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29 gennaio
2008
Allegri,
amici, generosi.
Se guardi le
persone adulte che incontri per la strada e che vedi nell'autobus,
ti accorgi che quasi tutte sono serie.
Ai ragazzi e alle ragazze della vostra età, al contrario
, piace ridere, giocare, cantare e far fracasso.
Alcuni adulti si irritano per le vostre grida, i vostri canti
e i vostri giochi.
Don Bosco vi comprenderebbe e vi appoggerebbe, perché
vuole che viviate molto allegri e in gruppo con gli amici.
Lo stesso don
Bosco ci racconta che già a 11 anni dedicava le domeniche
pomeriggio a riunire i suoi compagni e altre persone adulte per
raccontare avventure e intrattenerle con alcuni giochi che aveva
imparato.
A Chieri Giovanni
Bosco fa la sua prima vera esperienza educativa: fonda e dirige
la "Società dell'Allegria". Si guadagna l'amicizia
dei compagni aiutandoli nei compiti. Esagera persino, passando
sottobanco traduzioni complete. (A un esame sarà beccato
durante una di queste manovre, e potrà cavarsela solo
grazie all'amicizia di un professore che gli farà ripetere
la traduzione di latino).
Insieme si sta bene. Formano una specie di banda, e Giovanni
la battezza "Società dell'Allegria".
Il regolamento del santo Ludovico Pavoni, fondatore degli oratori
di Brescia, i manuali dei Fratelli delle Scuole Cristiane, il
regolamento che mons. Gastaldi dà al Seminario di Torino
dicono che si deve essere amorevoli con i ragazzi , ma non permettere
che alzino troppo la voce, che abbiano un'allegria rumorosa.
Occorre imporre silenzio, raccoglimento, altrimenti nel ragazzo
si scatena la "bestiolina".
L'amorevolezza
di don Bosco ha una caratteristica diversa: è "allegra".
Egli che ha galoppato da ragazzo tra le colline dei Becchi, che
giovanotto ha fatto raid sulle colline torinesi, conosce il valore
della gioia rumorosa, dello scatenamento allegro delle energie
compresse in quella cartuccia esplosiva che chiamiamo giovinezza.
Invita lui stesso i ragazzi con le parole di Filippo Neri: "Giocate,
saltate, fate chiasso. A me interessa che non facciate peccati".
Agosto 1872. La campana squillò, e una turba immensa di
ragazzi si precipitò fuori dalle aule e dai laboratori
gridando: "La merenda! La merenda!".
Due panettieri,
in fondo al cortile, avevano piazzato quattro enormi cestoni
di vimini , ricolmi di pagnotte fresche e fragranti. "Una
ciascuno, non di più!", gridavano.
Francesco Piccollo, un ragazzo di 11 anni arrivato poco tempo
prima da Pecetto Torinese, guardava tutta quella ressa e attendeva
il suo turno. Aveva mangiato molta minestra a mezzogiorno, ma
poi, col passare delle ore, l'appetito si era ridestato. Pensava
però che una pagnotta sola era poco a confronto dell'appetito.
Avrebbe voluto almeno raddoppiare la razione. Ma l'oratorio era
povero, e anche il pane non era a volontà in quel 1872.
Mentre pensava
così, vide che alcuni suoi compagni, dopo aver intascato
una prima pagnotta, si rimettevano tranquillamente in fila, e
ne prendevano una seconda e una terza senza che nessuno se ne
accorgesse.
"Anch'io - raccontò poi Francesco - mi lasciai allora,
vincere dall'appetito, rubai due pagnotte e fuggii dietro il
porticato, a mangiarle con avidità. Ma poi ne provai rimorso.
- Ho rubato - pensavo -. E domani come oserò fare la Comunione?
Devo confessarmi!
Ma il mio confessore era don Bosco, e io sapevo come si sarebbe
addolorato al sapere che avevo rubato. Come fare? Non tanto per
la vergogna, quanto per non dispiacere a don Bosco, scappai dalla
porta della chiesa e defilato corsi al santuario della Consolata,
poco lontano.
Entrai nella
chiesa semibuia, scelsi il confessionale più nascosto,
e cominciai la mia confessione:
- Sono venuto
a confessarmi qui perché ho vergogna di confessarmi da
don Bosco! (Era una cosa che potevo non dire, ma ero talmente
abituato alla sincerità che mi parve importante). Una
voce mi risponde:
- Dì pure. Don Bosco non saprà mai niente.
Era la voce di don Bosco! Misericordia! Sudavo freddo. Ma se
don Bosco era all'oratorio, come poteva essere? Un miracolo?
No, niente miracolo. Don Bosco era stato invitato, come al solito,
a confessare alla Consolata, e io mi ero imbattuto precisamente
in colui che volevo fuggire.
- Parla, caro figliuolo. Cosa ti è successo?
Tremavo come una foglia.
- Ho rubato due pani!
- E ti hanno fatto male?
- No
- E allora non tormentarti. Avevi fame?
- Si
- Fame di pane e sete di acqua, buona fame e buona sete. Guarda:
quando avrai bisogno di qualche cosa, chiedilo a don Bosco. Ti
darà tutto il pane che vorrai. Ma ricordati bene: don
Bosco preferisce la tua confidenza a crederti innocente. Con
la tua confidenza ti potrà aiutare, invece con la tua
innocenza potresti scivolare e cadere, e nessuno ti darebbe una
mano. La ricchezza di don Bosco è la confidenza dei suoi
figli. Non dimenticartelo mai, Francesco.
L'anno seguente mi trovavo in seconda, e un giorno, a pranzo,
mi dicono che mia madre mi attende in parlatorio. La trovo che
piange:
- Mamma, cos'è successo?
- Niente, Cecchino, niente. Ma vedi, noi siamo poveri, e l'economo
mi ha detto che se continuiamo a non pagare la pensione dovrà
rimandarti a casa.
Essa piangeva per quella minaccia, e io dovendo andare a scuola
la lasciai in pianto. Ma alla ricreazione del pomeriggio rividi
la mamma che mi aspettava ancora in portineria, stavolta lieta
e sorridente. Mi disse:
- Senti, Cecchino, io ora non piango più. Sono stata da
don Bosco, e mi ha detto: buona donna, dite al vostro ragazzo
che se l'economo lo manda via dalla porta, rientri dalla chiesa
e venga da me: Don Bosco non lo manderà via mai.
Poi la mamma mi baciò e partì. Quella sera stessa
l'economo mi fece chiamare e io, spaventato, prima di presentarmi
a lui scappai da don Bosco. Bussai alla sua porta:
- Chi è?
- Sono io, Piccollo Francesco.
- Vieni, vieni pure. Dunque, Francesco - e prese un foglio di
carta - quanti mesi di pensione deve la tua mamma?
Gli dissi il numero, e don Bosco, con delicatezza, scrisse la
ricevuta della pensione per tutto l'anno, apponendovi la sua
firma. Nessuno si accorse della sua generosità, nemmeno
l'economo a cui portavo la ricevuta. Rimasi commosso più
del modo delicato con cui ero stato aiutato che per la stessa
opera di carità.
Passarono altri tre anni. Ero ormai in quinta. Un giorno noi
più grandicelli attorniavamo don Bosco, passeggiando sotto
i portici. Io avrei voluto parlare da solo con lui, ma non osavo.
Ma come sempre, egli se ne accorse, e senz'altro mi prese da
parte e mi disse:
- Tu vorresti dirmi qualcosa, vero?
- Ha indovinato. Ma non vorrei che gli altri sentissero -.
Nel dire così gli sussurrai all'orecchio:
- Voglio farle un regalo. Credo che le farà piacere.
- E che regalo vuoi farmi?
- Prenda me!
Don Bosco sorrise:
- E cosa vuoi che me ne faccia di un bel tomo così?. Ma
subito si fece serio, e mi disse:
- Grazie, Francesco. Non potevi farmi un regalo gradito. Io lo
accetto, non per me, ma per offrirti e consacrarti tutto al Signore
e all'Ausiliatrice.
Francesco Piccollo
divenne salesiano e sacerdote, lavorò per 30 anni in Sicilia,
come insegnante, direttore e poi ispettore delle opere salesiane.
L'incontro di don Bosco con Francesco mette in risalto un elemento
fondamentale: la confidenza.
"La ricchezza di don Bosco è la confidenza dei suoi
figli: con la tua confidenza ti potrò aiutare".
Don Bosco sa stabilire delle belle amicizie, con i suoi giovani
nasce quel binomio amicizia fiducia, per cui i ragazzi confidano
tutto.
La confessione
che il ragazzo Luigi Orione celebra con lui nell'ottobre del
1886 (ad appena 16 mesi dalla morte) è la manifestazione
più solare di quanto questo binomio abbia prevalso nella
personalità educativa di don Bosco. Davanti a quel ragazzo
teso, turbato, angosciato, che ha consultato formulari e ha riempito
tre quaderni di peccati, don Bosco sorride, prende i quaderni,
li straccia, e dice a Luigi: "La confessione è fatta.
Non pensare mai più a quanto hai scritto". E guardandolo
con dolcezza gli mormora: "Ricordati che noi due saremo
sempre amici".
Il don Bosco che confessa Luigi Orione è l'educatore giunto
alla maturità piena, in cui amicizia e fiducia hanno spazio
totale.
I giovani si
mettono con estrema fiducia al suo servizio. Francesco Piccollo
dice: "Prenda me" e diventa salesiano.
Giovanni Cagliero di fronte alla proposta di diventare salesiano
esclama: "Frate o non frate, io resto con don Bosco.
Canto della
Scuola Morelli:
ANDIAMO TUTTI
DA GIOVANNI
Andiamo
tutti da Giovanni
al prato a vederlo dondolare
è una festa, è un saltimbanco
giocoliere di Dio Padre
è festa, saltimbanco di Dio
Il problema
delle amicizie, di amicizie sane, è sempre stato un problema
serio. A tutte le età si sente bisogno di amicizia, e
chi ha provato la tristezza della solitudine apprezza ancor di
più l'amicizia con qualcuno, al quale può confidare
gioie e dolori. Per i ragazzi, poi, è essenziale. E' una
tappa indispensabile per imparare ad amare, a donarsi, a pensare
il futuro in una famiglia o in una scelta di servizio agli altri.
A volte, come
educatori e genitori, li sottoponiamo a veri test per misurare
la loro intelligenza, per orientarli nella scelta scolastica.
Tutto bene, se non dimenticassimo che ce n'è un altro
molto importante da applicare: quello dell'affettività,
della capacità d'amore, di essere generoso e servizievole,
buono con gli altri.
Noi siamo nati
per essere felici e la felicità consiste nell'essere amati
e nell'amare. E se può essere una sfortuna non aver ricevuto
amore, la disgrazia più grande sarebbe quella di non amare!
"Siamo nati per vivere sotto le ali di un altro", scriveva
Pavese; l'uomo, se è solo, non è più uomo.
Lo dice un proverbio delle Ande peruviane, un proverbio dei campesinos
della Cordillera Blanca: "Se all'avvoltoio togli gli occhi
e gli artigli, non resta più nulla. Ma se all'uomo togli
gli occhi, la lingua, le mani, i piedi, resterà sempre
un uomo. Soltanto se l'uomo rimane solo, non è più
uomo".
I giovani vanno aiutati a vivere l'amicizia, dicendo loro che
essa non si trova al primo angolo della strada, ma va costruita
giorno per giorno, rendendosi amabili, vincendo l'egoismo: "l'egoismo
è una delle vie sicure dell'infelicità".
Non esistono
mercanti di amici e se esistono, perché con i soldi si
possono comprare, essi non avranno la dote della fedeltà.
E se questi
amici sono "mele marce"? Come faceva don Bosco con
i compagni cattivi? Crediamo che bisogna sfatare un poco il mito
delle "mele marce che fan marcire quelle sane", mito
che resiste magari fin dalla nostra infanzia. Se lo pigliamo
troppo sul serio, ci dimentichiamo che pure noi in certi momenti
siamo solo mele marce: per usare il linguaggio evangelico, a
volte grano buono, a volte zizzania. Distillando le mele marce
si fanno ottimi liquori.
Anche don Bosco
parla di compagni cattivi da evitare, ma prima di giudicarli
e condannarli, li affrontava con simpatia, cercava di capire
cosa stava dietro la facciata di ognuno di loro, cercava di conquistarli
e di far scoprire loro che dava più felicità il
bene che il male.
E' dell'educatore
il "tentare". Un giorno, un giovane di 18 anni compiuti,
che aveva ricevuto una grossa condanna dal giudice (quasi vent'anni
per omicidio) disse al suo educatore, presente al processo: "Vi
ringrazio! Almeno voi con me avete tentato di fare il possibile!
Mi dispiace solo di avervi deluso!".
DON GIANNI MORIONDO
sdb
Direttore
dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
Per
messaggi scrivere a: valdocco@libero.it