6° Giorno:
27 gennaio
2008
IL
TRINOMIO EDUCATIVO:
RAGIONE - RELIGIONE - AMOREVOLEZZA
All'oratorio Valdocco ciclicamente
viene ripreso il progetto educativo per rinnovarlo, per adattarlo
alla nuova situazione giovanile. L'anno scorso in un incontro
con i salesiani e le suore dell'oratorio, con educatori, animatori,
allenatori e genitori ci si è posta la domanda: "Su
quali pilastri dobbiamo costruire il nostro oratorio salesiano?"
Tutti i presenti hanno risposto ad un breve questionario con
queste domande:
- Indica le 3 cose che assolutamente
ci devono essere in un progetto educativo
- Indica le 3 cose che sono assenti all'oratorio Valdocco
- Indica le 3 cose più importanti secondo don Bosco
A conclusione della serata
è parso a tutti i presenti che il trinomio RAGIONE - RELIGIONE - AMOREVOLEZZA
resti il pilastro su cui fondare il tutto.
Alla parola
RAGIONE si sono associati
valori come accoglienza, tolleranza, fiducia, dialogo, educazione,
anzi la parola EDUCAZIONE è sembrata alla maggioranza
quella più adatta ai nostri tempi. Un elemento importante
del sistema educativo di don Bosco ieri e oggi resta quindi la
RAGIONE.
Per capire bene questo termine
è importante conoscere il dialetto piemontese. Quando
due persone, a volte dopo un violento litigio, desiderano chiarirsi
a vicenda una posizione, confrontarsi su un argomento, l'invito
è espresso con le parole: "parliamone, discutiamo,
dialoghiamo". Nel linguaggio monferrino tutte queste espressioni
si possono esprimere solo con la parola "razunuma = ragioniamo".
"Ragionare" per i
piemontesi non significa tanto "approfondire con calma",
ma "discutere", anche con una certa vivacità.
E' un po il corrispondente delle parole moderne "confronto,
"dialogo".
Giovannino Bosco aveva imparato
da sua mamma a "ragionare". Mamma Margherita non era
una mamma che imponeva il suo parere: "E' così e
basta", "E' così perché lo dico io".
Accettava invece, tutte le volte che era possibile, di discutere,
di confrontarsi con i suoi bambini. Discuteva con Giovanni fanciullo
di pochi anni quando le arrivava in casa da una partita di lippa
con la faccia grondante sangue e accettava che tornasse a giocare
con i compagni "che stanno più buoni quando tra loro
c'è Giovanni".
La parola "ragione"
nel seguito della vicenda educativa di don Bosco si caricherà
di significati più sfumati e profondi: dialogo tra educatore
ed educando; confronto aperto, anche vivace delle rispettive
posizioni; tolleranza, nei confronti di idee diverse ; rifiuto
da parte dell'educatore di imporre a priori la sua posizione,
anzi disposto a riconoscere gli argomenti dell'educando perché
tra i due c'è amicizia, stima, fiducia. Don Bosco non
fa finta di ascoltare "ma ascolta veramente" il parere
dei giovani, è disposto ad educare ma anche a "lasciarsi
educare".
Nel suo sistema educativo don
Bosco applicava alla ragione la stessa dinamica messa in moto
per l'autorevolezza. L'amore dell'educatore produce nel ragazzo
una risposta di amicizia e confidenza; così il comportamento
razionale dell'educatore conduce inavvertitamente il ragazzo
sulla via della razionalità, della maturazione nel giudizi,
delle decisioni equilibrate. Diceva: "Lasciamoci guidare
sempre dalla ragione, e non dalla passione".
La condizione della razionalità
nella vita dell'educatore lo porta ad assumere un atteggiamento
costantemente equilibrato, sereno, gioioso. Il proverbio cinese
" Chi non sa sorridere non apra bottega" dovrebbe valere
più che mai per l'educatore: chi non sa sorridere non
dovrebbe mettersi a educare.
Don Bosco, sapeva presentarsi
ai suoi ragazzi sempre sereno e sorridente, anche in mezzo ai
guai, i debiti, le preoccupazioni più assillanti. Si legge
nella sua vita: "Quando era maggiore (all'Oratorio) la deficienza
dei mezzi, o più grandi difficoltà o tribolazioni,
lo si vedeva più allegro del solito.
Tanto che nel vederlo più frequente e spiritoso nel dire
facezie, dicevamo: "Bisogna che don Bosco sia nei fastidi,
giacché si mostra così sorridente!".
Il dialogo, conversazione a
due o più voci, è anch'esso l' "ambiente"
in cui la razionalità può e deve spingersi con
la massima naturalezza. Diceva don Bosco ai suoi salesiani: "Si
dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri".
Insisteva: "Li ascoltino, li lascino parlare molto".
E ne dava lui per primo l'esempio.
Si legge nella sua biografia: "La sua camera era sempre
aperta a chiunque desiderasse parlargli. Non si lagnava mai dell'indiscrezione
con la quale era spesso disturbato, e tutti accoglieva con paterna
familiarità, dando libertà di fare domande, esporre
accuse e difese.
Li trattava come grandi signori;
li invitava a sedere sul divano, stando egli seduto a tavolino,
e li ascoltava con la maggiore attenzione. Oppure si alzava,
e passeggiava con loro per la stanza. Finito il colloquio, li
accompagnava alla soglia, apriva egli stesso la porta, e li congedava
dicendo: " Siamo sempre amici!".
Invece quanto sta diventando
difficile tutto questo per le famiglie d'oggi! Nel poco tempo
che si passa in casa, ci sono tante faccende da sbrigare e manca
il tempo per parlare. Poi, a mettere la museruola a tutti, è
arrivato il televisore. Esso ha ricevuto dalla società
tecnologica l'incarico di imporre il silenzio: "Zitti, c'è
il telegiornale". "Zitti, c'è lo sceneggiato"
E invece di dialogare tra noi, si dialoga col tubo catodico.
Con una battuta paradossale
qualcuno ha detto: il miglior televisore è quello guasto.
Troppo facile. La vera soluzione sarebbe: imparare - genitori
e figli insieme - a dialogare anche alla presenza del televisore.
E magari, proprio sugli argomenti proposti dal televisore.
Frutto del dialogo, comunque
realizzato, è l'arricchimento delle idee. Arricchimento
reciproco, secondo la persuasiva osservazione degli americani:
"Se io ho un euro e tu hai un altro euro , e ce li scambiamo,
alla fine rimaniamo come prima con un euro ciascuno. Ma se io
ho un'idea, e tu hai un'idea, e ce le scambiamo, alla fine ci
troviamo con due idee ciascuno".
Arricchimento per gli educatori:
parlando con i ragazzi, e ascoltandoli, essi imparano a guardare
al mondo giovane con sensibilità nuova. Purtroppo la nostra
società trabocca di adulti che da tempo si sono auto-emarginati,
che dicono "questi ragazzi non li capisco più",
e si sentono "fuori dal tempo".
Nel dialogo il ragazzo si trova anche facilitato nel realizzare
quel suo dovere fondamentale e a volte dimenticato dagli adulti:
elaborare un proprio, personale progetto di vita.
Non c'è solo da aiutare i ragazzi a elaborare un progetto,
ma occorre anche sostenerli e incoraggiarli mentre si provano
a realizzarlo.
Sappiamo che il compito è
difficile, che hanno bisogno di molto aiuto. I cuccioli di tante
specie animali nascono già capaci di badare a se stessi,
i puledrini appena nati si rizzano subito sulle zampe, i pulcini
appena sgusciati sanno becchettare. Il loro progetto di vita
è già iscritto nella loro natura. Invece i complicati
cuccioli dell'uomo hanno bisogno di provare e riprovare, di trovare
accanto a sé una sollecita guida e una lunga pazienza.
Bisogna far vedere loro come si vive, a quali traguardi possono
mirare, e spiegare con calma.
Diceva don Bosco: "Ai
giovani le cose vanno ripetute cento volte, e non basta ancora".
Diceva "Parlate, parlate! Avvertite, avvertite!". Esortava
gli educatori: "Come padri amorosi parlino, servan di guida
in ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano".
E' così che i ragazzi, con gli adulti al loro fianco,
passo dopo passo provano, progettano, realizzano.
Una ragionevolezza impiegata a tutto campo, era considerata da
don Bosco una colonna del suo sistema, e tale rimane anche oggi
per chi intende educare come lui.
Il secondo
elemento del sistema educativo di don Bosco è la RELIGIONE.
A questa parola sono connessi tanti valori della tradizione salesiana:
fede, preghiera, sacramenti, senso di Chiesa, devozione alla
Madonna. A molti animatori e genitori del nostro Oratorio Valdocco
la parola più adatta è sembrata oggi SPIRITUALITA'.
Mettere la religione come pilastro
di un progetto educativo vuol dire far sentire a tutti che nell'Oratorio
c'è Dio, che nella nostra vita Dio è sempre presente.
C'è un episodio molto significativo della vita dell'Oratorio
che indica come don Bosco avesse sempre presente il senso di
Dio.
Per attirare i ragazzi all'Oratorio
aveva invitato un suo amico, Giuseppe Brosio - che era stato
bersagliere - a formare tra i ragazzi un reggimento in miniatura,
insegnare manovre e azioni di battaglia, a giocare alla guerra.
Brosio aveva ottenuto dal governo duecento fucili di vecchio
tipo, con la canna sostituita da un bastone. Aveva portato la
tromba e aveva cominciato le esercitazioni. Marce, contromarce,
cariche alla baionetta, ritirate, assalti. Nel pomeriggio di
una domenica, in un contrassalto avvenne il disastro. L'esercito
"sconfitto", in piena rotta finì nell'orto di
Margherita, e incalzato dai vincitori imbaldanziti pestò
lattughe, prezzemolo e pomodori.
La "mamma" che assisteva al disastro, ne fu molto avvilita.
- Varda, varda Giòanin lo ca l'an fait - mormorò
al figlio lì accanto -, a l'an guastame tùt (Guarda,
guarda Giovanni cosa mi hanno fatto, mi hanno guastato tutto).
Fu probabilmente la sera dopo
che Margherita non se la sentì più. I ragazzi erano
andati a dormire, e lei come al solito aveva davanti un mucchietto
di roba da aggiustare: le lasciavano in fondo al letto la camicia
strappata, i calzoni sdrusciti, le calze con i buchi. E lei doveva
affrettarsi accanto al lume ad olio, perché al mattino
non avevano altro da indossare. Don Bosco, lì vicino,
la aiutava mettendo le toppe ai gomiti delle giacchette e aggiustando
le scarpe.
- Giovanni - mormorò
a un tratto -, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. Lavorò
dal mattino alla sera, sono una povera vecchia, e quei ragazzacci
mi rovinano sempre tutto. Non ce la faccio proprio più.
Don Bosco non contò una barzelletta "per tirarla
su". Non disse nemmeno una parola: non ce n'era nessuna
capace di consolare quella povera donna. Fece solo un gesto:
le indicò il Crocifisso appeso alla parete. E quella vecchia
contadina capì. Chinò la testa sulle calze con
i buchi, sulle camicie strappate, e continuò a cucire.
Proprio lei che aveva insegnato a sentire la presenza di Dio
ai suoi figli.
Una delle frasi più
frequenti di Mamma Margherita era stata: "Dio ti vede".
Lasciava che i suoi bambini andassero a scorazzare nei prati
vicini e mentre partivano diceva: "Ricordatevi che Dio vi
vede". Ma non era un Dio carabiniere quello che Mamma Margherita
scolpiva nella mente di Giovanni. Se la notte era bella e il
cielo stellato, mentre stavano a prendere il fresco sulla soglia
diceva: "E' Dio che ha creato il mondo e ha messo tante
stelle lassù".
Quando i prati erano pieni
di fiori mormorava: "Quante cose belle ha fatto il signore
per noi". Dopo la mietitura, la vendemmia, mentre tirava
il fiato dopo la fatica del raccolto diceva: "Ringraziamo
il Signore; E' stato buono con noi, ci ha dato il pane quotidiano".
Anche dopo il temporale e la grandine che aveva rovinato tutto,
la mamma invitava a riflettere: "Il Signore ha dato, il
Signore ha tolto, Lui sa perché, se però siamo
stati cattivi, ricordiamoci che con Dio non si burla".
Accanto alla mamma, ai fratelli,
ai vicini Giovanni aveva imparato così a vedere un'altra
persona, Dio. Una persona grande. Invisibile ma presente dappertutto:
nel cielo, nelle campagne, nella faccia dei poveri, nella voce
della coscienza che diceva: "Hai fatto bene, hai fatto male".
Una persona in cui sua madre aveva una confidenza illimitata,
indiscutibile. E' padre buono e provvidente, da il pane quotidiano,
perdona le nostre mancanze, a volte permette certe cose (la morte
del papà, la grandine nella vigna) difficili da capire:
ma "Lui" sa il perché e questo deve bastare.
Nel 1855 don Bosco aveva compiuto
un'impresa che aveva lasciato di stucco i torinesi: aveva condotto
a passeggio i ragazzi della Generala (oggi Ferrante Aporti),
il carcere minorile. Una giornata tra i boschi e i campi, in
allegria. E i ragazzi rinunciando alla facile occasione di darsi
alla fuga, a sera erano tornati tutti alla Generala, docili e
puntuali. C'era da gridare al miracolo.
Qualche giorno dopo il ministro
Rattazzi riceveva don Bosco e gli poneva la solita domanda: come
facesse ad avere tanto ascendente sui ragazzi. La risposta fu:
"La forza che noi abbiamo è una forza morale. A differenza
dello Stato, il quale non sa che comandare e punire, noi parliamo
principalmente al cuore della Gioventù. E la nostra parola
è la parola di Dio.
Mettere la religione come pilastro
di un progetto educativo vuol dire far sentire ad ogni ragazzo
la dignità di essere figlio di Dio, la chiamata a far
grandi cose per il Regno di Dio, vuol dire che la vita di nessuno
è inutile o ha poco valore. Parlando un giorno ai ragazzi,
ragazzi forse usciti dal carcere, don Bosco disse: "Man
mano che facevo sentir loro la dignità dell'uomo, dei
figli di Dio, provavano un piacere nel cuore e risolvevano di
farsi più buoni". Non una religione pesante, noiosa
ma un annuncio evangelico, che dà gioia.
Quel don Bosco che aveva avvertito:
"Ricordatevi che l'educazione è cosa di cuore",
subito dopo aveva aggiunto: "e Dio solo ne è il padrone.
E noi non potremo mai riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne
insegna l'arte e non ce ne dà in mano le chiavi".
Strana sorte delle parole: oggi chiavi in mano si riferisce ad
automobili o alloggi; don Bosco invece mirava ad avere le chiavi
in mano dei cuori, e pensava di ottenerle attraverso la religione.
Due signori
inglesi, uno dei quali
era ministro della regina Vittoria, accompagnati da un patrizio
di Torino, vennero in visita all'Oratorio. Dato uno sguardo alla
casa, furono condotti da don Bosco nella sala dove facevano studio
circa cinquecento giovani. E si meravigliarono non poco vedendoli
in perfetto silenzio.
Crebbe ancora la loro meraviglia
quando seppero che forse in tutto l'anno "non avevasi a
lamentare un motivo di infliggere o minacciare castighi".
"Come è mai possibile - domandò il ministro
- di ottenere tanto silenzio e tanta disciplina? Ditemelo. "Signore
- rispose don Bosco -, il mezzo che si usa tra noi non si può
usare tra voi.
Sono la frequente Confessione
e Comunione. "Se non si usano questi elementi di religione
- rispose don Bosco -, bisogna ricorrere alle minacce e al bastone".
"Avete ragione! - concluse il ministro con larghi segni
di assenso -.
O religione, o bastone.
Oltre a Confessione e Comunione,
va posto un terzo mezzo: una devozione filiale e affettuosa a
Maria. Di fatto nel suo programma educativo don Bosco ha assegnato
alla Madonna un ruolo delicato e importante. La presentava come
madre del Signore e aiuto dei cristiani, perciò intenta
a occuparsi con cure materne anche dei ragazzi dell'Oratorio.
Diceva loro: "Innanzi
a Dio vi protesto: basta che un giovane entri in una casa salesiana,
perché la Vergine santissima lo prenda subito sotto la
sua protezione speciale".
Attraverso la religione don
Bosco pensava che si può avere veramente in mano le chiavi
dei cuori, di quei cuori di cui solo Dio è padrone. Perciò
diceva: "Io ritengo che senza religione nulla si può
fare di buono tra i giovani". E coerentemente ammoniva:
"Chi ha vergogna di esortare alla pietà, è
indegno di essere maestro".
DON GIANNI MORIONDO
sdb
Direttore
dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
Per
messaggi scrivere a: valdocco@libero.it