Carissimi
fratelli e sorelle nel Signore,
In questo anno
in cui commemoriamo il 150° anniversario della fondazione
della Congregazione e della Famiglia Salesiana, la Festa di Maria
Ausiliatrice assume un tono del tutto particolare, perché
con la Chiesa celebriamo la Solennità dell'Ascensione
di Gesù. L'Ausiliatrice, pertanto, oggi ci raduna attorno
a sé, da vera mamma, per celebrare il trionfo del suo
Figlio, glorificato dal Padre davanti ai suoi discepoli.
Appunto perché
- come affermava Don Bosco - tra noi "Maria ha fatto tutto",
Lei ci ha insegnato a mettere il suo Figlio Gesù al centro
della nostra vita, come il dono più prezioso che il Padre
ci ha dato attraverso la sua maternità. A sua volta, Gesù
ci ha lasciato la sua madre come madre nostra. Da Lei abbiamo
imparato a fare quello che suo Figlio ci dice.
Oggi La invochiamo
perché ci insegni a vivere contemplando il cielo, che
è la nostra meta, e, allo stesso tempo, lavorando instancabilmente
per la costruzione del Regno del Suo Figlio, che è la
missione che Egli ci ha affidata, inviandoci in tutto il mondo
a rendergli testimonianza e predicare il Vangelo ad ogni creatura.
Si tratta di doni e di compiti più che mai necessari per
la nostra umanità oggi, specialmente per i giovani. Questa
sarà la forma migliore di avere speranze fondate di continuare
a scrivere una storia di salvezza per i giovani, come abbiamo
fatto questi 150 anni.
Centriamo dunque
la nostra riflessione sull' evento salvifico che oggi siamo chiamati
a celebrare. Si tratta di un avvenimento con numerosi risvolti
e significati. A livello semplicemente umano, l'Ascensione del
Signore significa che un uomo ha raggiunto finalmente la pienezza
di vita in Dio, appagando una volta per tutte la sua infinita
sete di felicità, di vita e di amore.
A livello cristologico
significa che il Padre ha incoronato il Suo Figlio, che era stato
rifiutato, tradito e rinnegato dai suoi, e lo ha fatto sedere
per sempre alla sua destra con il potere di salvare. A livello
eclesiologico significa che una volta che il Signore è
salito dal Padre e non è più fisicamente presente
in mezzo a noi, tocca alla Chiesa prolungare nel tempo la rivelazione
dell'amore di Dio attraverso la testimonianza, l'evangelizza-zione
del mondo, l'impegno nella sua umanizzazione.
Ma vorrei oggi,
in particolare, mettere a fuoco un elemento che mi sembra assai
importante per la nostra spiritualità, quello della speranza
che ci sorregge nel nostro cammino e non ci fa perdere di vista
il traguardo. Quello che il nostro amato padre, don Bosco, additava
in modo assai azzeccato ai suoi ragazzi dicendo: "Un pezzo
di cielo aggiusta tutto".
La solennità
dell'Ascensione di Gesù in effetti ci manifesta e ci fa
pregustare la visione del "cielo", che è la
nostra dimora permanente. Il fatto che uno di noi, Gesù,
abbia raggiunto Dio, che è nei cieli, ci ricorda qual
è la nostra meta e ci sprona a vivere considerando questa
vita come temporanea, non definitiva, e dunque ad anelare a quella
che è la nostra vera casa, la nostra vera patria: Dio
stesso.
L'Ascensione
ci svela qual è il futuro che Dio ha riservato ai suoi
figli. E il futuro è precisamente quello raggiunto da
Gesù. Ecco perché abbiamo bisogno di "vedere"
fin d'ora questo cielo, per poter vivere bene già su questa
terra: ricolmi di gioia, di entusiasmo.
Il mistero
dell'Ascensione, appena accennato dal Vangelo di Marco, è
narrato con maggiore ampiezza dagli Atti degli Apostoli. Gesù
- scrive Luca - al termine dei suoi giorni, dopo aver parlato
ai discepoli "fu elevato in alto sotto i loro occhi e una
nube lo sottrasse al loro sguardo".
Fu un'esperienza
straordinaria per quel piccolo gruppo di discepoli. Possiamo
immaginare il misto di stupore e di tristezza per la separazione;
tanto che rimasero a guardare il cielo. Mentre erano fissi in
questa posizione, "ecco due uomini in bianche vesti si presentarono
a loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare
il cielo? Questo Gesù
tornerà un giorno
allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo".
Normalmente
si interpreta questo testo come una sorta di dolce ma fermo rimprovero
ai discepoli, perché non si fermino a guardare le nubi
del cielo, ma ritornino con il loro sguardo e soprattutto con
il loro impegno nell'orizzonte della vita di tutti i giorni.
Del resto non era stato Gesù stesso ad esortare gli Apostoli,
proprio un momento prima di lasciarli, dicendo: "andate
in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura"
(Mc 16,15-20) ? Tutt'altro quindi che restare a guardare il cielo!
Ma nel tenere
gli occhi fissi al cielo c'è anche una verità da
cogliere. Non che i cristiani debbano formare un gruppo di esoterici
fermi a contemplare dottrine astratte, magari per evadere la
complessa e talora durissima vita quotidiana. Tenere gli occhi
fissi verso il cielo vuol dire tenere ben fermo lo sguardo alla
meta a cui dobbiamo condurre noi stessi e il mondo. Scrive il
profeta Isaia: "Nessun orecchio ha mai sentito e nessun
occhio ha mai visto
ciò che Dio ha preparato per
coloro che lo amano" (Is 64,3).
L'ignoranza
del cielo che Dio ci ha rivelato rende senza senso e quindi amara
e triste, violenta e crudele, la vita sulla terra. Perciò
nulla di più assurdo che quello spot apparso su alcuni
autobus con la scritta dei cosiddetti "atei umanisti":
"Probabilmente Dio non esiste.
Dunque non
preoccuparti più. Godi la vita". L'apostolo Paolo
sembra insistere perché i credenti guardino oltre il presente:
"La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo
come salvatore il Signore Gesù Cristo" (Fil 3,20).
Del resto, chi non vede quanto sia necessario far salire più
in alto, appunto verso questo cielo che Gesù ha riaperto,
questo nostro mondo spesso trascinato così tragicamente
in basso? Siamo entrati nel nuovo millennio senza utopie, senza
sogni, a testa bassa e con gli occhi ripiegati solo su noi stessi.
E la crisi economica e le guerre e le violenze e il pragmatismo
continuano ad avere un predominio incontrastato. E per di più
sembra affermarsi più decisamente uno sviluppo senza trascendenza,
un relativismo che sfocia nel nichilismo, un predominio della
materia sullo spirito.
In tal senso,
la festa dell'Ascensione è sommamente opportuna, una grazia
concessa a noi perché spingiamo il nostro sguardo un po'
più in alto del nostro orizzonte abituale. E vedremmo,
come attraverso uno spiraglio, il futuro della storia umana,
anzi dell'intera creazione; non un futuro generico, più
o meno ideologico e astratto, ma concreto: fatto di "carne
ed ossa come vedete che ho io", potremmo dire parafrasando
una affermazione di Gesù.
Egli, per primo,
ha inaugurato il nuovo futuro di Dio entrandovi con tutto il
suo corpo, con la sua carne e la sua vita, che sono carne e vita
del nostro mondo. Da quel giorno, il cielo inizia a popolarsi
della terra, o, con il linguaggio dell'Apocalisse, iniziano i
nuovi cieli e la nuova terra. Il Signore li apre perché
tutti possano entrarvi. Già la sua madre, Maria, lo ha
raggiunto: assunta anche Lei con il suo corpo, e perciò
glorificata ed assisa accanto al Figlio, continua ad essere Ausiliatrice
ed intervenire nella storia, per far sì che il Figlio
torni a trasformare l'acqua in vino, riempiendo di gioia, di
senso e di speranza la vita.
L'Ascensione
è il mistero della Pasqua visto nel suo compimento, contemplato
dalla fine della storia. L'Ascensione non è solo l'ingresso
di un giusto nel regno di Dio, ma la gloriosa intronizzazione
del Figlio "seduto alla destra" del Padre.
Questa raffigurazione,
presa dal linguaggio biblico, esprime simbolicamente il potere
di governo e di giudizio sulla storia umana del Cristo risorto:
"Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra"
(Mt 28,18). Non siamo più immersi in una storia senza
orientamento, vittime del caso o degli astri o di forze oscure
e incontrollabili. E fanno tristezza coloro che scrutano i cieli
(pensiamo alla folla di scrutatori degli oroscopi) in cerca di
segni di protezione per fuggire la paura e l'insicurezza della
vita.
Il Signore
asceso è Lui stesso il nostro cielo e la nostra sicurezza.
Egli ci attrae verso il futuro che Lui ha già raggiunto
in pienezza. E ai discepoli di ogni tempo conferisce il potere
di dirigere la storia e il creato verso questa meta: essi possono
cacciare i demoni e parlare la lingua nuova dell'amore; possono
neutralizzare i serpenti tentatori e vincere le insidie velenose
della vita; possono guarire i malati e confortare chiunque ha
bisogno di consolazione.
Questa forza
sostiene e guida i discepoli sino ai confini della terra e verso
il futuro della storia. Il Vangelo di Marco conclude: "partirono
e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme
con loro". Così sia per ciascuno di noi e per tutte
le nostre comunità cristiane.
Chiediamo a
Maria che ci insegni a vivere contemplando, tenendo fisso lo
sguardo al cielo, mentre portiamo il Vangelo e Cristo a tutti
i giovani del mondo perché abbiano vita in abbondanza.