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25 gennaio
2008
L'educazione
è cosa di cuore
Quando i Salesiani
di Milano presero la direzione del riformatorio per minori di
Arese nelle "celle di rigore" trovarono incise bestemmie,
parolacce, frasi volgari di ogni tipo; tuttavia un ragazzo, forse
con le unghie, aveva scritto "Senza una mamma la vita non
ha scopo". In seguito i ragazzi l'anno voluta scritta sotto
la statua della Madonna, nel loro cortile d'ingresso e a cantavano
voce spiegata :
"Senza
la mamma la vita non ha scopo
..senza amore la vita non
ha scopo!"
Crediamo che
anche Don Bosco si sarebbe unito volentieri al coro: lui, orfano
di padre all'età di due anni, ha avuto nella mamma Margherita
colei che lo ha aiutato a guardare avanti, al futuro con tanta
speranza, con tanto amore.
A lei deve
quel tratto caratteristico del suo metodo educativo, noto in
tutto il mondo come "Sistema Peventivo" che è
l' amorevolezza.
Ricordatevi-
diceva Don Bosco- che l'educazione è cosa del cuore.
"Disposizione o atteggiamento benevolo e affettuoso",
spiega il vocabolario.
Amorevolezza rimanda alla virtù della carità, che
è la virtù cristiana per eccellenza. Fondamentale
per il cristiano lo è per Don Bosco, che ha cominciato
a prenderla sul serio fin da ragazzo, fin da quello che egli
stesso ha chiamato " il sogno dei nove anni".
"Nel sonno-ha
raccontato-mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai
spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che
si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi
bestemmiavano. All'udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato
in mezzo a loro, adoperando pugni e parole per farli tacere.
In quel momento
apparve un uomo venerando. La sua faccia era così luminosa
che io non potevo rimirarla,egli mi chiamò per nome e
mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo
queste parole: " Non con le percosse, ma con la mansuetudine
e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici".
Con la mansuetudine
e la carità : è la lezione imparata da Giovannino
all'età di nove anni.
Il sistema educativo di Don Bosco si basa su uno scambio di affetto
e di servizio gratuitamente dato e gratuitamente ricambiato,
su un rapporto di famiglia. In famiglia i figli non danno i soldi
alla mamma per pagare i suoi servizi, né pagano al papà
mensilmente l'educazione che ricevono. Il rapporto è di
amore e riconoscenza non di soldi.
Così
in un oratorio salesiano.Io salesiano ho un solo calciobalilla
scalcinato, ma te lo metto a disposizione con amicizia; ho solo
una saletta povera ma sono contento che venga e che ti trovi
a casa tua; non ho un titolo universitario, ma ti aiuto ad imparare
la lezione e a fareun componimento, esattamente come un papà
aiuta suo figlio. In fondo l'oratorio non ti da un calciobalilla,
una saletta, delle ripetizioni, ti da la vita di tanti volontari.
E questo desta riconoscenza, clima di famiglia, serenità.
E' evidente
che più gli educandi hanno soldi(o li ha papà,
che è la stessa cosa) più sono ricchi, e più
è difficile stabilire questo rapporto familiare, di persone.
Tutto tende a diventare inevitabilmente un rapporto di cose:
io ti do i soldi, quindi ho il diritto di ricevere da te servizi
qualificati.
Il direttore
è il capo di un' azienda che funziona, l'educatore è
il gestore di una sala giochi o di un campo di calcio,il genitore
è il barista, il professore è professore e basta.
Nell'oratorio salesiano invece il professore è invece
fratello e amico, il direttore è il padre di una famiglia,
l'animatore-educatore è l'organizzatore della gioia di
una banda di ragazzini. I soldi ci devono essere,come in ogni
famiglia, ma come in ogni famiglia giocano un ruolo secondario
rispetto all' amore.
Il papà,
la mamma, il fratello, la sorella lavorano per amore, spendono
la vita per amore. I soldi necessari si procurano in qualche
maniera, ma il rapporto rimane di persone e non di cose.
Nel 1872 Don Bosco vide un bravo ragazzo, Eusebio Calvi di Palestro, preoccupato e triste.Gli
domandò il perché e si sentì rispondere:
"I miei non possono pagare più la pensione ed io
sono obbligato ad interrompere gli studi.".Don Bosco: "Quanto
è la tua pensione fino ad oggi?"
Eusebio: "Dodici lire al mese"
Don Bosco: " Scrivi a tuo papà che la fissiamo a
cinque e che pagherà se potrà.. Vieni nel mio ufficio
che ti faccio il biglietto per l'economo. "Eusebio Calvi
ed altre migliaia di ragazzini che ricevettero simili gesti di
affetto, non videro nel comportamento di Don Bosco un "bel
gesto", il gesto, per intenderci, di un ricco principe che
può disporre di molto denaro e che con animo grande condona
le tasse.
Eusebio sapeva che le lire mensili
erano la metà del minimo necessario per il mantenimento.
La retta dei collegi di condizione popolare era di ventiquattro
lire al mese. Le sette che gli venivano tolte dalla retta e le
dodici che già mancavano, Don Bosco sarebbe andato ad
elemosinarle facendosi venire le gambe gonfie a forza di salire
le scale, bussando a molte porte, inghiottendo risposte mortificanti.
Appare subito evidente che l'educazione è
dono reciproco, gratuito, totale di affetto e di persona. Per
Don Bosco, l'amorevolezza dell'educare voleva dire innanzitutto
un amore leggibile dai ragazzi; " Chi vuole essere amato,
bisogna che faccia vedere che ama", ha detto e scritto.
E' quindi importante
il modo di porgere, di trattare. C' è un modo di voler
bene che è rude, spigoloso, scostante. Capita a certi
genitori o educatori: il loro amore magari è vero e profondo,
ma chi se ne accorge delle apparenze? Non di certo i ragazzi.
E le conseguenze a volte sono drammatiche.
Invece Don
Bosco voleva un amore che trasparisse dal modo di fare, di parlare,
dal tono della voce, dal sorriso. Proprio parlando dell'amorevolezza
ha fatto suo il detto popolare: " Il piatto migliore di
un pranzo è quello della buona cena ".
L'amorevolezza
comporta un clima di gioia, di festa, porta ad agire come se
si dicesse; " Sono contento che tu sei qui e che io sono
con te".
Giovanni Roda, accolto all'età di dodici anni, orfano
e poverissimo, ricordava l'accoglienza che Don Bosco gli aveva
riservato a Valdocco.
" Arrivati
al cancello, prima di attraversare il cortile, Don Bosco ha chiamato
forte " Mamma venite un po' qui. Venite a vedere chi c'è."
Ha gridato proprio così, facendo festa, come quando arriva
un parente o un amico. Da quel momento l'oratorio è diventata
la mia casa e Don Bosco è diventati mio padre."
In oratorio il ragazzo è accolto ed amato per quello che
è, con i suoi limiti e le sue potenzialità ed è
valorizzato.
Padre Jean
Duvallet, anziano compagno dell'Abbè Pierre, in uno dei suoi indirizzi
ai figli di Don Bosco scrive:
Voi avrete delle opere, dei collegi, delle case, ma non avete
che un solo tesoro, la pedagogia di don Bosco.
Rischiate tutto il resto, questi non sono che mezzi, ma salvate
la pedagogia
.
Venti anni nel ministero della rieducazione mi obbliga a dirvi
siete responsabili di questo tesoro per la Chiesa e per il mondo.
In un mondo
dove l'uomo e il fanciullo sono triturati, classificati, psicanalizzati,
dove i bambini e gli uomini servono come materie prime, il Signore
vi ha consegnato una pedagogia dove trionfa il rispetto del bambino,
della sua grandezza, della sua debolezza, della sua dignità
di Figli di Dio.
Questa pedagogia
conservatela, rinnovatela, ragionatela, arrichitela di scoperte,
adottatela ai grandi mali dell'esistenza, così come Don
Bosco non ha mai visto
.ma conservatela.
Cambiate tutto, perdete le vostre case
.che importa!
Ma proteggeteci,
lottando in mille modi, per il modo di Don Bosco di amare e salvare
le anime".
Più che elucubrazioni sul sistema educativo di Don Bosco,
i nostri bravi oratoriani delle medie ci rappresenteranno un
fatto che farà capire a tutti il nucleo della pedagogia
salesiana.
A far catechismo ai più piccoli Don Bosco metteva anche
i giovani, forse fin troppo giovani ed impreparati a tenere la
disciplina.
Un certo
Costamagna, diciassette anni, faceva catechismo ai dei bambini di
otto anni. Lui parlava
.parlava
ma i suoi ragazzi parlavano
molto di più
..e non solo parlavano, ma si tiravano
anche pallottole di carta, matite
.un pandemonio che solo
qualcuno di voi può immaginare per esperienza personale
in certe ore di scuola.
Costamagna, sconsolato va da Don Bosco esclamando: "Basta!
Io non ne posso più!nessuno sta attento, tutti fanno chiasso.Io
pianto lì tutto!." Don Bosco lo incoraggia con qualche
consiglio: " Quando i tuoi ragazzi sono in cortile, chiacchera
con loro, gioca con loro, racconta loro qualche barzelletta o
qualche storiella divertente
."
Così fa il giovane Costamagna
..la settimana dopo
li trovo tutti attentissimi (
io non ci credo
.diciamo
un po' silenziosi
)
Domanda loro: " Perchè oggi siete così attenti?"
Risponde uno per tutti: " Perché adesso è
nostro amico e non vogliamo più farla arrabbiare!"
Il saluto,
il dialogo cordiale, la condivisione dei problemi quotidiani,
la capacità di ascolto, la disponibilità paziente,
sono atteggiamenti in cui si concretizza l'amorevolezza, l'accoglienza
e la carità.
Per Don Bosco
amorevolezza deve essere un amore "dichiarato" ai ragazzi.
In un famoso sogno fatto a Roma che aveva per argomento una certa
crisi attraversata dal suo oratorio nel 1884 (sogna un cortile
non più allegro, ma circondato da noia, diffidenza, svogliatezza,
solitudine, discorsi equivoci
.) il santo in cerca di rimedi
domandava: "Che cosa manca dunque? Non vedi come gli animatori
sono martiri del lavoro? Come consumano i loro anni giovanili
per il bene dei ragazzi?
. ricevette come risposta: "
Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano
di essere amati".
Insomma bisogna
dirglielo. E Don Bosco glielo diceva. Nella prefazione di un
libro di preghiere per ragazzi scriveva:
" Miei
cari giovani, io vi amo tutti di cuore. E basta che siate giovani
perché io vi ami assai". Una sera, dando il pensiero
della " buona notte" ai ragazzi disse: " Miei
cari giovani, voi sapete quanto io vi amo nel Signore. Quanto
sono e quanto posseggo, preghiere, fatiche, la mia vita stessa,
tutto desidero impiegare a vostro servizio.Per qualunque cosa,
fate pure assegnamento su di me. Vi do tutto me stesso. Sarà
cosa meschina, ma quando vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo
per me".
Nella lettera
inviata da Roma,
nella quale riferisce il sogno sulla crisi dell'oratorio inizia
dicendo: " Vicino o lontano, io penso sempre a voi. Uno
solo è il mio desiderio quello di vedervi felici nel tempo
e nell'eternità".
Amare a parole
può non bastare, occorre scendere ai fatti. E' il fatto
più elementare per Don Bosco è "stare con
i ragazzi". Diceva al salesiano educatore: " Passa
con i giovani tutto il tempo possibile". Raccomandava soprattutto
i tempi dell'allegria. Diceva: " Bisogna trovarsi con loro
nella ricreazione, prendere parte ai loro giochi. Il maestro,
visto solo in cattedra, è maestro e niente più,
ma se va in ricreazione con i ragazzi, diventa come fratello".
L'amore verso
i ragazzi si realizza in concreto nell'amare ciò che piace
ai ragazzi. Con tutto quello che aveva da fare, corrispondenza,
visite da ricevere e da fare, incontri con personaggi della Chiesa
e del Risorgimento, trattative con ministri per questioni tra
Chiesa e Stato, tuttavia Don Bosco perdeva il suo tempo a chiacchierare
con i ragazzi, scherzava con loro, raccontava battute spiritose
e, dice il biografo, " essi ridevano di cuore e contento
rideva anche lui".
Il percorso
dell'amorevolezza che conduce alla confidenza, non è sempre
agevole: rendersi amici i ragazzi è una lenta conquista.
Anna Frank, la ragazza ebrea perita tragicamente nel campo di
sterminio nazista, ha raccontato nel suo memorabile " Diario"
una discussione piuttosto vivace avuta un giorno con sua madre
conclusa da lei con una osservazione tagliente: " l'affetto
non lo si impone".
E' così.
Ma Don Bosco sa che in ogni giovane, anche il più disgraziato,
c'è un punto accessibile al bene ed è dovere primo
dell'educatore ricercarlo. Sa che il cuore è una fortezza
sempre chiusa al rigore e all' asprezza, perciò consiglia:
" studiamo di farci amare".
La familiarità
porta affetto e l'affetto confidenza. Ciò apre i cuori
e i giovani palesano tutto senza timore, diventano schietti"
e
solo a quel momento l'educatore può lanciare la sua proposta
educativa sicuro che verrà accolta, perché "
chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto
dai giovani".
DON GIANNI MORIONDO
sdb
Direttore
dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
Per
messaggi scrivere a: valdocco@libero.it