5° Giorno:
26 gennaio
2008
Cari
ragazzi
o meglio caro Antonio, cara Viviana, caro Nabil...
Cari ragazzi,
.NO
NO
NO
,
il mio sogno sarebbe dire cara Vasilika, caro Enzo, caro Eugenio,
cara Katia, caro Nabil, caro Roberto, cara Suor Maria, cara Paola,
caro Andrea
La frase con
cui inizio certe lettere "carissimi oratoriani del triennio",
"carissimi genitori delle Elementari" o "carissimi
tutti", non mi piacciono perché quando sono tutti
"carissimi" forse non lo è nessuno. Invece mi
sono molto cari il papà e la mamma di Guglielmo, di Ossama,
di Chiara, di Simone, di Peter, di Alexandra, di Amine, di Domenico,
di Sara, di Jacopo, di Sauda, di Lorenzo, di Jessica, di Aldo
.ognuno
di loro con una preoccupazione diversa per l' educazione dei
propri figli.
Non solo mi sono cari ma carissimi i giovani Alessandro, Cristina,
Laura, Riccardo, Luana, Micaela, Mohamed, Attilio, Viviana, Oscar,
Mauro, Federica, Veronica, Conci, Marta, Luca, Marco, Antonio,
Fabio, Francesca
.con cui ho condiviso le gioie, le fatiche,
i risultati e le delusioni di tante attività.
Negli anni
della fanciullezza di Don Bosco c'è un episodio quasi
insignificante, quello del piccolo merlo, che però rivela
da subito un elemento essenziale del suo amore per i ragazzi:
un amore "personalizzato".
Ogni tanto
qualcuno mi chiede: Giovannino Bosco, da ragazzo, a cosa giocava?
Non certo a calcio, basket o pallavolo, sports ancora sconosciuti.
Giocava a nascondino o alla "lippa " (una specie di
base-ball primitivo). Ma il divertimento maggiore di quei ragazzetti
forti e vivaci della frazione Becchi era quello di andare a scovare
tane di talpe nei prati e nidi di uccelli nei boschi. Un giorno
Giovannino aveva preso dal nido un piccolo merlo e l' aveva allevato.
Nella gabbia intrecciata con rami di salice gli insegnò
a zufolare. L'uccello imparò. Quando vedeva Giovannino
lo salutava con il fischio modulato, saltava allegro fra le sbarre,
lo fissava con l'occhietto nero brillante. Un merlo simpatico.
Una mattina
il merlo non gli mandò il suo fischio. Un gatto aveva
sfondato la gabbia e l' aveva divorato. Rimaneva un ciuffo di
piume insanguinate. Giovanni si mise a piangere. Sua madre cercò
di calmarlo, dicendogli che di merli nei nidi intorno ne avrebbe
trovati ancora. Ma Giovannino non riuscì a capire queste
parole di sua madre; a lui non importava niente degli altri merli,
era quello lì il suo piccolo amico, quello che era stato
ucciso, quello che non avrebbe mai più rivisto.
Il pensiero che avrebbe potuto incontrare sulle colline tanti
altri uccelli non poteva attenuare la sua sofferenza perché
non cambiava il fatto che il suo piccolo amico era stato ucciso
e che non l'avrebbe più rivisto saltare allegro.
E' questa forse
la prima manifestazione dell' "amore personalizzato"
di Don Bosco. E' rivolto ad un piccolo merlo, ma non per questo
è banale o poco significativo. Giovanni Bosco non si affezionò
mai a nessuno "genericamente". Tutti i ragazzi dell'
oratorio si sentivano amati "personalmente"da lui,
non come componenti di un numero, di un gruppo, ma come persone.
E la sofferenza e la speranza di ognuno diventerà la sua
sofferenza, la sua speranza personale.
Don Bosco ama
tutti i suoi ragazzi e li ama così come sono: Michele
Rua riflessivo, Giovanni Cagliero impulsivo, Domenico Savio impegnatissimo,
Giuseppe Buzzetti calmo e sereno, Paolino Albera fragile e timido,
Filippo Rinaldi buono ed ostinato.
Nell'episodio
quasi insignificante del merlo piccolo piccolo, c'è un
altro particolare che mette in luce le caratteristiche originali
dell' amore di Giovanni Bosco. Dice il biografo che "rimase
triste alcuni giorni, e nessuno riusciva a farlo tornare allegro.
Finalmente, sono le parole del Lemoyne, si fermò a riflettere
sulla nullità delle cose mondane, e pigliò una
risoluzione superiore alla sua età: propose di non attaccare
mai più il suo cuore a cosa terrena."
Leggendo però
le vicende di Don Bosco, ci accorgiamo che la stessa "risoluzione"
la ripete alcuni anni dopo, alla morte di un suo caro amico,
e molte altre volte. E tutti comprendiamo che una risoluzione
si ripete molte volte quando si riesce a praticarla poche volte.
A me fa piacere constatare che questo fu il proposito che Giovanni
Bosco non riuscì mai ad osservare. Anche lui, come noi,
con il cuore che ha bisogno di amare le cose piccole e grandi.
Piangerà con il cuore a pezzi alla morte di Don Calosso,
di Luigi Comollo, alla vista dei primi ragazzi dietro alle sbarre
di una prigione.
L'ascetica
del tempo insegnava che " attaccare il cuore alle creature"
era male. Meglio non rischiare, meglio amare poco.
Quella più evangelica del Vaticano II ci dirà che
non bisogna certo trasformare le creature in idoli, bisogna purificare
il nostro cuore, ma che Dio ci ha dato il cuore perché
amiamo senza paura. Il Dio dei filosofi è impassibile,
ma il Dio della Bibbia, nostro padre e nostro modello, no: soffre
e piange, ha fremiti di gioia e sorrisi di tenerezza.
Tra i ragazzi
di Don Bosco non ci saranno le invidiuzze che circondano certi
educatori, che si allevano accanto i "preferiti". Don
Bosco ama tutti i suoi ragazzi, a nessuno vuole "più
bene", perché a tutti vuole "tutto il bene"
che ha. Lo dirò con un paragone semplice: a quale dito
della mano sono più affezionato?
Due ragazzi dell'oratorio stavano bisticciando, prendendosi anche
a calci e pugni. Don Bosco li divide, ma uno dei due alza nuovamente
la voce esclamando: " vero che Don Bosco vuole più
bene a me?"- "No, non è vero"- replicò
l'altro, scagliandosi nuovamente contro,- "Don Bosco vuole
più bene a me!"-.
Ecco il motivo del bisticcio.
Riportata la calma, Don Bosco allungò verso quei due la
mano e chiederà:" A quale dito della mano sono più
affezionato? A tutti. Qualunque dito della mia mano mi strappassero,
proverei un grande dolore. Così è per voi: vi voglio
tanto bene ad entrambi!".
Don Bosco voleva
bene ad ogni ragazzo così com' era. Voleva il "bene
personale" di ognuno. Ad un giovane trovava il lavoro, ad
un altro insegnava fare i conti, ad un ragazzo dava da dormire
e una pagnotta, ad un altro la preparazione per incontrare Gesù
nella Prima Comunione.
Don Bosco sapeva "parlare al cuore"di ogni ragazzo
in maniera personale, perchè in tal modo raggiungeva ciò
che occupava la mente dei ragazzi, svelava la porta degli avvenimenti
della loro vita, faceva loro comprendere il valore dei comportamenti
e dei sentimenti, toccando la profondità della coscienza.
Non parlava
molto, ma in modo diretto; non in forma agitata ma chiara. Ci
sono nella pedagogia di Don Bosco due esempi di questo modo di
parlare: "la buona notte", quella parola rivolta a
tutti alla fine della giornata dava a tutti il senso di ciò
che si era vissuto (esempi: oggi ho visto due ragazzi bisticciare,
stanotte ho sognato un ragazzino che rubava, che dava scandalo
.),e
"la parolina all'orecchio", quella parola personale
che veniva lasciata cadere in momenti informali di ricreazione
(esempi: "da quanto tempo non ti confessi", "lavati
la bocca: una bocca sporcata da certe parolacce e bestemmie.").Sono
due momenti carichi di emotività, che riguardano sempre
momenti concreti e immediati e che consegnano una sapienza quotidiana
per affrontarli; insomma aiutano a vivere ed insegnano l'arte
del vivere.
Nei primi tempi
dell'oratorio alla Domenica Don Bosco portava i suoi ragazzi
in gita a piedi verso qualche chiesa. Ecco cosa scrive un ragazzo,
Paolo C., garzone muratore, che si unì un giorno alla
turba degli oratoriani che andavano al Monte dei Cappuccini:
" Venne celebrata la Messa, molti fecero la Santa Comunione,
poi andarono tutti nel cortile del convento per fare la colazione.
Credetti di non averne diritto e mi ritirai aspettando di unirmi
a loro nel ritorno. Ma Don Bosco mi vide e mi si avvicinò:
-" Come ti chiami"-
-"Paolino"-
- "Hai preso la colazione?"-
-"No, signore, perché non mi sono confessato né
comunicato"
-" Ma non occorre nè confessarsi , né comunicarsi
per avere la colazione"
-" Che cosa occorre?"
-"Avere appetito"
Mi portò vicino al cesto e mi diede in abbondanza pane
e frutta. Discesi con lui e nel prato giocai fino a sera. Da
quel momento, e per molti anni, non abbandonai l'oratorio e Don
Bosco, che mi fece tanto del bene."
Mi auguro di
cuore che ogni ragazzo che si unisce a noi perchè ha appetito
riceva sempre una buona colazione ( e possibilmente anche il
pranzo e la cena).
Mi auguro di cuore che ogni ragazzo che si unisce a noi perché
sazio e forse persino disgustato di troppi beni materiali, trovi
sempre speranza, valori, ideali per cui valga la pena spendere
la vita.
Mi auguro che ogni educatore non si rassegni mai davanti ad un
ragazzo umiliato dall'ignoranza, dinanzi a giovani inariditi
dalla mancanza di Dio, davanti a gente tarlata dalla miseria.
Mi auguro che
ogni animatore rispetti sempre "l'originalità"
di ognuno, lo aiuti a realizzarsi con le proprie qualità,
senza pretendere di rendere tutti uguali, senza imporre gli stessi
itinerari.
Spero che gli interessi vivi e reali di ogni oratoriano siano
sempre al centro e mai secondari o insignificanti rispetto alla
struttura.
Spero che preti,
allenatori, insegnanti, catechisti, suore, educatori, musicisti
e teatranti di quegli stessi ragazzi che girano tra un' attività
e l' altra si parlino tra loro e non considerino i ragazzi come
" pacchi postali" di cui interessarsi solo quando arrivano
nella propria "buca delle lettere".
Spero che ogni
genitore, ogni educatore sappia trovare " la parola giusta"
"al momento opportuno" per ogni ragazzo.
DON GIANNI MORIONDO
sdb
Direttore
dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
Per
messaggi scrivere a: valdocco@libero.it