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Santuario-Basilica di Maria Ausiliatrice Via Maria Ausiliatrice 32 | 10152
Torino-Valdocco | Italia

FESTA DELLA
FAMIGLIA SALESIANA: Torino-Valdocco 25 Aprile 2009 OMELIA PER LA MESSA DI
SAN GIOVANNI BOSCO (Flp 4,4-9; Mt 18,1-6.10)
«Ciò
che avete ascoltato e veduto in me, è quello che dovete
fare»
Carissimi
fratelli, sorelle, membri della Famgilia Salesiana, giovani:
Comincio
per esprimere la mia gioia per la grazia di celebrare assieme
a voi, qui a
Valdocco, questa eucaristia in cui vogliamo esprimere la nostra
lode e riconoscenza al Signore in occasione del 150º anniversario
della fondazione della nostra amata Congregazione, seme da cui
è nata la Famiglia Salesiana. Questa celebrazione ci offre
la possibilità di ringraziare il Signore
per il dono meraviglioso che ci ha dato in Don Bosco ed, al tempo
stesso, di approfondire la nostra vocazione salesiana.
Da
una parte la Parola di Dio illumina la figura di Don Bosco nel
senso che ci fa vedere come si è lasciato modellare dal
Cristo, dove risiede il suo carattere evangelico, quello che
lo rende modello di sequela e di imitazione del Cristo, e, dall
altra parte Don Bosco è per noi un ermeneuta esistenziale
del Vangelo, il che vuol dire che la nostra fedeltà a
lui, alla sua missione, al suo carisma, al suo spirito ci assicura
una vita autenticamente cristiana.
«Se
non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete,
nel regno dei cieli» (Mt 18,3) Il testo di Matteo, che
ci presenta il discorso sulla comunità, dal quale la liturgia
della parola per la festa di Don Bosco ha preso la prima parte,
comincia con una domanda dei discepoli: Chi dunque è
il più grande nel Regno dei cieli?. Ed è
una domanda certamente portata un po dalla vanità,
dallambizione. Però non è del tutto bagliata,
perché in una comunità ci si chiede: Ma chi
comanda? Chi ha il bastone del comando, chi ha la responsabilità?
Certamente cè un capo in ogni comunità, un
direttore, un referente, un responsabile. E poi ci si chiede:
Ma chi sono con lui quelli che gli stanno più vicini?
Come risponde Gesù? Anzitutto con unazione profetica:
in silenzio chiama un bambino e lo mette in mezzo e poi dice:
In verità vi dico: se non vi convertirete
.
Dunque Gesù non risponde direttamente alla domanda su
chi è il più grande, ma risponde con un imperativo:
Se non vi convertite, se non diventate come questo bambino,
non entrate nel Regno.
È
una prima risposta di Gesù alla domanda, un detto che
esprime una condizione generale del cristiano: farsi come bambino.
Dopo, spiega rispondendo più direttamente alla domanda:
perciò chiunque si farà piccolo (si
abbasserà dice il greco, si diminuirà) come questo
bambino, sarà il grande nel Regno dei cieli. Chi
è dunque il più grande nella comunità, in
qualsiasi comunità? Il bambino. Si tratta di una risposta
enigmatica, controcorrente, provocatoria. Gli apostoli si aspettavamo
che dicesse che il più grande forse era Pietro, Giovanni.
Il più grande, invece, è un bambino, un bambino
sconosciuto.
Ci
domandiamo perché Gesù qui evoca i bambini? Non
lo fa certamente nella maniera idilliaca in cui intendiamo il
bambino oggi, perché oggi il bambino è pieno di
cure, è al centro della famiglia, è simbolo di
tenerezza, di semplicità.
Non
è in questo senso che Gesù parla di convertirsi,
cioè diventare semplici, obbedienti, piacevoli, amabili.
È qualcosa di molto più forte.
I bambini nellantichità non valevano niente, non
erano neanche persone soggette di diritto. Quindi essere
bambini significa non valere niente: diventate come
coloro che non contano niente; che non contano niente perché
non sanno difendersi, non sanno offendere, non hanno denaro;
che non contano niente perché non hanno potere, non hanno
forza fisica, perché non sanno spiegarsi con parole. Ecco
la paradossalità, la forza di questa parola di Gesù:
chi accetterà di rovesciare le misure di valore di questo
mondo (denaro, potere, successo, contare molto), sarà
grande nel Regno dei cieli.
Quando diverse volte ho accompagnato gruppi di giovani nella
loro visita al Colle ho esperimentato come restano profondamente
commossi davanti alla piccola casetta di I Becchi che indica
gli umili origini di Don Bosco. Dio sempre agisce attraverso
mezzi poveri. Questo è stato il percorso storico di Gesù
di Nazaret (cf. Flp 2, 5-11) e questa è la strada indicata
ai suoi discepoli, come lo abbiamo appena sentito nel Vangelo:
«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini
non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3).
Ma che cosa vuol dire da salesiani farsi
piccolo? Cè una pagina di Don Bosco che mi
sembra molto illuminante, anche perché promana dalla sua
stessa esperienza comeducatore. Nella famosa lettera da
Roma di Maggio 1884, scrisse ai salesiani e ai giovani dellOratorio
di Valdocco: Chi vuole essere amato bisogna che faccia
vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli
e portò le nostre infermità. Chi sa di essere amato,
ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani.
Con queste parole Don Bosco riassume lesperienza della
sua vita deducatore: per educare ci si deve rendere piccoli,
disponibili, umili, semplici, poveri, fiduciosi, senza pretese,
dare sempre il primo passo, cercare i più bisognosi, andare
incontro dei lontani e abbandonati, proteggere i pericolanti.
Questo è il linguaggio dellamore (cf. 1Cor 13),
e leducazione è questione del cuore, diceva lui.
Amare è dimostrare questamore attraverso la presenza
amichevole, sollecita, attraverso la condivisione, linteresse
cordiale e
laccompagnamento, per liberarli da qualsiasi esperienza
deleteria che possa mettere a rischio la loro salute fisica o
mentale e la loro vita eterna, e per aiutarli a maturare, a sviluppare
tutte le loro dimensioni, a trovare il senso della vita e la
loro vocazione nel mondo, per portarli fino a Cristo.
Farsi piccolo significa entrare decisamente nel mondo
dei piccoli, degli adolescenti e dei giovani, di quelli che oggi,
nella nostra società di potere e dinfluenza, non
contano, proprio come quel bambino che Gesù pose in mezzo
ai suoi discepoli. Farsi piccolo vuol dire prendere
la causa dei giovani poveri, esclusi, emigrati, che sono privi
di educazione che li abiliti per affrontare con successo la vita,
e che quindi trovano enormi difficoltà per inserirsi nel
mondo del lavoro e aprirsi un futuro degno. Farsi piccolo
implica rinunciare a tante pretese desperienza, di scienza,
di autorità, che non fanno altro che allontanare le persone,
come vedeva Giovannino Bosco che facevano i preti che nemmeno
rispondevano al suo saluto.
Farsi
piccolo è fare la scelta, perché di scelta
si tratta («Chiunque diventerà piccolo come questo
bambino, sarà il più grande nel regno
dei cieli» v. 4) di organizzare la propria vita attorno
ai bisogni dei giovani, lavorando per loro, pregando per loro,
santificandosi per loro, aprendosi alle loro vite,
condividendo le loro gioie e le loro angosce, i loro sogni e
i loro problemi, le loro attese e le loro richieste.
Oggi i giovani
cercano questo: adulti che li accettino incondizionatamente,
adulti capaci di mettersi alla pari, di esserli vicini; adulti
che li facciano sentirsi importanti, che come Gesù li
ponga in mezzo. È appunto quello che Don Bosco ha fatto
e quello che chiedeva dai suoi salesiani: non solo amare, ma
far sentire i ragazzi che sono amati.
Questo è, a mio avviso, il significato del Farsi
piccolo, secondo Don Bosco.
Questa è
difatti la strada da percorrere se vogliamo costruire una nuova
società, una
vera famiglia, un futuro non solo per i giovani, ma per tutti
noi, dove si globalizza
non solo leconomia, ma leducazione, la solidarietà,
la pace. Questi giorni si parla
molto di un mondo alternativo possibile, dunque di un nuovo ordine
internazionale,
ma un mondo migliore non sarà frutto principalmente dalleconomia
e della
tecnica, né da un migliore livello di vita, ma di uno
sforzo solidale di tutti per costruire
una società nella quale tutti possano trovare una casa,
una famiglia; questa è la sfida
che Don Bosco oggi ci lancia a tutta la Famiglia Salesiana e
a tutti gli educatori.
Per realizzare questo compito abbiamo bisogno di conversione
della nostra
mentalità («se non vi convertirete»), e voler
essere i più grandi non secondo il mondo ma secondo il
Vangelo.
«Ciò
che avete ascoltato e veduto in me quello che dovete fare»
(Flp 4,9) Ma come possiamo raggiungere questa mentalità
cristiana e tipicamente salesiana? San Paolo, nel brano della
lettera ai Filippesi che ci è stato letto, ci offre una
risposta assai preziosa: «Tutto quello che è vero,
nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù
e merita lode, tutto questo sia
oggetto dei vostri pensieri». È un invito a sviluppare
un atteggiamento che sappia
vedere sempre e ovunque tutto quello di positivo che esiste negli
altri, nei giovani,
negli adulti, negli stranieri, in quelli che sono diversi
Convinti, come diceva Don
Bosco, che anche nel cuore del giovane più smarrito esiste
una corda sensibile al bene,
e che compito del buon educatore è scoprirla e collaborare
al suo sviluppo.
Lumanesimo di Don Bosco, che lo fece una delle persone
meglio riuscite della storia e
che lo ha reso così amato e venerato da tutti, si fondamenta
nella fede. Don Bosco
percepisce la presenza e lazione dello Spirito in ogni
persona, soprattutto nelle più
piccole e bisognose; per questo crede in loro, le difende, è
capace di impegnare la sua vita
per loro rinunciando ad altre possibilità che gli offrivano
e che potevano avergli
assicurato uno stile di vita più facile e sicuro. Grazie
a questo umanesimo
cristiano, realista e positivo, imparato senza dubbio nella scuola
di Mamma Margarita e
da San Francesco di Sales, Don Bosco fu capace di svegliare nei
ragazzi del suo
Oratorio una grande volontà di formarsi, di crescere nella
vita cristiana e di collaborare
al bene degli altri, di farsi santi. La fede, la speranza e la
carità di Don Bosco
realizzarono in effetti il miracolo della formazione e della
santità di tanti di quei giovani.
A volte quando
vedo tutte gli analisi sociali della gioventù resto con
limpressione che
essi si fanno per ri-affermare quanto cattivi sono i giovani
doggi e come non possiamo
fare di più di quanto già facciamo. Don Bosco mai
si lagnerebbe dei giovanni e crederebbe in loro e continuerebbe
ad essere un prete per loro, con tutta la passione del Da mihi
animas e con tutta lamorevolezza del Sistema Preventivo.
Che cosa possiamo
dunque fare per aumentare la nostra speranza e renderla feconda?
Una volta ancora, la Parola di Dio sopra citata ci indica un
itinerario da percorrere: In primo luogo, scoprire e far conoscere
quanto cè di bello, di buono, di vero, comunicare
tutte le esperienze positive. Questo significa avere uno sguardo
positivo della vita.
In secondo
luogo, collaborare con gli altri in progetti comuni di servizio
e di solidarietà; è proprio nella condivisione
dei progetti dove si crea la comunione e cresce la fraternità.
In terzo luogo, condividere i valori che ci uniscono, sia quelli
umani sia quelli strettamente religiosi, come sono per
noi credenti la fede; pregare insieme, ascoltare la Parola
insieme, celebrare insieme. È così
che nasce e matura la Chiesa come famiglia di Dio, come discepola
di Gesù, come sposa dello Spirito Santo.
Non si tratta
di cose difficili o straordinarie, e pur sono veramente generatrici
di dinamismi di trasformazione. Parafrasando lApostolo,
Don Bosco ci invita oggi a imitarlo: «Ciò che avete
ascoltato e
veduto in me è quello che dovete fare. E il Dio della
pace sarà con voi» (Flp 4,9).
Don Pascual Chávez
Villanueva Torino-Valdocco, 25 Aprile
2009
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