7° Giorno:
28 gennaio
2008
"NON
VI RACCOMANDO PENITENZE,
MA LAVORO, LAVORO, LAVORO"
Quella sera,
in cucina, insieme con il pane si masticarono parole amare. Parole
che fanno male. Antonio vide Giovanni con il solito libro accanto
al piatto, e alzò la voce:
- io quel libro
lo butto nel fuoco.
Margherita, la mamma, cercò il solito compromesso:
- Giovanni lavora come gli altri. Se poi vuole leggere, cosa
te ne importa?
- Me ne importa perché questa baracca sono io a tenerla
in piedi. Mi rompo la schiena sulla terra, io. E non voglio mantenere
nessun signorino. Non andrà a stare comodo lasciando noi
a mangiare polenta.
Giovanni reagì
con violenza. Le parole non gli mancavano, e non era nato per
porgere l'altra guancia. Antonio alzò le mani.
Giuseppe guardava spaventato. Margherita cercò di mettersi
in mezzo, ma probabilmente
Giovanni fu pestato, come e più di altre volte. I suoi
dodici anni non potevano far fronte ai diciannove di Antonio.
A letto Giovanni
pianse, più di rabbia che di dolore. E poco lontano da
lui pianse anche sua madre, che quella notte forse non dormì.
Al mattino
Margherita aveva deciso. Disse a Giovanni le parole più
tristi della sua vita:
- è
meglio che tu vada via di casa. Antonio non può proprio
vederti. Un giorno o l'altro potrebbe farti male.
- E dove vado?
Giovanni aveva la morte nel cuore, e anche Margherita. Gli indicò
alcune fattorie nella zona di Moriondo e di Moncucco.
- mi conoscono. Qualcuno ti darà da lavorare, almeno per
un po'. Poi si vedrà.
In quella giornata gli preparò un piccolo fagotto con
alcune camicie, i suoi due libri, una pagnotta di pane. Era febbraio.
C'era neve e ghiaccio sulla strada e sulle colline intorno.
Giovanni partì
il mattino dopo. Mamma Margherita rimase a guardarlo sulla porta,
ad agitare la mano, finché la nebbia non inghiottì
il suo piccolo emigrante.
Tentò presso le "cascine" indicate dalla madre.
Gli dissero che lavoro per un ragazzo non ne avevano. Nel pomeriggio
aveva terminato la pagnotta e la speranza. Oramai poteva tentare
soltanto dai Moglia. "chiedi del signor Luigi", gli
aveva detto la madre.
Si fermò sul portone che dava nell'aia. Un vecchio lo
stava chiudendo. Lo guardò:
- che cerchi, ragazzo?
- Da lavorare.
- Bravo. Lavora. Addio-. E continuò a tirare il pesante
portone per sprangarlo. Giovanni radunò gli ultimi brandelli
di coraggio:
- Ma io devo vedere il signor Luigi.
Entrò. La famiglia Moglia era vicino al portico a montare
i vimini per le vigne. Luigi Moglia, un giovane contadino di
28 anni, lo guardò meravigliato.
- Cerco il signor Luigi Moglia.
- Sono io.
- Mi manda mia madre. Mi ha detto di venire da voi a fare il
garzone di stalla.
- Ma perché ti manda fuori di casa così piccolo?
Chi è tua madre?
- Margherita Bosco. Mio fratello Antonio mi maltratta, e allora
lei mi ha detto di venire a cercare un posto come garzone.
- Ma povero ragazzo, siamo d'inverno, e i ragazzi di stalla noi
li prendiamo solo alla fine di marzo. Abbi pazienza, torna a
casa.
Giovanni si sentì avvilito e stanco. Scoppiò in
un pianto disperato.
- accettatemi, per carità. Non datemi nessuna paga, ma
non rimandatemi a casa. Ecco - disse con la forza della disperazione-,
io mi siedo qui per terra e non vado più via. Fate ciò
che volete di me, ma io non vado più via-, e piangendo
si mise a raccogliere i vimini sparsi e a mondarli.
La signora Dorotea, una fiorente donna di 25 anni, si intenerì
davanti a quel ragazzo:
- prendilo, Luigi. Proviamo almeno per qualche giorno.
Anche Teresa,una ragazza di 15 anni, provò pena per lui.
Era la sorella minore del padrone, incaricata di badare alle
mucche. Disse:
- io sono abbastanza grande per venire in campagna con voi. Per
la stalla questo ragazzo andrebbe benissimo.
La sua incombenza
era quella di badare alla stalla. Il lavoro più pesante
consisteva nel rifare ogni mattina il "letto" di paglia
fresca alle mucche, portando via il letame con il tridente e
la carriola. Poi strigliare gli animali, portarli all'abbeveratoio,
salire sul fienile e gettare nelle mangiatoie il fieno per la
giornata, mungere il latte.
Alla cascina
Moglia, Giovanni trascorse tre anni quasi completi: dal febbraio
1827 al novembre 1829. anni perduti per i suoi studi. Furono
anche inutili per la missione a cui Dio lo chiamava?
Nel 1827, a Milano, Alessandro Manzoni pubblicò la prima
edizione dei Promessi Sposi. Nel 1828, a Recanati, Giacomo Leopardi
iniziò a comporre i grandi Idilli. Nel 1829, a Parigi,
Gioachino Rossini mise in scena il suo capolavoro, Guglielmo
Tell. In questi tre anni, Giovanni Bosco strigliò le mucche
in una sperduta cascina del Monferrato. Ma imparò a lavorare
sodo, affrontare sacrifici. Cominciò a parlare con Dio,
a farsi tanti amici.
Se don Bosco
fosse nato a Bolzano o a Catania penso che sarebbe diventato
ugualmente "santo", ma sarebbe stata una santità
diversa, il nostro oratorio di Valdocco non avrebbe quelle caratteristiche
che ha oggi
. I Salesiani sarebbero diversi..
L'essere nato in Piemonte, sulle colline dell'Astigiano, in un
ambiente contadino, povero
. ha influito enormemente su
don Bosco.
Ho già
accennato nei giorni scorsi ad alcuni elementi della spiritualità
salesiana, tipici di ambiente contadino- della prima metà
dell'800: elementi attinenti della sua famiglia: l'amore gratuito
ed esigente di mamma Margherita, il senso di Dio, l'attenzione
ai poveri, il dialogo la ragione
.
Oggi vorrei ancora fermarmi su due elementi essenziali: il lavoro
e lo spirito di famiglia.
Vi invito a portarvi ancora una volta con la fantasia nella casetta
dei Becchi. Lì Giovanni Bosco visse i primi anni nella
sua famiglia, insieme a mamma Margherita, alla nonna, ai fratelli.
Questa famiglia si impresse nella mente, nel cuore, nella personalità
di Giovanni Bosco. Gli elementi che questa famiglia gli regalò,
o che comunque nacquero nel suo animo in quel primo tempo mitico
della sua vita, lo segnarono per sempre.
Possiamo dire
che per tutta la vita egli si sforzerà di far vivere ai
suoi ragazzi (molti orfani, molti senza casa) la dolcezza, la
pace, la sicurezza che pur tra difficoltà egli provò
nella famiglia dei Becchi.
Egli usò
ogni sforzo per riprodurre, prima nell'Oratorio di Valdocco e
poi nella Congregazione Salesiana, il clima di quella famiglia
nella quale ai Becchi si era trovato bene.
Quando papà Francesco morì, Giovanni non aveva
nemmeno 2 anni. Margherita ne aveva 29. Abbastanza giovane per
il peso da portare (3 figli, la suocera semiparalizzata in poltrona,
casetta e campi appena sufficienti alla sopravvivenza). Ma non
spese molti giorni nel compiangere se stessa. Si rimboccò
le maniche e cominciò a lavorare. I lavori più
pesanti (l'aratura, la mietitura, il lavoro di zappa attorno
alle viti) le sciupavano le mani. Ma quelle mani sciupate sapevano
ugualmente accarezzare con dolcezza i suoi bambini. Perché
era una lavoratrice, ma soprattutto rimase mamma dei suoi figli.
Un elemento
essenziale che Giovanni Bosco assorbe da sua madre fino a farlo
diventare suo normale mentalità è il lavoro.
Sua mamma lavora, e i figli le danno una mano secondo le loro
possibilità. La vita della famiglia Bosco è povera.
Tra le poche case dei becchi, quella dei Bosco è la più
povera di tutte: una costruzione a un piano, che fa da abitazione,
fienile e stalla.
In cucina ci
sono i sacchi di granoturco, e al di là di una sottile
parete ruminano due mucche. Povertà vera, ma non miseria,
perché si lavora da parte di tutti, e il lavoro del contadino
rende poco ma rende.
I muri sono nudi, però bianchi di calce. I sacchi di meliga
sono pochi, ma vengono svuotati lentamente e finiscono per bastare.
Per questo, i bambini di casa Bosco non sono sfiorati dalla tristezza,
e nemmeno dall'aggressività. Non c'è nulla di superfluo,
ma c'è il necessario perché tutti danno una mano
a tirare avanti. E questo sentirsi "tutti" a strappare
il necessario, e riuscirvi giorno dopo giorno, dà un senso
di soddisfazione, un pizzico di felicità profonda.
Giovanni aveva
4 anni quando sua madre gli assegnò le prime tre o quattro
verghe di canapa macerata da sfilacciare. Un lavoro da poco,
ma un lavoro. Tra gli otto e i nove anni cominciò a partecipare
più attivamente alle fatiche familiari, lavorando da sole
a sole come un piccolo contadino.
Alla sera,
andando a dormire sul pagliericcio gonfio di foglie di granturco,
Giovanni sente la soddisfazione profonda di far parte attiva
di una famiglia che tira avanti, che vince le difficoltà,
perché anche lui dà una mano. "Senso di appartenenza,
senso di valorizzazione e di dignità" chiameranno
gli psicologi questa soddisfazione. È un insieme di elementi
che danno il gusto di vivere, e che don Bosco trasmetterà
ininterrottamente ai suoi giovani e ai suoi Salesiani. A Valdocco,
una delle condanne più gravi che si potrà pronunciare
per un giovane sarà la parola "poltrone". Sarà
sinonimo di "estraneo alla famiglia", di "giovane
senza dignità".
Accenno soltanto
che, per don Bosco, con il lavoro è mescolato e quasi
fuso quell'altro grande valore cristiano che chiamiamo "il
sacrificio". La sua mentalità contadina, pratica,
non comprese mai (sembra) il sacrificio fine a se stesso, la
sofferenza gratuita. Vide sempre la sofferenza, il sacrificio,
come il prezzo necessario da pagare per fare qualcosa di bene.
Vita facile, denaro facile, amicizie facili sono la strada facile
verso i fallimenti umani.
A pensare alla
mole di lavoro affrontata da don Bosco si stenta a credere che
da solo abbia potuto lavorare tanto. E questo non solo a giudizio
di chi lo amava e venerava. Quando egli morì i giornali
del tempo definirono la sua fatica e operosità "prodigiosa"
("l'Illuminazione popolare"), "gigantesca"
("La Patria"), "fenomenale" ("Fanfulla").
"Se don Bosco - si legge nello stesso giornale- fosse stato
Ministro delle Finanze, l'Italia sarebbe economicamente la prima
nazione del mondo".
Lo fu invece in ben altro campo: quello del Regno di Dio. Egli
fece della laboriosità parte essenziale del suo carisma:
"non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro,
lavoro. Dove c'è molto lavoro non c'è il demonio".
Testimonia don Rua: "fino a 50 anni non dormì più
di cinque ore a notte. Vegliava una intera notte alla settimana
a tavolino per sbrigare la corrispondenza e preparare i suoi
scritti per le "Letture Cattoliche" da lui fondate".
La sola corrispondenza
gli occupava ore e ore di lavoro. Scriveva con velocità
sorprendente e di proprio pugno anche 250 in una giornata.
E che dire delle ore di confessionale? Vi erano circostanze in
cui confessava 10, 12, fino a 18 ore al giorno. Non meno usuranti
le ore dedicate alle udienze che centinaia di persone, specie
negli anni, gli chiedevano.
Il fatto poi
che avesse creato un Sistema educativo originalissimo, che richiedeva
la presenza più costante possibile tra i giovani, lasciava
ben pochi spazi di tempo per sé. E c'era sempre da batter
molte strade e salire molte scale per ottenere aiuti per le sue
opere e per i suoi ragazzi. Don Bosco tutela il lavoro minorile.
L'8 febbraio
1852 sottoscrive uno dei primi contratti di lavoro tra un giovane
e un datore, che si impegna a non farlo lavorare per più
di 8 ore al giorno e lasciarlo libero alla domenica.
Essendosi poi reso conto che i contratti non bastavano, e che
spesso i ragazzi incontravano negli ambienti di lavoro "irreligione
e malcostume", iniziò a partire dal 1853, le sue
Scuole Professionali. Il primo laboratorio fu la calzoleria,
seguirono la sartoria, la legatoria, e di tutti don Bosco era
il maestro iniziatore. Li coronò con una tipografia che
in breve volger di tempo per modernità di macchinari e
perfezione tecnica si affermò tra le prime di Torino.
Altro elemento
fondamentale è il gusto di stare insieme in famiglia.
Chi ha vissuto la vita contadina sa che per il ragazzo il ritrovarsi
insieme attorno alla mensa, o attorno al focolare, o durante
le lunghe serate invernali, è uno degli elementi che più
fanno gustare la dolcezza di vivere, che più comunicano
pace e sicurezza. Giovanni gustò a fondo questa realtà,
e imparò ad apprezzarla coscientemente prima di altri
valori, perché gli venne insidiata durate la preadolescenza.
La necessità di abbandonare la sua casa a soli 11 anni
e mezzo (nel febbraio 1827) per approdare alla cascina Moglia,
gli fece sentire quanto era grande il bene di "stare insieme
in famiglia". Lo stare insieme tra Salesiani e giovani formando
una grande famiglia, è uno dei valori fondamentali per
don Bosco.
Stabilire una
atmosfera familiare di sintonia e simpatia, egli vuole che i
suoi Salesiani siano "fisicamente" presenti tra i giovani.
Una presenza non sentita dall'educatore come un sacrificio, come
un dovere pesante, ma come un incontro continuo e gioioso da
entrambe le parti.
Don Bosco si troverà tra i suoi ragazzi ogni volta che
gli sarà possibile. Nei primi tempi si arrampicherà
sui palchi dei muratori per andarli a trovare durante la settimana.
E stabilizzato l'Oratorio, solo un motivo grave potrà
impedirgli di stare con loro.
Dirà:
"qui con voi io mi trovo bene: è proprio la mia vita
stare con voi". Al termine della cena (e questo fino al
1870) una fiumana di ragazzi faceva irruzione nella stanza dove
stava finendo di cenare. Si andava a gara per essergli più
vicini, per vederlo, interrogarlo, ascoltarlo, ridere alle sue
battute. I ragazzi stavano attorno a lui, chi seduto sulle tavole
di fronte, chi in piedi, qualcuno addirittura in ginocchio. Don
Bosco diceva che questo incontro familiare con i suoi ragazzi
"era il piatto migliore della sua cena".
Luigi Orione
ricorda che anche negli ultimissimi anni, consumato dai viaggi
e dai debiti, con le gambe gonfie e gli occhi quasi spenti, don
Bosco non si staccò mai dai suoi ragazzi. Vederli, sentirli,
fare dieci passi con loro, gli ridava la vita dopo giornate massacranti,
e i ragazzi a decine, a centinaia si stringevano attorno a lui,
felici di sentire anche solo una parola.
Oggi la famiglia
può scadere in azienda, in caserma e in condominio. Detto
in soldoni:
- l'azienda
ha come scopo i bilanci attivi. Lavorare, darsi da fare tutti
perché nessun bilancio vada in rosso, e perché
ci siano buoni dividendi. Finito il lavoro, ognuno va dove crede,
fa ciò che crede, ha gli amici che crede. E beato chi
ha il portafoglio più rifornito.
- La caserma, la vita militare, ha come mèta suprema gli
obbiettivi. Essi si devono raggiungere a qualunque costo. In
guerra non si contano i cadaveri, si contano gli obbiettivi raggiunti.
Alla fine si danno medaglie ai caduti, pensioni ai mutilati e
alle vedove, ma l'unica cosa importante è "avere
raggiunto gli obbiettivi". Che qualcuno per questo sia impazzito,
abbia perso la salute, sia morto, non ha importanza. È
il prezzo normale da pagare.
- Il condominio, l'abitazione di un appartamento in un palazzo
comune, ha per parola d'ordine "non disturbare". Ognuno
può far ciò che crede, anche le cose più
strambe, purché non disturbi gli altri, i vicini, che
devono essere padroni essi pure di fare ciò che vogliono.
- Famiglia è invece volersi bene come fratelli, sopportarsi,
aiutarsi, compatirsi. Lavorare per uno scopo condiviso da tutti,
con il gusto di fare insieme e di stare insieme, con attenzione
prima alle persone che agli obiettivi (pur importanti).
L'Oratorio
di Valdocco.. ogni opera salesiana, ogni gruppo salesiano è
innanzitutto una famiglia. C'è normalmente un padre e
una madre.
Ci sono numerosi fratelli e sorelle di età diversa. I
più grandi aiutano i più piccoli. I piccoli hanno
fiducia e confidenza nei fratelli più grandi.
Qualche volta
c'è un fratello un po' sfortunato, con qualche handicap
. E abbiamo tanti ex allievi anziani, che conoscono bene
le tradizioni salesiane, si lamentano quando si cambia, ma soprattutto
sono contenti quando vedono cambiare l'oratorio per essere sempre
all'altezza di tempi di fede allo spirito di don Bosco.
DON GIANNI MORIONDO
sdb
Direttore
dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
Per
messaggi scrivere a: valdocco@libero.it