crocetta. Oggi si usa la decina sull’anello dentato o una rotella come la portano gli scouts o le guide.
Le appendici di tre grani separati in fondo, prima del crocifisso, rappresentano i tre Pater-Ave-Gloria che si devono recitare per l’acquisto delle Indulgenze collegate con il Rosario: di per se stessi però non fanno parte del Rosario, come non ne fa parte l’ultimo grano che rappresenta la Salve Regina. Non aggiungiamo altre giaculatorie o Requiem o invocazioni: possono pensarsi mentre si recitano le Avemarie! Non dimentichiamo che fino al 1570 l’Ave Maria terminava a metà, dopo il nome di Gesù. Perché allungare all’infinito una devozione così breve e limitata ai Misteri (cinque, dieci o quindici) da meditare?
Un Gruppo di “Consacrati” della basilica di san Domenico a Bologna, ha recentemente preparato un calendario dove si illustra la storia del Rosario sin da quando era un semplice “salterio” e si era diffuso nel mondo monastico del XII secolo, soprattutto presso i Certosini. Ma fu san Domenico e i Domenicani che contribuirono in maniera definitiva all’affermazione della pratica devozionale del Rosario: “Sull’esempio del loro Padre S. Domenico, che recitava mille volte al giorno la prima parte dell’Ave Maria meditando gli eventi principali della rivelazione cristiana, i suoi figli hanno sviluppato la devozione del Santo Rosario e ne sono diventati i primi propagatori. Tra questi Domenicani si sono distinti Alano de la Roche († 1475) che iniziò e diffuse le Confraternite del Rosario in tutta Europa; Giacomo Sprenger († 1495), che divise i misteri in gaudiosi (della gioia), dolorosi (del dolore) e gloriosi (della gloria); il Papa Domenicano S. Pio V († 1572), che definì la forma tradizionale del Rosario e ne istituì la festa; e infine Matteo Ricci († 1643), grande apostolo del Rosario e fondatore di innumerevoli Confraternite”.
“Il Santo Rosario è una preghiera semplice che muove il cuore alla conversione, all’intercessione, alla contemplazione e all’evangelizzazione. Meditando gli episodi principali della vita di Gesù e di Maria, chiamati «misteri» perché rivelano il «misterioso» e amorevole intervento di Dio nella storia umana, il cristiano sente il bisogno di cambiare e diventare migliore (conversione), di pregare perché il Signore lo aiuti nel suo cammino (intercessione), di amare intensamente le cose di Dio, trovando in esse una pienezza di bene (contemplazione), e infine di comunicare agli altri quelle verità divine che danno significato e gioia all’esistenza (evangelizzazione)”.
La fortuna della corona del Rosario, nel Seicento e nel Settecento si trasferì nel campo missionario, come sintesi del Vangelo e facile forma di catechismo, mentre le religiose contemplative ed attive di tutto il mondo ne facevano l’orazione di sostegno per tutte le anime dei vivi e di suffragio per i fedeli defunti.
L’organizzazione capillare delle Confraternite del Santo Rosario in tutti i paesi dell’America Latina, nelle Filippine, in Cina, Giappone, Corea e Vietnam forniva alla Chiesa uno stuolo di Martiri laici, intere famiglie, che affrontarono le durissime prove delle persecuzioni, della prigionia e della tortura più atroce con la corona in mano, confidando tenacemente nell’intercessione di Maria.
Il Rosario scorreva tra le mani di tutti i santi dell’Ottocento, da S. Bernardette a Don Bosco, che lo rivalutava come preghiera educativa della gioventù cristiana, insieme a S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, S. Giuseppe Cafasso e S. Maria Domenica Mazzarello. Nel Novecento abbiamo avuto S. Maria Goretti che spezzò la sua corona nel tentativo di resistere al suo assalitore; S. Massimiliano Kolbe che nel campo di sterminio dei nazisti trova ancora la forza di propagandare il Rosario di Maria prima del suo estremo sacrificio d’amore; Edith Stein, la carmelitana tedesca che meditava i misteri con la sorella ebrea nel campo di concentramento, e con tanti missionari e missionarie vittime del loro ministero angelico nel mondo...
Il Rosario ha una spiccata natura comunitaria, e per questo è particolarmente adatto ai gruppi, alle processioni e ai pellegrinaggi. Ma più specificamente il Papa, nell’esortazione apostolica Marialis cultus del 1974, lo indica come preghiera della famiglia, che è il “santuario domestico della Chiesa”. Per sottolineare l’importanza della recita del Rosario in famiglia, la Chiesa ha concesso per questa pratica l’indulgenza plenaria (che è prevista anche per il Rosario in chiesa in un gruppo), quando se ne reciti almeno la terza parte, cioè cinque misteri.
Così la preghiera del Rosario, che unisce la mente e il cuore di ogni persona con Dio, aiuta a fortificare gli affetti e a rinsaldare la pace familiare. E diventa anche un mezzo semplice ed efficace per parlare “o con Dio o di Dio”, come diceva sempre S. Domenico.
                                                                                  Reginaldo Frascisco


IMMAGINE:
L'Annunciazione di Filippo Lippi - Museo di Capodimonte - Napoli
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2000-9
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