LA TILMA DELLA MORENITA


Mexico, la “Città del Sole”, capitale dell’impero degli Aztechi, edificata sulle acque del lago Texcoco, è apparsa splendida agli occhi dei conquistadores spagnoli, sbarcati sulle coste dello Yucatán nel 1519 guidati da Hernán Cortés. Solo dopo un lungo assedio di ottanta giorni, nell’agosto del 1521, la città viene conquistata e rasa al suolo. Gli Aztechi sopravvissuti al massacro si trovano dispersi non solo fisicamente, ma soprattutto culturalmente. Molti testi in lingua azteca descrivono il loro trauma anche religioso: gli dèi, nei quali hanno creduto i loro padri, sono caduti sotto la spada degli uomini venuti dal mare, e non li hanno difesi!
Dieci anni dopo la caduta della “Città del Sole” un fatto straordinario segna la rinascita degli Aztechi. Nei primi giorni di dicembre del 1531 a Juan Diego, un indio da poco convertito al cristianesimo, appare sul colle Tepeyac, appena fuori della città, una fanciulla che si manifesta, nel dialetto locale, come la “Sempre Vergine Santa Maria” e che gli chiede di andare dal Vescovo Juan de Zumárraga, francescano, per manifestargli il suo desiderio che venga eretto un Tempio nel quale Ella possa aiutare e proteggere tutto il popolo. Juan Diego corre ad eseguire il comando, ma il Vescovo, dopo averlo ascoltato, chiede “un segno” che confermi la veridicità del suo racconto. L’indio non si scoraggia. La Vergine, dopo averlo rassicurato della guarigione dello zio morente, Juan Bernardino, gli chiede di tornare sul colle a raccogliere, nonostante il gelido inverno, delle rose. Con questi fiori, gelosamente custoditi nel suo mantello, Juan Diego ritorna dal Vescovo, e quando vuole mostrargli “il segno”, sulla sua Tilma (mantello) si vede impressa l’Immagine della Vergine. È il 12 dicembre 1531. La Vergine Morena è riconosciuta dal Vescovo come il ritratto della Madre di Dio, ed attorno ad essa il popolo e la cultura degli Aztechi trovano l’unità e l’identità smarrite dieci anni prima con la caduta del loro impero.
L’Immagine impressa sul mantello di Juan Diego è pienamente comprensibile per gli indios e accettabile per gli spagnoli. Per gli indios, l’Immagine rappresenta la sintesi della loro cultura: i colori, il volto, le mani, la tunica, il manto, l’angelo, la luna, le stelle, tutto indica che il cristianesimo può portare a compimento la loro antica cultura azteca. Per gli spagnoli, l’Apparizione richiama la Madonna di Guada-
lupe di Estremadura, patria di Cortés, dove la Madonna è apparsa nel 1330 ad un pastore, lasciando un’Immagine dal volto simile a quello della Vergine Morena. Risulta pertanto un’Immagine totalmente india e totalmente spagnola. Due popoli, due mondi tanto distanti culturalmente e politicamente, trovano nell’Immagine di Guadalupe la sintesi meravigliosa da cui scaturisce la civiltà cristiana dell’America Latina di oggi.
L’avvenimento dell’apparizione della Madonna è subito oggetto di studio e di dibattito. Molti sono i documenti sia della letteratura indigena, come di quella spagnola; il più antico è la relazione primitiva “Questa è la gran meraviglia” redatta in lingua locale tra il 1541 ed il 1545.
Tra i tanti che hanno studiato la composizione del mantello e la consistenza dell’Immagine, vi è il pittore Michele Cabrera, invitato dall’Abate di guadalupe nel 1751 ad esaminare l’Immagine da vicino e a giudicarla “secondo le regole dell’arte”. Il cabrera nel 1756 pubblica il suo giudizio nel libro intitolato “Maravilla americana”; per lui costituisce già una meraviglia la lunga durata di oltre 225 anni di cui gode l’Immagine, date le condizioni ambientali in cui si trova il Santuario, per l’umidità e l’abbondanza di salnitro. Il Telo poi su cui è dipinta l’Immagine “è formato da due pezze uguali unite o cucite da un filo di cotone molto sottile, che di per sé è incapace di resistere a qualsiasi tensione. Questo fragile filo, invece, resiste da ormai più di due secoli alla forza naturale del peso e del tiro dei due Teli che unisce, i quali, per loro natura, sono pesanti e molto più ruvidi del debole cotone”.1 “Il tessuto è grezzo” come quello tipico ricavato dagli indigeni per i loro mantelli dalle fibre di alcune palme. La sua ruvidezza però “che appare alla vista e che non può non avere, considerando il materiale di cui è fatto, al tatto, risulta invece di una gradevole soavità, assai simile a quella della seta fine”.
Il telo poi non presenta alcuna preparazione o “fondo” su cui sia stata dipinta l’Immagine. Così dichiarano, sotto giuramento, i pittori chiamati ad esaminarlo “sul davanti e sul retro” nell’anno 1666: “osservato il telo sul rovescio, vi si vede trasportata la Santa immagine con tutti i colori che si ammirano sul dritto. Dal che si deduce la totale mancanza del fondo”.
Il disegno dell’Immagine risulta perfettamente rifinito e manifestamente meraviglioso, in una simmetria bellissima e piacevole, secondo tutti i canoni classici della pittura.
Studi recenti hanno scoperto alcuni particolari interessanti trovati ad esempio, negli occhi, sulla tunica e sul manto della Vergine, nel volto dell’angelo. Mario Sanchez Rojas ha studiato la posizione delle stelle del manto, individuandone le principali costellazioni, ed ha scoperto una stupenda correlazione tra queste e quelle del cielo di México nel solstizio dell’inverno del 1531.
Santa Maria di Guadalupe, la “Morenita” Patrona dell’America Latina non ha ancora finito di stupire.

                                                                     Don Mario Morra SDB


IMMAGINE:
L'Immagine della Madonna di Gudalupe (Messico)
1 Claudio Perfetti, Guadalupe. La Tilma della Morenita (Ed. Paoline, 1987).
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2001-11
VISITA
 Nr.