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    SANTUARIO BASILICA MARIA AUSILIATRICE
    
Via Maria Ausiliatrice 32 / 10152 TORINO-VALDOCCO


     NOVENA: FESTA DI SAN GIOVANNI BOSCO 2008
    
ANIMATORE: DON GIANNI MORIONDO sdb

4° Giorno: 25 gennaio 2008

L'educazione è cosa di cuore

Quando i Salesiani di Milano presero la direzione del riformatorio per minori di Arese nelle "celle di rigore" trovarono incise bestemmie, parolacce, frasi volgari di ogni tipo; tuttavia un ragazzo, forse con le unghie, aveva scritto "Senza una mamma la vita non ha scopo". In seguito i ragazzi l'anno voluta scritta sotto la statua della Madonna, nel loro cortile d'ingresso e a cantavano voce spiegata :

"Senza la mamma la vita non ha scopo…..senza amore la vita non ha scopo!"

Crediamo che anche Don Bosco si sarebbe unito volentieri al coro: lui, orfano di padre all'età di due anni, ha avuto nella mamma Margherita colei che lo ha aiutato a guardare avanti, al futuro con tanta speranza, con tanto amore.

A lei deve quel tratto caratteristico del suo metodo educativo, noto in tutto il mondo come "Sistema Peventivo" che è l' amorevolezza.

Ricordatevi- diceva Don Bosco- che l'educazione è cosa del cuore.
"Disposizione o atteggiamento benevolo e affettuoso", spiega il vocabolario.
Amorevolezza rimanda alla virtù della carità, che è la virtù cristiana per eccellenza. Fondamentale per il cristiano lo è per Don Bosco, che ha cominciato a prenderla sul serio fin da ragazzo, fin da quello che egli stesso ha chiamato " il sogno dei nove anni".

"Nel sonno-ha raccontato-mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All'udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo a loro, adoperando pugni e parole per farli tacere.

In quel momento apparve un uomo venerando. La sua faccia era così luminosa che io non potevo rimirarla,egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo queste parole: " Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici".

Con la mansuetudine e la carità : è la lezione imparata da Giovannino all'età di nove anni.
Il sistema educativo di Don Bosco si basa su uno scambio di affetto e di servizio gratuitamente dato e gratuitamente ricambiato, su un rapporto di famiglia. In famiglia i figli non danno i soldi alla mamma per pagare i suoi servizi, né pagano al papà mensilmente l'educazione che ricevono. Il rapporto è di amore e riconoscenza non di soldi.

Così in un oratorio salesiano.Io salesiano ho un solo calciobalilla scalcinato, ma te lo metto a disposizione con amicizia; ho solo una saletta povera ma sono contento che venga e che ti trovi a casa tua; non ho un titolo universitario, ma ti aiuto ad imparare la lezione e a fareun componimento, esattamente come un papà aiuta suo figlio. In fondo l'oratorio non ti da un calciobalilla, una saletta, delle ripetizioni, ti da la vita di tanti volontari.
E questo desta riconoscenza, clima di famiglia, serenità.

E' evidente che più gli educandi hanno soldi(o li ha papà, che è la stessa cosa) più sono ricchi, e più è difficile stabilire questo rapporto familiare, di persone.
Tutto tende a diventare inevitabilmente un rapporto di cose: io ti do i soldi, quindi ho il diritto di ricevere da te servizi qualificati.

Il direttore è il capo di un' azienda che funziona, l'educatore è il gestore di una sala giochi o di un campo di calcio,il genitore è il barista, il professore è professore e basta.
Nell'oratorio salesiano invece il professore è invece fratello e amico, il direttore è il padre di una famiglia, l'animatore-educatore è l'organizzatore della gioia di una banda di ragazzini. I soldi ci devono essere,come in ogni famiglia, ma come in ogni famiglia giocano un ruolo secondario rispetto all' amore.

Il papà, la mamma, il fratello, la sorella lavorano per amore, spendono la vita per amore. I soldi necessari si procurano in qualche maniera, ma il rapporto rimane di persone e non di cose.


Nel 1872 Don Bosco vide un bravo ragazzo,
Eusebio Calvi di Palestro, preoccupato e triste.Gli domandò il perché e si sentì rispondere: "I miei non possono pagare più la pensione ed io sono obbligato ad interrompere gli studi.".Don Bosco: "Quanto è la tua pensione fino ad oggi?"
Eusebio: "Dodici lire al mese"
Don Bosco: " Scrivi a tuo papà che la fissiamo a cinque e che pagherà se potrà.. Vieni nel mio ufficio che ti faccio il biglietto per l'economo. "Eusebio Calvi ed altre migliaia di ragazzini che ricevettero simili gesti di affetto, non videro nel comportamento di Don Bosco un "bel gesto", il gesto, per intenderci, di un ricco principe che può disporre di molto denaro e che con animo grande condona le tasse.
Eusebio sapeva che le lire mensili erano la metà del minimo necessario per il mantenimento. La retta dei collegi di condizione popolare era di ventiquattro lire al mese. Le sette che gli venivano tolte dalla retta e le dodici che già mancavano, Don Bosco sarebbe andato ad elemosinarle facendosi venire le gambe gonfie a forza di salire le scale, bussando a molte porte, inghiottendo risposte mortificanti.
Appare subito evidente che l'educazione è dono reciproco, gratuito, totale di affetto e di persona. Per Don Bosco, l'amorevolezza dell'educare voleva dire innanzitutto un amore leggibile dai ragazzi; " Chi vuole essere amato, bisogna che faccia vedere che ama", ha detto e scritto.

E' quindi importante il modo di porgere, di trattare. C' è un modo di voler bene che è rude, spigoloso, scostante. Capita a certi genitori o educatori: il loro amore magari è vero e profondo, ma chi se ne accorge delle apparenze? Non di certo i ragazzi. E le conseguenze a volte sono drammatiche.

Invece Don Bosco voleva un amore che trasparisse dal modo di fare, di parlare, dal tono della voce, dal sorriso. Proprio parlando dell'amorevolezza ha fatto suo il detto popolare: " Il piatto migliore di un pranzo è quello della buona cena ".

L'amorevolezza comporta un clima di gioia, di festa, porta ad agire come se si dicesse; " Sono contento che tu sei qui e che io sono con te".
Giovanni Roda, accolto all'età di dodici anni, orfano e poverissimo, ricordava l'accoglienza che Don Bosco gli aveva riservato a Valdocco.

" Arrivati al cancello, prima di attraversare il cortile, Don Bosco ha chiamato forte " Mamma venite un po' qui. Venite a vedere chi c'è."
Ha gridato proprio così, facendo festa, come quando arriva un parente o un amico. Da quel momento l'oratorio è diventata la mia casa e Don Bosco è diventati mio padre."
In oratorio il ragazzo è accolto ed amato per quello che è, con i suoi limiti e le sue potenzialità ed è valorizzato.

Padre Jean Duvallet, anziano compagno dell'Abbè Pierre, in uno dei suoi indirizzi ai figli di Don Bosco scrive:
Voi avrete delle opere, dei collegi, delle case, ma non avete che un solo tesoro, la pedagogia di don Bosco.
Rischiate tutto il resto, questi non sono che mezzi, ma salvate la pedagogia….
Venti anni nel ministero della rieducazione mi obbliga a dirvi siete responsabili di questo tesoro per la Chiesa e per il mondo.

In un mondo dove l'uomo e il fanciullo sono triturati, classificati, psicanalizzati, dove i bambini e gli uomini servono come materie prime, il Signore vi ha consegnato una pedagogia dove trionfa il rispetto del bambino, della sua grandezza, della sua debolezza, della sua dignità di Figli di Dio.

Questa pedagogia conservatela, rinnovatela, ragionatela, arrichitela di scoperte, adottatela ai grandi mali dell'esistenza, così come Don Bosco non ha mai visto….ma conservatela.
Cambiate tutto, perdete le vostre case…….che importa!

Ma proteggeteci, lottando in mille modi, per il modo di Don Bosco di amare e salvare le anime".
Più che elucubrazioni sul sistema educativo di Don Bosco, i nostri bravi oratoriani delle medie ci rappresenteranno un fatto che farà capire a tutti il nucleo della pedagogia salesiana.
A far catechismo ai più piccoli Don Bosco metteva anche i giovani, forse fin troppo giovani ed impreparati a tenere la disciplina.

Un certo Costamagna, diciassette anni, faceva catechismo ai dei bambini di otto anni. Lui parlava….parlava…ma i suoi ragazzi parlavano molto di più…..e non solo parlavano, ma si tiravano anche pallottole di carta, matite….un pandemonio che solo qualcuno di voi può immaginare per esperienza personale in certe ore di scuola.
Costamagna, sconsolato va da Don Bosco esclamando: "Basta! Io non ne posso più!nessuno sta attento, tutti fanno chiasso.Io pianto lì tutto!." Don Bosco lo incoraggia con qualche consiglio: " Quando i tuoi ragazzi sono in cortile, chiacchera con loro, gioca con loro, racconta loro qualche barzelletta o qualche storiella divertente…."
Così fa il giovane Costamagna…..la settimana dopo li trovo tutti attentissimi (…io non ci credo….diciamo un po' silenziosi…)
Domanda loro: " Perchè oggi siete così attenti?"
Risponde uno per tutti: " Perché adesso è nostro amico e non vogliamo più farla arrabbiare!"

Il saluto, il dialogo cordiale, la condivisione dei problemi quotidiani, la capacità di ascolto, la disponibilità paziente, sono atteggiamenti in cui si concretizza l'amorevolezza, l'accoglienza e la carità.

Per Don Bosco amorevolezza deve essere un amore "dichiarato" ai ragazzi.
In un famoso sogno fatto a Roma che aveva per argomento una certa crisi attraversata dal suo oratorio nel 1884 (sogna un cortile non più allegro, ma circondato da noia, diffidenza, svogliatezza, solitudine, discorsi equivoci….) il santo in cerca di rimedi domandava: "Che cosa manca dunque? Non vedi come gli animatori sono martiri del lavoro? Come consumano i loro anni giovanili per il bene dei ragazzi?…. ricevette come risposta: " Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati".

Insomma bisogna dirglielo. E Don Bosco glielo diceva. Nella prefazione di un libro di preghiere per ragazzi scriveva:

" Miei cari giovani, io vi amo tutti di cuore. E basta che siate giovani perché io vi ami assai". Una sera, dando il pensiero della " buona notte" ai ragazzi disse: " Miei cari giovani, voi sapete quanto io vi amo nel Signore. Quanto sono e quanto posseggo, preghiere, fatiche, la mia vita stessa, tutto desidero impiegare a vostro servizio.Per qualunque cosa, fate pure assegnamento su di me. Vi do tutto me stesso. Sarà cosa meschina, ma quando vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo per me".

Nella lettera inviata da Roma, nella quale riferisce il sogno sulla crisi dell'oratorio inizia
dicendo: " Vicino o lontano, io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio quello di vedervi felici nel tempo e nell'eternità".

Amare a parole può non bastare, occorre scendere ai fatti. E' il fatto più elementare per Don Bosco è "stare con i ragazzi". Diceva al salesiano educatore: " Passa con i giovani tutto il tempo possibile". Raccomandava soprattutto i tempi dell'allegria. Diceva: " Bisogna trovarsi con loro nella ricreazione, prendere parte ai loro giochi. Il maestro, visto solo in cattedra, è maestro e niente più, ma se va in ricreazione con i ragazzi, diventa come fratello".

L'amore verso i ragazzi si realizza in concreto nell'amare ciò che piace ai ragazzi. Con tutto quello che aveva da fare, corrispondenza, visite da ricevere e da fare, incontri con personaggi della Chiesa e del Risorgimento, trattative con ministri per questioni tra Chiesa e Stato, tuttavia Don Bosco perdeva il suo tempo a chiacchierare con i ragazzi, scherzava con loro, raccontava battute spiritose e, dice il biografo, " essi ridevano di cuore e contento rideva anche lui".

Il percorso dell'amorevolezza che conduce alla confidenza, non è sempre agevole: rendersi amici i ragazzi è una lenta conquista. Anna Frank, la ragazza ebrea perita tragicamente nel campo di sterminio nazista, ha raccontato nel suo memorabile " Diario" una discussione piuttosto vivace avuta un giorno con sua madre conclusa da lei con una osservazione tagliente: " l'affetto non lo si impone".

E' così. Ma Don Bosco sa che in ogni giovane, anche il più disgraziato, c'è un punto accessibile al bene ed è dovere primo dell'educatore ricercarlo. Sa che il cuore è una fortezza sempre chiusa al rigore e all' asprezza, perciò consiglia: " studiamo di farci amare".

La familiarità porta affetto e l'affetto confidenza. Ciò apre i cuori e i giovani palesano tutto senza timore, diventano schietti"…e solo a quel momento l'educatore può lanciare la sua proposta educativa sicuro che verrà accolta, perché " chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto dai giovani".

                                              DON GIANNI MORIONDO sdb
                      Direttore dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
                          Per messaggi scrivere a:
valdocco@libero.it


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