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    SANTUARIO BASILICA MARIA AUSILIATRICE
    
Via Maria Ausiliatrice 32 / 10152 TORINO-VALDOCCO


     NOVENA: FESTA DI SAN GIOVANNI BOSCO 2008
    
ANIMATORE: DON GIANNI MORIONDO sdb

6° Giorno: 27 gennaio 2008

IL TRINOMIO EDUCATIVO:
RAGIONE - RELIGIONE - AMOREVOLEZZA

All'oratorio Valdocco ciclicamente viene ripreso il progetto educativo per rinnovarlo, per adattarlo alla nuova situazione giovanile. L'anno scorso in un incontro con i salesiani e le suore dell'oratorio, con educatori, animatori, allenatori e genitori ci si è posta la domanda: "Su quali pilastri dobbiamo costruire il nostro oratorio salesiano?" Tutti i presenti hanno risposto ad un breve questionario con queste domande:

- Indica le 3 cose che assolutamente ci devono essere in un progetto educativo
- Indica le 3 cose che sono assenti all'oratorio Valdocco
- Indica le 3 cose più importanti secondo don Bosco

A conclusione della serata è parso a tutti i presenti che il trinomio RAGIONE - RELIGIONE - AMOREVOLEZZA resti il pilastro su cui fondare il tutto.

Alla parola RAGIONE si sono associati valori come accoglienza, tolleranza, fiducia, dialogo, educazione, anzi la parola EDUCAZIONE è sembrata alla maggioranza quella più adatta ai nostri tempi. Un elemento importante del sistema educativo di don Bosco ieri e oggi resta quindi la RAGIONE.

Per capire bene questo termine è importante conoscere il dialetto piemontese. Quando due persone, a volte dopo un violento litigio, desiderano chiarirsi a vicenda una posizione, confrontarsi su un argomento, l'invito è espresso con le parole: "parliamone, discutiamo, dialoghiamo". Nel linguaggio monferrino tutte queste espressioni si possono esprimere solo con la parola "razunuma = ragioniamo".

"Ragionare" per i piemontesi non significa tanto "approfondire con calma", ma "discutere", anche con una certa vivacità. E' un po il corrispondente delle parole moderne "confronto, "dialogo".

Giovannino Bosco aveva imparato da sua mamma a "ragionare". Mamma Margherita non era una mamma che imponeva il suo parere: "E' così e basta", "E' così perché lo dico io". Accettava invece, tutte le volte che era possibile, di discutere, di confrontarsi con i suoi bambini. Discuteva con Giovanni fanciullo di pochi anni quando le arrivava in casa da una partita di lippa con la faccia grondante sangue e accettava che tornasse a giocare con i compagni "che stanno più buoni quando tra loro c'è Giovanni".

La parola "ragione" nel seguito della vicenda educativa di don Bosco si caricherà di significati più sfumati e profondi: dialogo tra educatore ed educando; confronto aperto, anche vivace delle rispettive posizioni; tolleranza, nei confronti di idee diverse ; rifiuto da parte dell'educatore di imporre a priori la sua posizione, anzi disposto a riconoscere gli argomenti dell'educando perché tra i due c'è amicizia, stima, fiducia. Don Bosco non fa finta di ascoltare "ma ascolta veramente" il parere dei giovani, è disposto ad educare ma anche a "lasciarsi educare".

Nel suo sistema educativo don Bosco applicava alla ragione la stessa dinamica messa in moto per l'autorevolezza. L'amore dell'educatore produce nel ragazzo una risposta di amicizia e confidenza; così il comportamento razionale dell'educatore conduce inavvertitamente il ragazzo sulla via della razionalità, della maturazione nel giudizi, delle decisioni equilibrate. Diceva: "Lasciamoci guidare sempre dalla ragione, e non dalla passione".

La condizione della razionalità nella vita dell'educatore lo porta ad assumere un atteggiamento costantemente equilibrato, sereno, gioioso. Il proverbio cinese " Chi non sa sorridere non apra bottega" dovrebbe valere più che mai per l'educatore: chi non sa sorridere non dovrebbe mettersi a educare.

Don Bosco, sapeva presentarsi ai suoi ragazzi sempre sereno e sorridente, anche in mezzo ai guai, i debiti, le preoccupazioni più assillanti. Si legge nella sua vita: "Quando era maggiore (all'Oratorio) la deficienza dei mezzi, o più grandi difficoltà o tribolazioni, lo si vedeva più allegro del solito.
Tanto che nel vederlo più frequente e spiritoso nel dire facezie, dicevamo: "Bisogna che don Bosco sia nei fastidi, giacché si mostra così sorridente!".

Il dialogo, conversazione a due o più voci, è anch'esso l' "ambiente" in cui la razionalità può e deve spingersi con la massima naturalezza. Diceva don Bosco ai suoi salesiani: "Si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri". Insisteva: "Li ascoltino, li lascino parlare molto".

E ne dava lui per primo l'esempio. Si legge nella sua biografia: "La sua camera era sempre aperta a chiunque desiderasse parlargli. Non si lagnava mai dell'indiscrezione con la quale era spesso disturbato, e tutti accoglieva con paterna familiarità, dando libertà di fare domande, esporre accuse e difese.

Li trattava come grandi signori; li invitava a sedere sul divano, stando egli seduto a tavolino, e li ascoltava con la maggiore attenzione. Oppure si alzava, e passeggiava con loro per la stanza. Finito il colloquio, li accompagnava alla soglia, apriva egli stesso la porta, e li congedava dicendo: " Siamo sempre amici!".

Invece quanto sta diventando difficile tutto questo per le famiglie d'oggi! Nel poco tempo che si passa in casa, ci sono tante faccende da sbrigare e manca il tempo per parlare. Poi, a mettere la museruola a tutti, è arrivato il televisore. Esso ha ricevuto dalla società tecnologica l'incarico di imporre il silenzio: "Zitti, c'è il telegiornale". "Zitti, c'è lo sceneggiato" E invece di dialogare tra noi, si dialoga col tubo catodico.

Con una battuta paradossale qualcuno ha detto: il miglior televisore è quello guasto. Troppo facile. La vera soluzione sarebbe: imparare - genitori e figli insieme - a dialogare anche alla presenza del televisore. E magari, proprio sugli argomenti proposti dal televisore.

Frutto del dialogo, comunque realizzato, è l'arricchimento delle idee. Arricchimento reciproco, secondo la persuasiva osservazione degli americani: "Se io ho un euro e tu hai un altro euro , e ce li scambiamo, alla fine rimaniamo come prima con un euro ciascuno. Ma se io ho un'idea, e tu hai un'idea, e ce le scambiamo, alla fine ci troviamo con due idee ciascuno".

Arricchimento per gli educatori: parlando con i ragazzi, e ascoltandoli, essi imparano a guardare al mondo giovane con sensibilità nuova. Purtroppo la nostra società trabocca di adulti che da tempo si sono auto-emarginati, che dicono "questi ragazzi non li capisco più", e si sentono "fuori dal tempo".
Nel dialogo il ragazzo si trova anche facilitato nel realizzare quel suo dovere fondamentale e a volte dimenticato dagli adulti: elaborare un proprio, personale progetto di vita.
Non c'è solo da aiutare i ragazzi a elaborare un progetto, ma occorre anche sostenerli e incoraggiarli mentre si provano a realizzarlo.

Sappiamo che il compito è difficile, che hanno bisogno di molto aiuto. I cuccioli di tante specie animali nascono già capaci di badare a se stessi, i puledrini appena nati si rizzano subito sulle zampe, i pulcini appena sgusciati sanno becchettare. Il loro progetto di vita è già iscritto nella loro natura. Invece i complicati cuccioli dell'uomo hanno bisogno di provare e riprovare, di trovare accanto a sé una sollecita guida e una lunga pazienza. Bisogna far vedere loro come si vive, a quali traguardi possono mirare, e spiegare con calma.

Diceva don Bosco: "Ai giovani le cose vanno ripetute cento volte, e non basta ancora". Diceva "Parlate, parlate! Avvertite, avvertite!". Esortava gli educatori: "Come padri amorosi parlino, servan di guida in ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano". E' così che i ragazzi, con gli adulti al loro fianco, passo dopo passo provano, progettano, realizzano.
Una ragionevolezza impiegata a tutto campo, era considerata da don Bosco una colonna del suo sistema, e tale rimane anche oggi per chi intende educare come lui.

Il secondo elemento del sistema educativo di don Bosco è la RELIGIONE.
A questa parola sono connessi tanti valori della tradizione salesiana: fede, preghiera, sacramenti, senso di Chiesa, devozione alla Madonna. A molti animatori e genitori del nostro Oratorio Valdocco la parola più adatta è sembrata oggi SPIRITUALITA'.

Mettere la religione come pilastro di un progetto educativo vuol dire far sentire a tutti che nell'Oratorio c'è Dio, che nella nostra vita Dio è sempre presente.
C'è un episodio molto significativo della vita dell'Oratorio che indica come don Bosco avesse sempre presente il senso di Dio.

Per attirare i ragazzi all'Oratorio aveva invitato un suo amico, Giuseppe Brosio - che era stato bersagliere - a formare tra i ragazzi un reggimento in miniatura, insegnare manovre e azioni di battaglia, a giocare alla guerra. Brosio aveva ottenuto dal governo duecento fucili di vecchio tipo, con la canna sostituita da un bastone. Aveva portato la tromba e aveva cominciato le esercitazioni. Marce, contromarce, cariche alla baionetta, ritirate, assalti. Nel pomeriggio di una domenica, in un contrassalto avvenne il disastro. L'esercito "sconfitto", in piena rotta finì nell'orto di Margherita, e incalzato dai vincitori imbaldanziti pestò lattughe, prezzemolo e pomodori.
La "mamma" che assisteva al disastro, ne fu molto avvilita. - Varda, varda Giòanin lo ca l'an fait - mormorò al figlio lì accanto -, a l'an guastame tùt (Guarda, guarda Giovanni cosa mi hanno fatto, mi hanno guastato tutto).

Fu probabilmente la sera dopo che Margherita non se la sentì più. I ragazzi erano andati a dormire, e lei come al solito aveva davanti un mucchietto di roba da aggiustare: le lasciavano in fondo al letto la camicia strappata, i calzoni sdrusciti, le calze con i buchi. E lei doveva affrettarsi accanto al lume ad olio, perché al mattino non avevano altro da indossare. Don Bosco, lì vicino, la aiutava mettendo le toppe ai gomiti delle giacchette e aggiustando le scarpe.

- Giovanni - mormorò a un tratto -, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. Lavorò dal mattino alla sera, sono una povera vecchia, e quei ragazzacci mi rovinano sempre tutto. Non ce la faccio proprio più.
Don Bosco non contò una barzelletta "per tirarla su". Non disse nemmeno una parola: non ce n'era nessuna capace di consolare quella povera donna. Fece solo un gesto: le indicò il Crocifisso appeso alla parete. E quella vecchia contadina capì. Chinò la testa sulle calze con i buchi, sulle camicie strappate, e continuò a cucire. Proprio lei che aveva insegnato a sentire la presenza di Dio ai suoi figli.

Una delle frasi più frequenti di Mamma Margherita era stata: "Dio ti vede". Lasciava che i suoi bambini andassero a scorazzare nei prati vicini e mentre partivano diceva: "Ricordatevi che Dio vi vede". Ma non era un Dio carabiniere quello che Mamma Margherita scolpiva nella mente di Giovanni. Se la notte era bella e il cielo stellato, mentre stavano a prendere il fresco sulla soglia diceva: "E' Dio che ha creato il mondo e ha messo tante stelle lassù".

Quando i prati erano pieni di fiori mormorava: "Quante cose belle ha fatto il signore per noi". Dopo la mietitura, la vendemmia, mentre tirava il fiato dopo la fatica del raccolto diceva: "Ringraziamo il Signore; E' stato buono con noi, ci ha dato il pane quotidiano". Anche dopo il temporale e la grandine che aveva rovinato tutto, la mamma invitava a riflettere: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, Lui sa perché, se però siamo stati cattivi, ricordiamoci che con Dio non si burla".

Accanto alla mamma, ai fratelli, ai vicini Giovanni aveva imparato così a vedere un'altra persona, Dio. Una persona grande. Invisibile ma presente dappertutto: nel cielo, nelle campagne, nella faccia dei poveri, nella voce della coscienza che diceva: "Hai fatto bene, hai fatto male". Una persona in cui sua madre aveva una confidenza illimitata, indiscutibile. E' padre buono e provvidente, da il pane quotidiano, perdona le nostre mancanze, a volte permette certe cose (la morte del papà, la grandine nella vigna) difficili da capire: ma "Lui" sa il perché e questo deve bastare.

Nel 1855 don Bosco aveva compiuto un'impresa che aveva lasciato di stucco i torinesi: aveva condotto a passeggio i ragazzi della Generala (oggi Ferrante Aporti), il carcere minorile. Una giornata tra i boschi e i campi, in allegria. E i ragazzi rinunciando alla facile occasione di darsi alla fuga, a sera erano tornati tutti alla Generala, docili e puntuali. C'era da gridare al miracolo.

Qualche giorno dopo il ministro Rattazzi riceveva don Bosco e gli poneva la solita domanda: come facesse ad avere tanto ascendente sui ragazzi. La risposta fu: "La forza che noi abbiamo è una forza morale. A differenza dello Stato, il quale non sa che comandare e punire, noi parliamo principalmente al cuore della Gioventù. E la nostra parola è la parola di Dio.

Mettere la religione come pilastro di un progetto educativo vuol dire far sentire ad ogni ragazzo la dignità di essere figlio di Dio, la chiamata a far grandi cose per il Regno di Dio, vuol dire che la vita di nessuno è inutile o ha poco valore. Parlando un giorno ai ragazzi, ragazzi forse usciti dal carcere, don Bosco disse: "Man mano che facevo sentir loro la dignità dell'uomo, dei figli di Dio, provavano un piacere nel cuore e risolvevano di farsi più buoni". Non una religione pesante, noiosa ma un annuncio evangelico, che dà gioia.

Quel don Bosco che aveva avvertito: "Ricordatevi che l'educazione è cosa di cuore", subito dopo aveva aggiunto: "e Dio solo ne è il padrone. E noi non potremo mai riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte e non ce ne dà in mano le chiavi". Strana sorte delle parole: oggi chiavi in mano si riferisce ad automobili o alloggi; don Bosco invece mirava ad avere le chiavi in mano dei cuori, e pensava di ottenerle attraverso la religione.

Due signori inglesi, uno dei quali era ministro della regina Vittoria, accompagnati da un patrizio di Torino, vennero in visita all'Oratorio. Dato uno sguardo alla casa, furono condotti da don Bosco nella sala dove facevano studio circa cinquecento giovani. E si meravigliarono non poco vedendoli in perfetto silenzio.

Crebbe ancora la loro meraviglia quando seppero che forse in tutto l'anno "non avevasi a lamentare un motivo di infliggere o minacciare castighi". "Come è mai possibile - domandò il ministro - di ottenere tanto silenzio e tanta disciplina? Ditemelo. "Signore - rispose don Bosco -, il mezzo che si usa tra noi non si può usare tra voi.

Sono la frequente Confessione e Comunione. "Se non si usano questi elementi di religione - rispose don Bosco -, bisogna ricorrere alle minacce e al bastone". "Avete ragione! - concluse il ministro con larghi segni di assenso -.
O religione, o bastone.

Oltre a Confessione e Comunione, va posto un terzo mezzo: una devozione filiale e affettuosa a Maria. Di fatto nel suo programma educativo don Bosco ha assegnato alla Madonna un ruolo delicato e importante. La presentava come madre del Signore e aiuto dei cristiani, perciò intenta a occuparsi con cure materne anche dei ragazzi dell'Oratorio.

Diceva loro: "Innanzi a Dio vi protesto: basta che un giovane entri in una casa salesiana, perché la Vergine santissima lo prenda subito sotto la sua protezione speciale".

Attraverso la religione don Bosco pensava che si può avere veramente in mano le chiavi dei cuori, di quei cuori di cui solo Dio è padrone. Perciò diceva: "Io ritengo che senza religione nulla si può fare di buono tra i giovani". E coerentemente ammoniva: "Chi ha vergogna di esortare alla pietà, è indegno di essere maestro".                                         

                                                 DON GIANNI MORIONDO sdb
                               Direttore dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
                               Per messaggi scrivere a:
valdocco@libero.it


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