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    SANTUARIO BASILICA MARIA AUSILIATRICE
    
Via Maria Ausiliatrice 32 / 10152 TORINO-VALDOCCO


     NOVENA: FESTA DI SAN GIOVANNI BOSCO 2008
    
ANIMATORE: DON GIANNI MORIONDO sdb

7° Giorno: 28 gennaio 2008

"NON VI RACCOMANDO PENITENZE,
MA LAVORO, LAVORO, LAVORO"

Quella sera, in cucina, insieme con il pane si masticarono parole amare. Parole che fanno male. Antonio vide Giovanni con il solito libro accanto al piatto, e alzò la voce:

- io quel libro lo butto nel fuoco.
Margherita, la mamma, cercò il solito compromesso:
- Giovanni lavora come gli altri. Se poi vuole leggere, cosa te ne importa?
- Me ne importa perché questa baracca sono io a tenerla in piedi. Mi rompo la schiena sulla terra, io. E non voglio mantenere nessun signorino. Non andrà a stare comodo lasciando noi a mangiare polenta.

Giovanni reagì con violenza. Le parole non gli mancavano, e non era nato per porgere l'altra guancia. Antonio alzò le mani.
Giuseppe guardava spaventato. Margherita cercò di mettersi in mezzo, ma probabilmente
Giovanni fu pestato, come e più di altre volte. I suoi dodici anni non potevano far fronte ai diciannove di Antonio.

A letto Giovanni pianse, più di rabbia che di dolore. E poco lontano da lui pianse anche sua madre, che quella notte forse non dormì.

Al mattino Margherita aveva deciso. Disse a Giovanni le parole più tristi della sua vita:

- è meglio che tu vada via di casa. Antonio non può proprio vederti. Un giorno o l'altro potrebbe farti male.
- E dove vado?
Giovanni aveva la morte nel cuore, e anche Margherita. Gli indicò alcune fattorie nella zona di Moriondo e di Moncucco.
- mi conoscono. Qualcuno ti darà da lavorare, almeno per un po'. Poi si vedrà.
In quella giornata gli preparò un piccolo fagotto con alcune camicie, i suoi due libri, una pagnotta di pane. Era febbraio. C'era neve e ghiaccio sulla strada e sulle colline intorno.

Giovanni partì il mattino dopo. Mamma Margherita rimase a guardarlo sulla porta, ad agitare la mano, finché la nebbia non inghiottì il suo piccolo emigrante.
Tentò presso le "cascine" indicate dalla madre. Gli dissero che lavoro per un ragazzo non ne avevano. Nel pomeriggio aveva terminato la pagnotta e la speranza. Oramai poteva tentare soltanto dai Moglia. "chiedi del signor Luigi", gli aveva detto la madre.


Si fermò sul portone che dava nell'aia. Un vecchio lo stava chiudendo. Lo guardò:
- che cerchi, ragazzo?
- Da lavorare.
- Bravo. Lavora. Addio-. E continuò a tirare il pesante portone per sprangarlo. Giovanni radunò gli ultimi brandelli di coraggio:
- Ma io devo vedere il signor Luigi.
Entrò. La famiglia Moglia era vicino al portico a montare i vimini per le vigne. Luigi Moglia, un giovane contadino di 28 anni, lo guardò meravigliato.
- Cerco il signor Luigi Moglia.
- Sono io.
- Mi manda mia madre. Mi ha detto di venire da voi a fare il garzone di stalla.
- Ma perché ti manda fuori di casa così piccolo? Chi è tua madre?
- Margherita Bosco. Mio fratello Antonio mi maltratta, e allora lei mi ha detto di venire a cercare un posto come garzone.
- Ma povero ragazzo, siamo d'inverno, e i ragazzi di stalla noi li prendiamo solo alla fine di marzo. Abbi pazienza, torna a casa.
Giovanni si sentì avvilito e stanco. Scoppiò in un pianto disperato.
- accettatemi, per carità. Non datemi nessuna paga, ma non rimandatemi a casa. Ecco - disse con la forza della disperazione-, io mi siedo qui per terra e non vado più via. Fate ciò che volete di me, ma io non vado più via-, e piangendo si mise a raccogliere i vimini sparsi e a mondarli.
La signora Dorotea, una fiorente donna di 25 anni, si intenerì davanti a quel ragazzo:
- prendilo, Luigi. Proviamo almeno per qualche giorno.
Anche Teresa,una ragazza di 15 anni, provò pena per lui. Era la sorella minore del padrone, incaricata di badare alle mucche. Disse:
- io sono abbastanza grande per venire in campagna con voi. Per la stalla questo ragazzo andrebbe benissimo.

La sua incombenza era quella di badare alla stalla. Il lavoro più pesante consisteva nel rifare ogni mattina il "letto" di paglia fresca alle mucche, portando via il letame con il tridente e la carriola. Poi strigliare gli animali, portarli all'abbeveratoio, salire sul fienile e gettare nelle mangiatoie il fieno per la giornata, mungere il latte.

Alla cascina Moglia, Giovanni trascorse tre anni quasi completi: dal febbraio 1827 al novembre 1829. anni perduti per i suoi studi. Furono anche inutili per la missione a cui Dio lo chiamava?
Nel 1827, a Milano, Alessandro Manzoni pubblicò la prima edizione dei Promessi Sposi. Nel 1828, a Recanati, Giacomo Leopardi iniziò a comporre i grandi Idilli. Nel 1829, a Parigi, Gioachino Rossini mise in scena il suo capolavoro, Guglielmo Tell. In questi tre anni, Giovanni Bosco strigliò le mucche in una sperduta cascina del Monferrato. Ma imparò a lavorare sodo, affrontare sacrifici. Cominciò a parlare con Dio, a farsi tanti amici.

Se don Bosco fosse nato a Bolzano o a Catania penso che sarebbe diventato ugualmente "santo", ma sarebbe stata una santità diversa, il nostro oratorio di Valdocco non avrebbe quelle caratteristiche che ha oggi…. I Salesiani sarebbero diversi..
L'essere nato in Piemonte, sulle colline dell'Astigiano, in un ambiente contadino, povero…. ha influito enormemente su don Bosco.

Ho già accennato nei giorni scorsi ad alcuni elementi della spiritualità salesiana, tipici di ambiente contadino- della prima metà dell'800: elementi attinenti della sua famiglia: l'amore gratuito ed esigente di mamma Margherita, il senso di Dio, l'attenzione ai poveri, il dialogo la ragione….
Oggi vorrei ancora fermarmi su due elementi essenziali: il lavoro e lo spirito di famiglia.
Vi invito a portarvi ancora una volta con la fantasia nella casetta dei Becchi. Lì Giovanni Bosco visse i primi anni nella sua famiglia, insieme a mamma Margherita, alla nonna, ai fratelli.
Questa famiglia si impresse nella mente, nel cuore, nella personalità di Giovanni Bosco. Gli elementi che questa famiglia gli regalò, o che comunque nacquero nel suo animo in quel primo tempo mitico della sua vita, lo segnarono per sempre.

Possiamo dire che per tutta la vita egli si sforzerà di far vivere ai suoi ragazzi (molti orfani, molti senza casa) la dolcezza, la pace, la sicurezza che pur tra difficoltà egli provò nella famiglia dei Becchi.

Egli usò ogni sforzo per riprodurre, prima nell'Oratorio di Valdocco e poi nella Congregazione Salesiana, il clima di quella famiglia nella quale ai Becchi si era trovato bene.
Quando papà Francesco morì, Giovanni non aveva nemmeno 2 anni. Margherita ne aveva 29. Abbastanza giovane per il peso da portare (3 figli, la suocera semiparalizzata in poltrona, casetta e campi appena sufficienti alla sopravvivenza). Ma non spese molti giorni nel compiangere se stessa. Si rimboccò le maniche e cominciò a lavorare. I lavori più pesanti (l'aratura, la mietitura, il lavoro di zappa attorno alle viti) le sciupavano le mani. Ma quelle mani sciupate sapevano ugualmente accarezzare con dolcezza i suoi bambini. Perché era una lavoratrice, ma soprattutto rimase mamma dei suoi figli.

Un elemento essenziale che Giovanni Bosco assorbe da sua madre fino a farlo diventare suo normale mentalità è il lavoro.
Sua mamma lavora, e i figli le danno una mano secondo le loro possibilità. La vita della famiglia Bosco è povera. Tra le poche case dei becchi, quella dei Bosco è la più povera di tutte: una costruzione a un piano, che fa da abitazione, fienile e stalla.

In cucina ci sono i sacchi di granoturco, e al di là di una sottile parete ruminano due mucche. Povertà vera, ma non miseria, perché si lavora da parte di tutti, e il lavoro del contadino rende poco ma rende.
I muri sono nudi, però bianchi di calce. I sacchi di meliga sono pochi, ma vengono svuotati lentamente e finiscono per bastare. Per questo, i bambini di casa Bosco non sono sfiorati dalla tristezza, e nemmeno dall'aggressività. Non c'è nulla di superfluo, ma c'è il necessario perché tutti danno una mano a tirare avanti. E questo sentirsi "tutti" a strappare il necessario, e riuscirvi giorno dopo giorno, dà un senso di soddisfazione, un pizzico di felicità profonda.

Giovanni aveva 4 anni quando sua madre gli assegnò le prime tre o quattro verghe di canapa macerata da sfilacciare. Un lavoro da poco, ma un lavoro. Tra gli otto e i nove anni cominciò a partecipare più attivamente alle fatiche familiari, lavorando da sole a sole come un piccolo contadino.

Alla sera, andando a dormire sul pagliericcio gonfio di foglie di granturco, Giovanni sente la soddisfazione profonda di far parte attiva di una famiglia che tira avanti, che vince le difficoltà, perché anche lui dà una mano. "Senso di appartenenza, senso di valorizzazione e di dignità" chiameranno gli psicologi questa soddisfazione. È un insieme di elementi che danno il gusto di vivere, e che don Bosco trasmetterà ininterrottamente ai suoi giovani e ai suoi Salesiani. A Valdocco, una delle condanne più gravi che si potrà pronunciare per un giovane sarà la parola "poltrone". Sarà sinonimo di "estraneo alla famiglia", di "giovane senza dignità".

Accenno soltanto che, per don Bosco, con il lavoro è mescolato e quasi fuso quell'altro grande valore cristiano che chiamiamo "il sacrificio". La sua mentalità contadina, pratica, non comprese mai (sembra) il sacrificio fine a se stesso, la sofferenza gratuita. Vide sempre la sofferenza, il sacrificio, come il prezzo necessario da pagare per fare qualcosa di bene. Vita facile, denaro facile, amicizie facili sono la strada facile verso i fallimenti umani.

A pensare alla mole di lavoro affrontata da don Bosco si stenta a credere che da solo abbia potuto lavorare tanto. E questo non solo a giudizio di chi lo amava e venerava. Quando egli morì i giornali del tempo definirono la sua fatica e operosità "prodigiosa" ("l'Illuminazione popolare"), "gigantesca" ("La Patria"), "fenomenale" ("Fanfulla"). "Se don Bosco - si legge nello stesso giornale- fosse stato Ministro delle Finanze, l'Italia sarebbe economicamente la prima nazione del mondo".
Lo fu invece in ben altro campo: quello del Regno di Dio. Egli fece della laboriosità parte essenziale del suo carisma: "non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro. Dove c'è molto lavoro non c'è il demonio".
Testimonia don Rua: "fino a 50 anni non dormì più di cinque ore a notte. Vegliava una intera notte alla settimana a tavolino per sbrigare la corrispondenza e preparare i suoi scritti per le "Letture Cattoliche" da lui fondate".

La sola corrispondenza gli occupava ore e ore di lavoro. Scriveva con velocità sorprendente e di proprio pugno anche 250 in una giornata.
E che dire delle ore di confessionale? Vi erano circostanze in cui confessava 10, 12, fino a 18 ore al giorno. Non meno usuranti le ore dedicate alle udienze che centinaia di persone, specie negli anni, gli chiedevano.

Il fatto poi che avesse creato un Sistema educativo originalissimo, che richiedeva la presenza più costante possibile tra i giovani, lasciava ben pochi spazi di tempo per sé. E c'era sempre da batter molte strade e salire molte scale per ottenere aiuti per le sue opere e per i suoi ragazzi. Don Bosco tutela il lavoro minorile.

L'8 febbraio 1852 sottoscrive uno dei primi contratti di lavoro tra un giovane e un datore, che si impegna a non farlo lavorare per più di 8 ore al giorno e lasciarlo libero alla domenica.
Essendosi poi reso conto che i contratti non bastavano, e che spesso i ragazzi incontravano negli ambienti di lavoro "irreligione e malcostume", iniziò a partire dal 1853, le sue Scuole Professionali. Il primo laboratorio fu la calzoleria, seguirono la sartoria, la legatoria, e di tutti don Bosco era il maestro iniziatore. Li coronò con una tipografia che in breve volger di tempo per modernità di macchinari e perfezione tecnica si affermò tra le prime di Torino.

Altro elemento fondamentale è il gusto di stare insieme in famiglia.
Chi ha vissuto la vita contadina sa che per il ragazzo il ritrovarsi insieme attorno alla mensa, o attorno al focolare, o durante le lunghe serate invernali, è uno degli elementi che più fanno gustare la dolcezza di vivere, che più comunicano pace e sicurezza. Giovanni gustò a fondo questa realtà, e imparò ad apprezzarla coscientemente prima di altri valori, perché gli venne insidiata durate la preadolescenza. La necessità di abbandonare la sua casa a soli 11 anni e mezzo (nel febbraio 1827) per approdare alla cascina Moglia, gli fece sentire quanto era grande il bene di "stare insieme in famiglia". Lo stare insieme tra Salesiani e giovani formando una grande famiglia, è uno dei valori fondamentali per don Bosco.

Stabilire una atmosfera familiare di sintonia e simpatia, egli vuole che i suoi Salesiani siano "fisicamente" presenti tra i giovani. Una presenza non sentita dall'educatore come un sacrificio, come un dovere pesante, ma come un incontro continuo e gioioso da entrambe le parti.
Don Bosco si troverà tra i suoi ragazzi ogni volta che gli sarà possibile. Nei primi tempi si arrampicherà sui palchi dei muratori per andarli a trovare durante la settimana. E stabilizzato l'Oratorio, solo un motivo grave potrà impedirgli di stare con loro.

Dirà: "qui con voi io mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi". Al termine della cena (e questo fino al 1870) una fiumana di ragazzi faceva irruzione nella stanza dove stava finendo di cenare. Si andava a gara per essergli più vicini, per vederlo, interrogarlo, ascoltarlo, ridere alle sue battute. I ragazzi stavano attorno a lui, chi seduto sulle tavole di fronte, chi in piedi, qualcuno addirittura in ginocchio. Don Bosco diceva che questo incontro familiare con i suoi ragazzi "era il piatto migliore della sua cena".

Luigi Orione ricorda che anche negli ultimissimi anni, consumato dai viaggi e dai debiti, con le gambe gonfie e gli occhi quasi spenti, don Bosco non si staccò mai dai suoi ragazzi. Vederli, sentirli, fare dieci passi con loro, gli ridava la vita dopo giornate massacranti, e i ragazzi a decine, a centinaia si stringevano attorno a lui, felici di sentire anche solo una parola.

Oggi la famiglia può scadere in azienda, in caserma e in condominio. Detto in soldoni:

- l'azienda ha come scopo i bilanci attivi. Lavorare, darsi da fare tutti perché nessun bilancio vada in rosso, e perché ci siano buoni dividendi. Finito il lavoro, ognuno va dove crede, fa ciò che crede, ha gli amici che crede. E beato chi ha il portafoglio più rifornito.
- La caserma, la vita militare, ha come mèta suprema gli obbiettivi. Essi si devono raggiungere a qualunque costo. In guerra non si contano i cadaveri, si contano gli obbiettivi raggiunti. Alla fine si danno medaglie ai caduti, pensioni ai mutilati e alle vedove, ma l'unica cosa importante è "avere raggiunto gli obbiettivi". Che qualcuno per questo sia impazzito, abbia perso la salute, sia morto, non ha importanza. È il prezzo normale da pagare.
- Il condominio, l'abitazione di un appartamento in un palazzo comune, ha per parola d'ordine "non disturbare". Ognuno può far ciò che crede, anche le cose più strambe, purché non disturbi gli altri, i vicini, che devono essere padroni essi pure di fare ciò che vogliono.
- Famiglia è invece volersi bene come fratelli, sopportarsi, aiutarsi, compatirsi. Lavorare per uno scopo condiviso da tutti, con il gusto di fare insieme e di stare insieme, con attenzione prima alle persone che agli obiettivi (pur importanti).

L'Oratorio di Valdocco.. ogni opera salesiana, ogni gruppo salesiano è innanzitutto una famiglia. C'è normalmente un padre e una madre.
Ci sono numerosi fratelli e sorelle di età diversa. I più grandi aiutano i più piccoli. I piccoli hanno fiducia e confidenza nei fratelli più grandi.

Qualche volta c'è un fratello un po' sfortunato, con qualche handicap …. E abbiamo tanti ex allievi anziani, che conoscono bene le tradizioni salesiane, si lamentano quando si cambia, ma soprattutto sono contenti quando vedono cambiare l'oratorio per essere sempre all'altezza di tempi di fede allo spirito di don Bosco.                                        

                                                 DON GIANNI MORIONDO sdb
                               Direttore dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
                               Per messaggi scrivere a:
valdocco@libero.it


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