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    SANTUARIO BASILICA MARIA AUSILIATRICE
    
Via Maria Ausiliatrice 32 / 10152 TORINO-VALDOCCO


     NOVENA: FESTA DI SAN GIOVANNI BOSCO 2008
    
ANIMATORE: DON GIANNI MORIONDO sdb

8° Giorno: 29 gennaio 2008

Allegri, amici, generosi.

Se guardi le persone adulte che incontri per la strada e che vedi nell'autobus, ti accorgi che quasi tutte sono serie.
Ai ragazzi e alle ragazze della vostra età, al contrario , piace ridere, giocare, cantare e far fracasso.
Alcuni adulti si irritano per le vostre grida, i vostri canti e i vostri giochi.
Don Bosco vi comprenderebbe e vi appoggerebbe, perché vuole che viviate molto allegri e in gruppo con gli amici.

Lo stesso don Bosco ci racconta che già a 11 anni dedicava le domeniche pomeriggio a riunire i suoi compagni e altre persone adulte per raccontare avventure e intrattenerle con alcuni giochi che aveva imparato.

A Chieri Giovanni Bosco fa la sua prima vera esperienza educativa: fonda e dirige la "Società dell'Allegria". Si guadagna l'amicizia dei compagni aiutandoli nei compiti. Esagera persino, passando sottobanco traduzioni complete. (A un esame sarà beccato durante una di queste manovre, e potrà cavarsela solo grazie all'amicizia di un professore che gli farà ripetere la traduzione di latino).
Insieme si sta bene. Formano una specie di banda, e Giovanni la battezza "Società dell'Allegria".
Il regolamento del santo Ludovico Pavoni, fondatore degli oratori di Brescia, i manuali dei Fratelli delle Scuole Cristiane, il regolamento che mons. Gastaldi dà al Seminario di Torino dicono che si deve essere amorevoli con i ragazzi , ma non permettere che alzino troppo la voce, che abbiano un'allegria rumorosa. Occorre imporre silenzio, raccoglimento, altrimenti nel ragazzo si scatena la "bestiolina".

L'amorevolezza di don Bosco ha una caratteristica diversa: è "allegra". Egli che ha galoppato da ragazzo tra le colline dei Becchi, che giovanotto ha fatto raid sulle colline torinesi, conosce il valore della gioia rumorosa, dello scatenamento allegro delle energie compresse in quella cartuccia esplosiva che chiamiamo giovinezza. Invita lui stesso i ragazzi con le parole di Filippo Neri: "Giocate, saltate, fate chiasso. A me interessa che non facciate peccati".
Agosto 1872. La campana squillò, e una turba immensa di ragazzi si precipitò fuori dalle aule e dai laboratori gridando: "La merenda! La merenda!".

Due panettieri, in fondo al cortile, avevano piazzato quattro enormi cestoni di vimini , ricolmi di pagnotte fresche e fragranti. "Una ciascuno, non di più!", gridavano.
Francesco Piccollo, un ragazzo di 11 anni arrivato poco tempo prima da Pecetto Torinese, guardava tutta quella ressa e attendeva il suo turno. Aveva mangiato molta minestra a mezzogiorno, ma poi, col passare delle ore, l'appetito si era ridestato. Pensava però che una pagnotta sola era poco a confronto dell'appetito. Avrebbe voluto almeno raddoppiare la razione. Ma l'oratorio era povero, e anche il pane non era a volontà in quel 1872.

Mentre pensava così, vide che alcuni suoi compagni, dopo aver intascato una prima pagnotta, si rimettevano tranquillamente in fila, e ne prendevano una seconda e una terza senza che nessuno se ne accorgesse.
"Anch'io - raccontò poi Francesco - mi lasciai allora, vincere dall'appetito, rubai due pagnotte e fuggii dietro il porticato, a mangiarle con avidità. Ma poi ne provai rimorso.
- Ho rubato - pensavo -. E domani come oserò fare la Comunione? Devo confessarmi!
Ma il mio confessore era don Bosco, e io sapevo come si sarebbe addolorato al sapere che avevo rubato. Come fare? Non tanto per la vergogna, quanto per non dispiacere a don Bosco, scappai dalla porta della chiesa e defilato corsi al santuario della Consolata, poco lontano.

Entrai nella chiesa semibuia, scelsi il confessionale più nascosto, e cominciai la mia confessione:

- Sono venuto a confessarmi qui perché ho vergogna di confessarmi da don Bosco! (Era una cosa che potevo non dire, ma ero talmente abituato alla sincerità che mi parve importante). Una voce mi risponde:
- Dì pure. Don Bosco non saprà mai niente.
Era la voce di don Bosco! Misericordia! Sudavo freddo. Ma se don Bosco era all'oratorio, come poteva essere? Un miracolo? No, niente miracolo. Don Bosco era stato invitato, come al solito, a confessare alla Consolata, e io mi ero imbattuto precisamente in colui che volevo fuggire.
- Parla, caro figliuolo. Cosa ti è successo?
Tremavo come una foglia.
- Ho rubato due pani!
- E ti hanno fatto male?
- No
- E allora non tormentarti. Avevi fame?
- Si
- Fame di pane e sete di acqua, buona fame e buona sete. Guarda: quando avrai bisogno di qualche cosa, chiedilo a don Bosco. Ti darà tutto il pane che vorrai. Ma ricordati bene: don Bosco preferisce la tua confidenza a crederti innocente. Con la tua confidenza ti potrà aiutare, invece con la tua innocenza potresti scivolare e cadere, e nessuno ti darebbe una mano. La ricchezza di don Bosco è la confidenza dei suoi figli. Non dimenticartelo mai, Francesco.
L'anno seguente mi trovavo in seconda, e un giorno, a pranzo, mi dicono che mia madre mi attende in parlatorio. La trovo che piange:
- Mamma, cos'è successo?
- Niente, Cecchino, niente. Ma vedi, noi siamo poveri, e l'economo mi ha detto che se continuiamo a non pagare la pensione dovrà rimandarti a casa.
Essa piangeva per quella minaccia, e io dovendo andare a scuola la lasciai in pianto. Ma alla ricreazione del pomeriggio rividi la mamma che mi aspettava ancora in portineria, stavolta lieta e sorridente. Mi disse:
- Senti, Cecchino, io ora non piango più. Sono stata da don Bosco, e mi ha detto: buona donna, dite al vostro ragazzo che se l'economo lo manda via dalla porta, rientri dalla chiesa e venga da me: Don Bosco non lo manderà via mai.
Poi la mamma mi baciò e partì. Quella sera stessa l'economo mi fece chiamare e io, spaventato, prima di presentarmi a lui scappai da don Bosco. Bussai alla sua porta:
- Chi è?
- Sono io, Piccollo Francesco.
- Vieni, vieni pure. Dunque, Francesco - e prese un foglio di carta - quanti mesi di pensione deve la tua mamma?
Gli dissi il numero, e don Bosco, con delicatezza, scrisse la ricevuta della pensione per tutto l'anno, apponendovi la sua firma. Nessuno si accorse della sua generosità, nemmeno l'economo a cui portavo la ricevuta. Rimasi commosso più del modo delicato con cui ero stato aiutato che per la stessa opera di carità.
Passarono altri tre anni. Ero ormai in quinta. Un giorno noi più grandicelli attorniavamo don Bosco, passeggiando sotto i portici. Io avrei voluto parlare da solo con lui, ma non osavo. Ma come sempre, egli se ne accorse, e senz'altro mi prese da parte e mi disse:
- Tu vorresti dirmi qualcosa, vero?
- Ha indovinato. Ma non vorrei che gli altri sentissero -.
Nel dire così gli sussurrai all'orecchio:
- Voglio farle un regalo. Credo che le farà piacere.
- E che regalo vuoi farmi?
- Prenda me!
Don Bosco sorrise:
- E cosa vuoi che me ne faccia di un bel tomo così?. Ma subito si fece serio, e mi disse:
- Grazie, Francesco. Non potevi farmi un regalo gradito. Io lo accetto, non per me, ma per offrirti e consacrarti tutto al Signore e all'Ausiliatrice.

Francesco Piccollo divenne salesiano e sacerdote, lavorò per 30 anni in Sicilia, come insegnante, direttore e poi ispettore delle opere salesiane.
L'incontro di don Bosco con Francesco mette in risalto un elemento fondamentale: la confidenza.
"La ricchezza di don Bosco è la confidenza dei suoi figli: con la tua confidenza ti potrò aiutare".
Don Bosco sa stabilire delle belle amicizie, con i suoi giovani nasce quel binomio amicizia fiducia, per cui i ragazzi confidano tutto.

La confessione che il ragazzo Luigi Orione celebra con lui nell'ottobre del 1886 (ad appena 16 mesi dalla morte) è la manifestazione più solare di quanto questo binomio abbia prevalso nella personalità educativa di don Bosco. Davanti a quel ragazzo teso, turbato, angosciato, che ha consultato formulari e ha riempito tre quaderni di peccati, don Bosco sorride, prende i quaderni, li straccia, e dice a Luigi: "La confessione è fatta. Non pensare mai più a quanto hai scritto". E guardandolo con dolcezza gli mormora: "Ricordati che noi due saremo sempre amici".
Il don Bosco che confessa Luigi Orione è l'educatore giunto alla maturità piena, in cui amicizia e fiducia hanno spazio totale.

I giovani si mettono con estrema fiducia al suo servizio. Francesco Piccollo dice: "Prenda me" e diventa salesiano.
Giovanni Cagliero di fronte alla proposta di diventare salesiano esclama: "Frate o non frate, io resto con don Bosco.

Canto della Scuola Morelli:

ANDIAMO TUTTI DA GIOVANNI

Andiamo tutti da Giovanni
al prato a vederlo dondolare
è una festa, è un saltimbanco
giocoliere di Dio Padre
è festa, saltimbanco di Dio

Il problema delle amicizie, di amicizie sane, è sempre stato un problema serio. A tutte le età si sente bisogno di amicizia, e chi ha provato la tristezza della solitudine apprezza ancor di più l'amicizia con qualcuno, al quale può confidare gioie e dolori. Per i ragazzi, poi, è essenziale. E' una tappa indispensabile per imparare ad amare, a donarsi, a pensare il futuro in una famiglia o in una scelta di servizio agli altri.

A volte, come educatori e genitori, li sottoponiamo a veri test per misurare la loro intelligenza, per orientarli nella scelta scolastica. Tutto bene, se non dimenticassimo che ce n'è un altro molto importante da applicare: quello dell'affettività, della capacità d'amore, di essere generoso e servizievole, buono con gli altri.

Noi siamo nati per essere felici e la felicità consiste nell'essere amati e nell'amare. E se può essere una sfortuna non aver ricevuto amore, la disgrazia più grande sarebbe quella di non amare!
"Siamo nati per vivere sotto le ali di un altro", scriveva Pavese; l'uomo, se è solo, non è più uomo. Lo dice un proverbio delle Ande peruviane, un proverbio dei campesinos della Cordillera Blanca: "Se all'avvoltoio togli gli occhi e gli artigli, non resta più nulla. Ma se all'uomo togli gli occhi, la lingua, le mani, i piedi, resterà sempre un uomo. Soltanto se l'uomo rimane solo, non è più uomo".
I giovani vanno aiutati a vivere l'amicizia, dicendo loro che essa non si trova al primo angolo della strada, ma va costruita giorno per giorno, rendendosi amabili, vincendo l'egoismo: "l'egoismo è una delle vie sicure dell'infelicità".

Non esistono mercanti di amici e se esistono, perché con i soldi si possono comprare, essi non avranno la dote della fedeltà.

E se questi amici sono "mele marce"? Come faceva don Bosco con i compagni cattivi? Crediamo che bisogna sfatare un poco il mito delle "mele marce che fan marcire quelle sane", mito che resiste magari fin dalla nostra infanzia. Se lo pigliamo troppo sul serio, ci dimentichiamo che pure noi in certi momenti siamo solo mele marce: per usare il linguaggio evangelico, a volte grano buono, a volte zizzania. Distillando le mele marce si fanno ottimi liquori.

Anche don Bosco parla di compagni cattivi da evitare, ma prima di giudicarli e condannarli, li affrontava con simpatia, cercava di capire cosa stava dietro la facciata di ognuno di loro, cercava di conquistarli e di far scoprire loro che dava più felicità il bene che il male.

E' dell'educatore il "tentare". Un giorno, un giovane di 18 anni compiuti, che aveva ricevuto una grossa condanna dal giudice (quasi vent'anni per omicidio) disse al suo educatore, presente al processo: "Vi ringrazio! Almeno voi con me avete tentato di fare il possibile! Mi dispiace solo di avervi deluso!".

                                                 DON GIANNI MORIONDO sdb
                               Direttore dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
                               Per messaggi scrivere a:
valdocco@libero.it


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