|  HOME PAGE - ITALIANO  |  FORMAZIONE CRISTIANA   FORMAZIONE MARIANA   INFO VALDOCCO  |

    SANTUARIO BASILICA MARIA AUSILIATRICE
    
Via Maria Ausiliatrice 32 / 10152 TORINO-VALDOCCO


     NOVENA: FESTA DI SAN GIOVANNI BOSCO 2008
    
ANIMATORE: DON GIANNI MORIONDO sdb

5° Giorno: 26 gennaio 2008

Cari ragazzi…
o meglio caro Antonio, cara Viviana, caro Nabil...

Cari ragazzi,…….NO…NO…NO…, il mio sogno sarebbe dire cara Vasilika, caro Enzo, caro Eugenio, cara Katia, caro Nabil, caro Roberto, cara Suor Maria, cara Paola, caro Andrea……

La frase con cui inizio certe lettere "carissimi oratoriani del triennio", "carissimi genitori delle Elementari" o "carissimi tutti", non mi piacciono perché quando sono tutti "carissimi" forse non lo è nessuno. Invece mi sono molto cari il papà e la mamma di Guglielmo, di Ossama, di Chiara, di Simone, di Peter, di Alexandra, di Amine, di Domenico, di Sara, di Jacopo, di Sauda, di Lorenzo, di Jessica, di Aldo….ognuno di loro con una preoccupazione diversa per l' educazione dei propri figli.
Non solo mi sono cari ma carissimi i giovani Alessandro, Cristina, Laura, Riccardo, Luana, Micaela, Mohamed, Attilio, Viviana, Oscar, Mauro, Federica, Veronica, Conci, Marta, Luca, Marco, Antonio, Fabio, Francesca….con cui ho condiviso le gioie, le fatiche, i risultati e le delusioni di tante attività.

Negli anni della fanciullezza di Don Bosco c'è un episodio quasi insignificante, quello del piccolo merlo, che però rivela da subito un elemento essenziale del suo amore per i ragazzi: un amore "personalizzato".

Ogni tanto qualcuno mi chiede: Giovannino Bosco, da ragazzo, a cosa giocava? Non certo a calcio, basket o pallavolo, sports ancora sconosciuti. Giocava a nascondino o alla "lippa " (una specie di base-ball primitivo). Ma il divertimento maggiore di quei ragazzetti forti e vivaci della frazione Becchi era quello di andare a scovare tane di talpe nei prati e nidi di uccelli nei boschi. Un giorno Giovannino aveva preso dal nido un piccolo merlo e l' aveva allevato. Nella gabbia intrecciata con rami di salice gli insegnò a zufolare. L'uccello imparò. Quando vedeva Giovannino lo salutava con il fischio modulato, saltava allegro fra le sbarre, lo fissava con l'occhietto nero brillante. Un merlo simpatico.

Una mattina il merlo non gli mandò il suo fischio. Un gatto aveva sfondato la gabbia e l' aveva divorato. Rimaneva un ciuffo di piume insanguinate. Giovanni si mise a piangere. Sua madre cercò di calmarlo, dicendogli che di merli nei nidi intorno ne avrebbe trovati ancora. Ma Giovannino non riuscì a capire queste parole di sua madre; a lui non importava niente degli altri merli, era quello lì il suo piccolo amico, quello che era stato ucciso, quello che non avrebbe mai più rivisto.
Il pensiero che avrebbe potuto incontrare sulle colline tanti altri uccelli non poteva attenuare la sua sofferenza perché non cambiava il fatto che il suo piccolo amico era stato ucciso e che non l'avrebbe più rivisto saltare allegro.

E' questa forse la prima manifestazione dell' "amore personalizzato" di Don Bosco. E' rivolto ad un piccolo merlo, ma non per questo è banale o poco significativo. Giovanni Bosco non si affezionò mai a nessuno "genericamente". Tutti i ragazzi dell' oratorio si sentivano amati "personalmente"da lui, non come componenti di un numero, di un gruppo, ma come persone. E la sofferenza e la speranza di ognuno diventerà la sua sofferenza, la sua speranza personale.

Don Bosco ama tutti i suoi ragazzi e li ama così come sono: Michele Rua riflessivo, Giovanni Cagliero impulsivo, Domenico Savio impegnatissimo, Giuseppe Buzzetti calmo e sereno, Paolino Albera fragile e timido, Filippo Rinaldi buono ed ostinato.

Nell'episodio quasi insignificante del merlo piccolo piccolo, c'è un altro particolare che mette in luce le caratteristiche originali dell' amore di Giovanni Bosco. Dice il biografo che "rimase triste alcuni giorni, e nessuno riusciva a farlo tornare allegro. Finalmente, sono le parole del Lemoyne, si fermò a riflettere sulla nullità delle cose mondane, e pigliò una risoluzione superiore alla sua età: propose di non attaccare mai più il suo cuore a cosa terrena."

Leggendo però le vicende di Don Bosco, ci accorgiamo che la stessa "risoluzione" la ripete alcuni anni dopo, alla morte di un suo caro amico, e molte altre volte. E tutti comprendiamo che una risoluzione si ripete molte volte quando si riesce a praticarla poche volte.
A me fa piacere constatare che questo fu il proposito che Giovanni Bosco non riuscì mai ad osservare. Anche lui, come noi, con il cuore che ha bisogno di amare le cose piccole e grandi. Piangerà con il cuore a pezzi alla morte di Don Calosso, di Luigi Comollo, alla vista dei primi ragazzi dietro alle sbarre di una prigione.

L'ascetica del tempo insegnava che " attaccare il cuore alle creature" era male. Meglio non rischiare, meglio amare poco.
Quella più evangelica del Vaticano II ci dirà che non bisogna certo trasformare le creature in idoli, bisogna purificare il nostro cuore, ma che Dio ci ha dato il cuore perché amiamo senza paura. Il Dio dei filosofi è impassibile, ma il Dio della Bibbia, nostro padre e nostro modello, no: soffre e piange, ha fremiti di gioia e sorrisi di tenerezza.

Tra i ragazzi di Don Bosco non ci saranno le invidiuzze che circondano certi educatori, che si allevano accanto i "preferiti". Don Bosco ama tutti i suoi ragazzi, a nessuno vuole "più bene", perché a tutti vuole "tutto il bene" che ha. Lo dirò con un paragone semplice: a quale dito della mano sono più affezionato?
Due ragazzi dell'oratorio stavano bisticciando, prendendosi anche a calci e pugni. Don Bosco li divide, ma uno dei due alza nuovamente la voce esclamando: " vero che Don Bosco vuole più bene a me?"- "No, non è vero"- replicò l'altro, scagliandosi nuovamente contro,- "Don Bosco vuole più bene a me!"-.
Ecco il motivo del bisticcio.
Riportata la calma, Don Bosco allungò verso quei due la mano e chiederà:" A quale dito della mano sono più affezionato? A tutti. Qualunque dito della mia mano mi strappassero, proverei un grande dolore. Così è per voi: vi voglio tanto bene ad entrambi!".

Don Bosco voleva bene ad ogni ragazzo così com' era. Voleva il "bene personale" di ognuno. Ad un giovane trovava il lavoro, ad un altro insegnava fare i conti, ad un ragazzo dava da dormire e una pagnotta, ad un altro la preparazione per incontrare Gesù nella Prima Comunione.
Don Bosco sapeva "parlare al cuore"di ogni ragazzo in maniera personale, perchè in tal modo raggiungeva ciò che occupava la mente dei ragazzi, svelava la porta degli avvenimenti della loro vita, faceva loro comprendere il valore dei comportamenti e dei sentimenti, toccando la profondità della coscienza.

Non parlava molto, ma in modo diretto; non in forma agitata ma chiara. Ci sono nella pedagogia di Don Bosco due esempi di questo modo di parlare: "la buona notte", quella parola rivolta a tutti alla fine della giornata dava a tutti il senso di ciò che si era vissuto (esempi: oggi ho visto due ragazzi bisticciare, stanotte ho sognato un ragazzino che rubava, che dava scandalo….),e "la parolina all'orecchio", quella parola personale che veniva lasciata cadere in momenti informali di ricreazione (esempi: "da quanto tempo non ti confessi", "lavati la bocca: una bocca sporcata da certe parolacce e bestemmie.").Sono due momenti carichi di emotività, che riguardano sempre momenti concreti e immediati e che consegnano una sapienza quotidiana per affrontarli; insomma aiutano a vivere ed insegnano l'arte del vivere.

Nei primi tempi dell'oratorio alla Domenica Don Bosco portava i suoi ragazzi in gita a piedi verso qualche chiesa. Ecco cosa scrive un ragazzo, Paolo C., garzone muratore, che si unì un giorno alla turba degli oratoriani che andavano al Monte dei Cappuccini:
" Venne celebrata la Messa, molti fecero la Santa Comunione, poi andarono tutti nel cortile del convento per fare la colazione.
Credetti di non averne diritto e mi ritirai aspettando di unirmi a loro nel ritorno. Ma Don Bosco mi vide e mi si avvicinò:
-" Come ti chiami"-
-"Paolino"-
- "Hai preso la colazione?"-
-"No, signore, perché non mi sono confessato né comunicato"
-" Ma non occorre nè confessarsi , né comunicarsi per avere la colazione"
-" Che cosa occorre?"
-"Avere appetito"
Mi portò vicino al cesto e mi diede in abbondanza pane e frutta. Discesi con lui e nel prato giocai fino a sera. Da quel momento, e per molti anni, non abbandonai l'oratorio e Don Bosco, che mi fece tanto del bene."

Mi auguro di cuore che ogni ragazzo che si unisce a noi perchè ha appetito riceva sempre una buona colazione ( e possibilmente anche il pranzo e la cena).
Mi auguro di cuore che ogni ragazzo che si unisce a noi perché sazio e forse persino disgustato di troppi beni materiali, trovi sempre speranza, valori, ideali per cui valga la pena spendere la vita.
Mi auguro che ogni educatore non si rassegni mai davanti ad un ragazzo umiliato dall'ignoranza, dinanzi a giovani inariditi dalla mancanza di Dio, davanti a gente tarlata dalla miseria.

Mi auguro che ogni animatore rispetti sempre "l'originalità" di ognuno, lo aiuti a realizzarsi con le proprie qualità, senza pretendere di rendere tutti uguali, senza imporre gli stessi itinerari.
Spero che gli interessi vivi e reali di ogni oratoriano siano sempre al centro e mai secondari o insignificanti rispetto alla struttura.

Spero che preti, allenatori, insegnanti, catechisti, suore, educatori, musicisti e teatranti di quegli stessi ragazzi che girano tra un' attività e l' altra si parlino tra loro e non considerino i ragazzi come " pacchi postali" di cui interessarsi solo quando arrivano nella propria "buca delle lettere".

Spero che ogni genitore, ogni educatore sappia trovare " la parola giusta" "al momento opportuno" per ogni ragazzo.

                                              DON GIANNI MORIONDO sdb
                      Direttore dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
                          Per messaggi scrivere a:
valdocco@libero.it


|  HOME PAGE - ITALIANO  |  FORMAZIONE CRISTIANA   FORMAZIONE MARIANA   INFO VALDOCCO  |


VISITA Nr.