"Giuseppe
fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore"
Omelia nel 150º anniversario della Fondazione della Congregazione
Ger 23, 5-8; Sal 71; Mt 1,18-24
Carissimi fratelli, sorelle, membri della Famiglia Salesiana,
giovani,
Vorrei esprimere
la mia gioia per la grazia di celebrare assieme a voi, qui a
Valdocco, nella Basilica di Maria Ausiliatrice, questa eucaristia
in cui esprimiamo la nostra lode e riconoscenza al Signore per
il 150º anniversario della fondazione della nostra amata
Congregazione, seme da cui è nata la Famiglia Salesiana.
Con tutti i
confratelli sparsi nel mondo, ma uniti spiritualmente oggi a
noi nella Casa della Mamma, vogliamo ringraziare Dio nostro Padre
e Don Bosco perché nella Congregazione abbiamo potuto
realizzare la nostra esistenza in una forma piena, gioiosa, attraente,
feconda e approfondire il nostro progetto di vita.
Abbiamo vissuto
un autentico anno di grazia, un giubileo, in cui abbiamo voluto
percorrere un cammino di rinnovamento spirituale attraverso la
riscoperta del valore inestimabile della nostra consacrazione,
convinti che la Congregazione avrà un futuro fecondo così
come ha avuto un passato brillante, a condizione che ci siano
giovani che continuino a consegnare completamente la loro vita
a Dio perché sia Egli a disporre di essa e investirla
nella salvezza dei giovani.
Nel nostro
percorso siamo stati richiamati a una più fedele osservanza
delle Costituzioni, la Regola di Vita che raccoglie l'esperienza
spirituale, apostolica e pedagogica del nostro Fondatore e Padre.
Solo conoscendole, amandole, pregandole e mettendole in pratica
potremo diventare Don Bosco un giorno dopo l'altro.
Abbiamo una
meravigliosa storia di 150 anni da raccontare, ma anche una bella
storia ancora da scrivere, e per farlo non c'è altra strada
che partire dai giovani, credere alla loro capacità di
scelte generose e coraggiose, diventare compagni di cammino ed
insieme prendere in mano il "sogno del padre" per trasformarlo
ogni giorno in realtà nelle più variegate situazioni
e contesti in cui ci troviamo a vivere, da figli suoi, la vocazione,
svolgendo la missione salesiana. I giovani continuano ad essere
la parte più preziosa della nostra eredità.
Come i grandi
santi fondatori, Don Bosco diede origine ad una famiglia spirituale
apostolica, la Famiglia Salesiana, convinto che la salvezza dei
giovani attraverso la promozione umana, l'educazione, l'evangelizzazione
ha bisogno di un immenso movimento di persone che lavorino in
rete, con comunione d'intenti e progetti condivisi. Nei prossimi
150 anni la storia salesiana dovrà vederci come una vera
famiglia attorno a un padre comune, animati dal suo spirito,
agendo sempre più chiaramente come movimento.
Oggi dunque
siamo convenuti a Torino, più precisamente a Valdocco,
presso la culla dove siamo nati, portando con noi tutti i confratelli,
ben rappresentati dal Rettor Maggiore e dal Consiglio Generale,
per celebrare con riconoscenza, gioia e responsabilità
il gesto generoso, coraggioso e fecondo realizzato il 18 dicembre
1859 da quel gruppo di giovani dell'Oratorio di Valdocco che
decisero di restare per sempre con Don Bosco, fare a metà
in tutto, lavoro, gioie e sofferenze, assumere il suo progetto
spirituale e apostolico, e impegnarsi a dare continuità
e sviluppo alla missione salesiana.
Non c'è
dubbio che essi hanno fatto stupendamente il loro mestiere di
fondatori, come stanno a dimostrarlo la crescita della Congregazione,
la fioritura della Famiglia Salesiana, l'estensione dell'opera
in tutto il mondo, e la santità della nostra famiglia.
Noi accogliamo
oggi questa preziosa eredità e, con il rinnovamento della
professione, ci consegniamo ancora una volta pienamente al Signore
e assumiamo la grazia e il compito di continuare a scrivere questa
bella e significativa storia di salvezza per i giovani.
La stagione
liturgica di Avvento in cui avviene questa celebrazione, e la
Parola di Dio che è stata proclamata, ci offrono gli elementi
di futuro. Da una parte, condividere compassionevolmente la drammatica
situazione dell'umanità bisognosa di Luce, di Gioia, di
Pace, di Vita, di Amore, di Dio. Dall'altra, accogliere Dio ogni
giorno della nostra vita, plasmare la nostra condotta su quella
del Cristo e del suo Vangelo, e prolungare nella nostra vita
il suo sforzo per rendere presente il Regno di Dio.
La profezia
di Geremia investe uno dei momenti più torbidi della storia
d'Israele; tuttavia è un messaggio carico di speranza.
Prima annuncia la venuta di un re saggio, che discende da Davide
quale "germoglio giusto" per guidare i suoi da vero
pastore; poi, dichiara la fine dell'esilio, della dispersione
e il ritorno d'Israele a "dimorare nella propria terra".
Dio darà al suo popolo un messia, un salvatore, il cui
nome sarà "Signore nostra giustizia"; la presenza
del suo inviato farà più sopportabile a Israele
l'attesa della salvezza di Dio.
Se questa Parola
è luce per la nostra vita e speranza per "i giovani
poveri, abbandonati e pericolanti" anche oggi, nell'inviato
da Dio annunciato da Geremia identifichiamo noi, salesiani, Don
Bosco, questo luogotenente di Dio che ci ha guidato da vero pastore
ed ha assicurato la prossimità di Dio a quanti hanno in
lui un padre saggio e un ottimo maestro di vita. Chi sa accogliere
l'inviato di Dio, può contare ormai sulla liberazione
di Dio. A un popolo smarrito e disorientato, come lo sono i nostri
giovani, a un mondo confuso e disperato, come lo è il
pianeta giovani, Dio ha pensato di donare speranza e salvezza.
Ha fatto germogliare Don Bosco, come prova del proprio impegno
nei loro riguardi e come segno del suo amore per loro.
Il re annunziato
dal profeta doveva nascere per opera dello Spirito. E noi salesiani
siamo certi, e fieri, che è stato lo Spirito di Dio a
suscitare Don Bosco (C. 1). È così che attua Dio:
per salvare gli uomini ha bisogno di uomini.
Mistero della
sua bontà: solo Lui può salvare, ma salva soltanto
con noi e per noi. Lo ha ricordato il vangelo: Dio si è
servito di Giuseppe, uomo semplice e di profonda fede, per portare
avanti la sua storia di salvezza incentrata in Gesù.
Giuseppe non
ostacola il disegno di Dio, entra nel mistero anche senza comprenderlo
fino in fondo, si fida del suo creatore e collabora con docilità
e fiducia. Dio, per realizzare il proprio disegno, la sua volontà,
si serve sempre degli uomini che la accolgono e la fanno, anche
se spesso misteriosa e incomprensibile. Giuseppe fu uno di quelli
che, con l'obbedienza della fede, visse la sua chiamata nella
ricerca di Dio e del suo volere, e portò avanti con Dio
il meraviglioso disegno di salvezza.
Nel figlio,
che non è stato suo né mai lo diventerà
in realtà, perché non sarà genitore ma padre,
Giuseppe offre qualcosa di sé, la rinuncia a un presente
da lui gestito per permettere a Dio di gestire la sua vita e
realizzare la sua storia di salvezza.
Giuseppe è
giusto non per quello che fa, ma perché rinuncia a portare
avanti il proprio progetto personale; non offre a Dio quello
che ha, rifiuta di darsi quello che ha sognato, una famiglia
propria, un proprio figlio. Fonda così la vita sulla parola
di Dio, appena intravista in sogni; non si difende da essa né
la interpreta accomodandola ai propri desideri; legge gli avvenimenti
e li comprende nella misura in cui interiorizza, appropriandosene,
la Parola e la vive nel proprio quotidiano. Fare la volontà
di Dio non lo esilia dal mondo né lo rende indifferente
di fronte ai bisogni altrui.
Esiste, tuttavia,
una condizione previa per arrivare all'obbedienza a Dio, ed è
restare in dialogo con Lui. Per riuscire a sapere che cosa vuole
Dio da lui, Giuseppe deve impegnarsi ad ascoltarlo: soltanto
chi sa ascoltare riesce a sapere a che cosa obbedire; solo colui
che si pone in religioso ascolto è 'impiegato' dal Signore
per i suoi piani a vantaggio degli uomini, come lo furono Maria
e Giuseppe, e come lo furono Giovanni Bosco e i 17 giovani che
con lui fondarono la Congregazione Salesiana.
Come Giuseppe,
Don Bosco conobbe la volontà di Dio in un sogno. In esso
conobbe a chi si doveva consacrare (i giovani a rischio), come
fare della vita una missione (la presenza e l'amorevolezza) e
su chi contare (Maria, la madre di Gesù). A tutti noi
Dio ha voluto scoprire il suo sogno invitandoci a farlo nostro
con la nostra obbedienza.
Seguire il
sogno farà sì che Dio faccia fiorire nel cuore
dei nostri giovani il germoglio giusto, il suo regno di giustizia
e di pace con la ricchezza dei suoi valori umani, che si espanda
come luce su tutti i popoli. Dio non si farà 'Dio-con-noi'
se noi non condividiamo il suo sogno di salvezza, collaborando
alla sua opera.
Per avere salvezza,
e averla in abbondanza, i nostri giovani hanno bisogno di Dio
e di noi. Siamo stati chiamati per nome per stare con Lui ed
essere inviati ai giovani ad essere per loro un segno dell'amore
di Dio, del suo impegno per la loro felicità, per la loro
riuscita in questa vita e la loro pienezza nell'eternità.
Oggi come 150
anni fa, per rendersi presente tra i giovani, specialmente i
più diseredati ed emarginati, e per salvarli, Dio ha bisogno
di noi, della nostra fede fatta di rinuncia ai nostri progetti,
e di assunzione del suo, come Giuseppe che "fece come gli
aveva ordinato il Signore".
Con il rinnovo
della professione vogliamo esprimere la nostra disponibilità
incondizionata a Dio, perché trovi in noi - come ha trovato
in Don Bosco - i collaboratori che sta cercando. Facciamo nostro
il sogno di Don Bosco, che è il sogno di Dio.
Facciamo nostro
il gesto generoso e coraggioso di quel gruppo di giovani radunati
attorno a Don Bosco una sera come questa, 150 anni fa, e Dio
continuerà a scrivere la sua storia di salvezza. Maria
ci sia sempre e ovunque Madre, maestra e guida. Amen.
Don Pascual Chávez
V., SDB, Rettor Maggiore
Torino-Valdocco, 219
dicembre 2009