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        Santuario-Basilica di Maria Ausiliatrice
   
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FESTA DELLA FAMIGLIA SALESIANA: Torino-Valdocco – 25 Aprile 2009
OMELIA PER LA MESSA DI SAN GIOVANNI BOSCO (Flp 4,4-9; Mt 18,1-6.10)


«Ciò che avete ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare»

Carissimi fratelli, sorelle, membri della Famgilia Salesiana, giovani:
 
Comincio per esprimere la mia gioia per la grazia di celebrare assieme a voi, qui a
Valdocco, questa eucaristia in cui vogliamo esprimere la nostra lode e riconoscenza al Signore in occasione del 150º anniversario della fondazione della nostra amata Congregazione, seme da cui è nata la Famiglia Salesiana. Questa celebrazione ci offre la possibilità di ringraziare il Signore
per il dono meraviglioso che ci ha dato in Don Bosco ed, al tempo stesso, di approfondire la nostra vocazione salesiana.
Da una parte la Parola di Dio illumina la figura di Don Bosco nel senso che ci fa vedere come si è lasciato modellare dal Cristo, dove risiede il suo carattere evangelico, quello che lo rende modello di sequela e di imitazione del Cristo, e, dall’ altra parte Don Bosco è per noi un ermeneuta esistenziale del Vangelo, il che vuol dire che la nostra fedeltà a lui, alla sua missione, al suo carisma, al suo spirito ci assicura una vita autenticamente cristiana.
«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3) Il testo di Matteo, che ci presenta il discorso sulla comunità, dal quale la liturgia della parola per la festa di Don Bosco ha preso la prima parte, comincia con una domanda dei discepoli: “Chi dunque è il più grande nel Regno dei cieli?”. Ed è una domanda certamente portata un po’ dalla vanità, dall’ambizione. Però non è del tutto bagliata, perché in una comunità ci si chiede: “Ma chi comanda? Chi ha il bastone del comando, chi ha la responsabilità?

Certamente c’è un capo in ogni comunità, un direttore, un referente, un responsabile. E poi ci si chiede: “Ma chi sono con lui quelli che gli stanno più vicini? Come risponde Gesù? Anzitutto con un’azione profetica: in silenzio chiama un bambino e lo mette in mezzo e poi dice: “In verità vi dico: se non vi convertirete…”. Dunque Gesù non risponde direttamente alla domanda su chi è il più grande, ma risponde con un imperativo: “Se non vi convertite, se non diventate come questo bambino, non entrate nel Regno”.
È una prima risposta di Gesù alla domanda, un detto che esprime una condizione generale del cristiano: farsi come bambino. Dopo, spiega rispondendo più direttamente alla domanda: “…perciò chiunque si farà piccolo (si abbasserà dice il greco, si diminuirà) come questo bambino, sarà il grande nel Regno dei cieli”. Chi è dunque il più grande nella comunità, in qualsiasi comunità? Il bambino. Si tratta di una risposta enigmatica, controcorrente, provocatoria. Gli apostoli si aspettavamo che dicesse che il più grande forse era Pietro, Giovanni. Il più grande, invece, è un bambino, un bambino sconosciuto.
Ci domandiamo perché Gesù qui evoca i bambini? Non lo fa certamente nella maniera idilliaca in cui intendiamo il bambino oggi, perché oggi il bambino è pieno di cure, è al centro della famiglia, è simbolo di tenerezza, di semplicità.
Non è in questo senso che Gesù parla di convertirsi, cioè diventare semplici, obbedienti, piacevoli, amabili. È qualcosa di molto più forte. I bambini nell’antichità non valevano niente, non erano neanche persone soggette di diritto. Quindi “essere bambini” significa non valere niente: “diventate come coloro che non contano niente”; che non contano niente perché non sanno difendersi, non sanno offendere, non hanno denaro; che non contano niente perché non hanno potere, non hanno forza fisica, perché non sanno spiegarsi con parole. Ecco la paradossalità, la forza di questa parola di Gesù: chi accetterà di rovesciare le misure di valore di questo mondo (denaro, potere, successo, contare molto), sarà grande nel Regno dei cieli.

Quando diverse volte ho accompagnato gruppi di giovani nella loro visita al Colle ho esperimentato come restano profondamente commossi davanti alla piccola casetta di I Becchi che indica gli umili origini di Don Bosco. Dio sempre agisce attraverso mezzi poveri. Questo è stato il percorso storico di Gesù di Nazaret (cf. Flp 2, 5-11) e questa è la strada indicata ai suoi discepoli, come lo abbiamo appena sentito nel Vangelo: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3).

Ma che cosa vuol dire da salesiani “farsi piccolo”? C’è una pagina di Don Bosco che mi sembra molto illuminante, anche perché promana dalla sua stessa esperienza com’educatore. Nella famosa lettera da Roma di Maggio 1884, scrisse ai salesiani e ai giovani dell’Oratorio di Valdocco: “Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani”. Con queste parole Don Bosco riassume l’esperienza della sua vita d’educatore: per educare ci si deve rendere piccoli, disponibili, umili, semplici, poveri, fiduciosi, senza pretese, dare sempre il primo passo, cercare i più bisognosi, andare incontro dei lontani e abbandonati, proteggere i pericolanti. Questo è il linguaggio dell’amore (cf. 1Cor 13), e l’educazione è questione del cuore, diceva lui. Amare è dimostrare quest’amore attraverso la presenza amichevole, sollecita, attraverso la condivisione, l’interesse cordiale e
l’accompagnamento, per liberarli da qualsiasi esperienza deleteria che possa mettere a rischio la loro salute fisica o mentale e la loro vita eterna, e per aiutarli a maturare, a sviluppare tutte le loro dimensioni, a trovare il senso della vita e la loro vocazione nel mondo, per portarli fino a Cristo.


“Farsi piccolo” significa entrare decisamente nel mondo dei piccoli, degli adolescenti e dei giovani, di quelli che oggi, nella nostra società di potere e d’influenza, non contano, proprio come quel bambino che Gesù pose in mezzo ai suoi discepoli. “Farsi piccolo” vuol dire prendere la causa dei giovani poveri, esclusi, emigrati, che sono privi di educazione che li abiliti per affrontare con successo la vita, e che quindi trovano enormi difficoltà per inserirsi nel mondo del lavoro e aprirsi un futuro degno. “Farsi piccolo” implica rinunciare a tante pretese d’esperienza, di scienza, di autorità, che non fanno altro che allontanare le persone, come vedeva Giovannino Bosco che facevano i preti che nemmeno rispondevano al suo saluto.

“Farsi piccolo” è fare la scelta, perché di scelta si tratta («Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» v. 4) di organizzare la propria vita attorno ai bisogni dei giovani, lavorando per loro, pregando per loro, santificandosi per loro, aprendosi alle loro vite,
condividendo le loro gioie e le loro angosce, i loro sogni e i loro problemi, le loro attese e le loro richieste.

Oggi i giovani cercano questo: adulti che li accettino incondizionatamente, adulti capaci di mettersi alla pari, di esserli vicini; adulti che li facciano sentirsi importanti, che come Gesù li ponga in mezzo. È appunto quello che Don Bosco ha fatto e quello che chiedeva dai suoi salesiani: non solo amare, ma far sentire i ragazzi che sono amati.
Questo è, a mio avviso, il significato del “Farsi piccolo”, secondo Don Bosco.

Questa è difatti la strada da percorrere se vogliamo costruire una nuova società, una
vera famiglia, un futuro non solo per i giovani, ma per tutti noi, dove si globalizza
non solo l’economia, ma l’educazione, la solidarietà, la pace. Questi giorni si parla
molto di un mondo alternativo possibile, dunque di un nuovo ordine internazionale,
ma un mondo migliore non sarà frutto principalmente dall’economia e della
tecnica, né da un migliore livello di vita, ma di uno sforzo solidale di tutti per costruire
una società nella quale tutti possano trovare una “casa”, una famiglia; questa è la sfida
che Don Bosco oggi ci lancia a tutta la Famiglia Salesiana e a tutti gli educatori.
Per realizzare questo compito abbiamo bisogno di conversione della nostra
mentalità («se non vi convertirete»), e voler essere i più grandi non secondo il mondo ma secondo il Vangelo.

«Ciò che avete ascoltato e veduto in me quello che dovete fare» (Flp 4,9) Ma come possiamo raggiungere questa mentalità cristiana e tipicamente salesiana? San Paolo, nel brano della lettera ai Filippesi che ci è stato letto, ci offre una risposta assai preziosa: «Tutto quello che è vero,
nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia
oggetto dei vostri pensieri». È un invito a sviluppare un atteggiamento che sappia
vedere sempre e ovunque tutto quello di positivo che esiste negli altri, nei giovani,
negli adulti, negli stranieri, in quelli che sono diversi… Convinti, come diceva Don
Bosco, che anche nel cuore del giovane più smarrito esiste una corda sensibile al bene,
e che compito del buon educatore è scoprirla e collaborare al suo sviluppo.
L’umanesimo di Don Bosco, che lo fece una delle persone meglio riuscite della storia e
che lo ha reso così amato e venerato da tutti, si fondamenta nella fede. Don Bosco
percepisce la presenza e l’azione dello Spirito in ogni persona, soprattutto nelle più
piccole e bisognose; per questo crede in loro, le difende, è capace di impegnare la sua vita
per loro rinunciando ad altre possibilità che gli offrivano e che potevano avergli
assicurato uno stile di vita più facile e sicuro. Grazie a questo umanesimo
cristiano, realista e positivo, imparato senza dubbio nella scuola di Mamma Margarita e
da San Francesco di Sales, Don Bosco fu capace di svegliare nei ragazzi del suo
Oratorio una grande volontà di formarsi, di crescere nella vita cristiana e di collaborare
al bene degli altri, di farsi santi. La fede, la speranza e la carità di Don Bosco
realizzarono in effetti il miracolo della formazione e della santità di tanti di quei giovani.

A volte quando vedo tutte gli analisi sociali della gioventù resto con l’impressione che
essi si fanno per ri-affermare quanto cattivi sono i giovani d’oggi e come non possiamo
fare di più di quanto già facciamo. Don Bosco mai si lagnerebbe dei giovanni e crederebbe in loro e continuerebbe ad essere un prete per loro, con tutta la passione del Da mihi animas e con tutta l’amorevolezza del Sistema Preventivo.

Che cosa possiamo dunque fare per aumentare la nostra speranza e renderla feconda? Una volta ancora, la Parola di Dio sopra citata ci indica un itinerario da percorrere: In primo luogo, scoprire e far conoscere quanto c’è di bello, di buono, di vero, comunicare tutte le esperienze positive. Questo significa avere uno sguardo positivo della vita.

In secondo luogo, collaborare con gli altri in progetti comuni di servizio e di solidarietà; è proprio nella condivisione dei progetti dove si crea la comunione e cresce la fraternità.

In terzo luogo, condividere i valori che ci uniscono, sia quelli umani sia quelli strettamente religiosi, come sono – per noi credenti – la fede; pregare insieme, ascoltare la Parola insieme, celebrare insieme. È così
che nasce e matura la Chiesa come famiglia di Dio, come discepola di Gesù, come sposa dello Spirito Santo.

Non si tratta di cose difficili o straordinarie, e pur sono veramente generatrici di dinamismi di trasformazione. Parafrasando l’Apostolo, Don Bosco ci invita oggi a imitarlo: «Ciò che avete ascoltato e
veduto in me è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi» (Flp 4,9).

                                                                  
Don Pascual Chávez Villanueva   
                                                                           
Torino-Valdocco, 25 Aprile 2009

  
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