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24 gennaio
2008
Don
Bosco:
"La mia vita è tutta per voi, ragazzi!"
Don Bosco è
il prete dei ragazzi... che tipo di prete è? E soprattutto
che tipo di giovani e ragazzi incontra nella Torino del 1800?
Il 5 giugno
1841 nella cappella arcivescovile di Torino, le mani del vescovo
Franzoni si distesero sulla testa di Giovanni Bosco. Invocò
lo Spirito Santo perché venisse a consacrare sacerdote
quel giovane uomo di 26 anni venuto dalle colline di Castelnuovo.
Quando si alzò, quel giovane uomo era diventato Don Bosco.
Non un santo, non un mito, ma un giovane prete di buona volontà
che cercava la sua strada. Non è un modo di dire. Secondo
le statistiche del tempo a Torino in quel tempo c'era un prete
ogni 100 abitanti.
Tanti, troppi.
Diventare prete voleva dire rischiare la disoccupazione. Come
capita in quel tempo ad ogni ordinazione di prete bravo e povero,
gli amici si danno da fare perché non rischi la disoccupazione.
Una famiglia di nobili genovesi lo chiede come istitutore dei
propri figli, offrendo un buon stipendio. I suoi compaesani nella
frazione Morialdo, in quel momento senza cappellano, gli offrono
la cappellania sottolineando che per lui faranno lo sforzo di
"raddoppiare lo stipendio". Il parroco di Castelnuovo,
che ha già sperimentato la sua capacità pastorale
tra i giovani, gli offre di diventare suo "vice-parroco",
garantendogli buone entrate.
Sono tutti
preoccupati di una cosa sola: "un buon posto", uno
"stipendio dignitoso". Solo Mamma Margherita, la donna
che ha sempre dovuto spaccare in due il centesimo per far quadrare
il bilancio, gli ricorda con parole dure: "Se diventerai
ricco, non metterò mai più piede in casa tua".
Per troncare ogni tentennamento Don Bosco va da Don Cafasso,
il suo direttore spirituale e gli domanda: "Cosa devo fare?"
E Don Cafasso gli dice: "Lascia tutto e vieni qui al convitto
a imparare a fare il prete in questi tempi nuovi".
Torino è
una città che sta scoppiando: quartieri nuovi, problemi
nuovi. E' l'inizio della rivoluzione industriale, nascono le
prime fabbriche , la popolazione aumenta a vista d'occhio. Don
Cafasso conduce i giovani preti nelle carceri, li invita di andare
per la città e guardarsi intorno. Scrive Don Bosco: "Per
prima cosa egli (Don Cafasso) prese a condurmi nelle carceri,
dove imparai tosto a conoscere quanto sia grande la miseria e
la malizia degli uomini. Vedere turbe di giovinetti, nell'età
dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno sveglio, vederli
la inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale
e materiale, fu cosa che mi fece inorridire".
Tornò
altre volte da solo. Cercò di parlare con loro non solo
facendo la lezione di catechismo, ma a tu per tu: all'inizio
le reazioni furono aspre. Dovette mandare giù insulti
pesanti. Ma poco a poco qualcuno si mostrò meno diffidente,
riuscì a parlare da amico ad amico. Venne a conoscere
le loro povere storie, il loro avvilimento, la rabbia che a volte
li rendeva feroci. Il delitto più comune era che avevano
rubato. Per fame, per desiderio di qualcosa oltre il sostentamento
scarso e anche per invidia della gente ricca che sfruttava il
loro lavoro e li lasciava nella miseria.
"Quello
che più impressionava - scrive Don Bosco - era che molti
quando uscivano, erano decisi a fare una vita diversa, migliore".
Magari solo per paura della prigione, ma dopo poco tempo finivano
di nuovo li. Cercò di capirne la causa e concluse: "Perché
sono abbandonati a se stessi. Dicevo tra me stesso: questi ragazzi
dovrebbero trovare fuori un amico che si prende cura di loro,
che li assiste, che li istruisce, li conduce in chiesa. Allora
non tornerebbero più in prigione".
Su invito di
Don Cafasso fin dalle prime domeniche Don Bosco andò per
la città, per farsi un'idea della condizione morale in
cui si trovava la gioventù. Vide un gran numero di giovani
d'ogni età che andavano vagando per le vie e per le piazze,
specialmente nei dintorni della città giuocando, rissando,
bestemmiando e facendo anche di peggio; scapigliati, senza scarpe,
cenciosi, sporchi!
"Che cosa aspettate?" domandò loro. "qualcuno
che ci prenda a lavorare in cantiere o bottega o officina".
Alcuni sono in cerca del primo lavoro, altri hanno già
provato, ma sono stati scartati perché non sufficientemente
forti per sopportare i ritmi di produzione.
Rasentando
le case in costruzione (e ce ne sono moltissime in questo tempo)
nei giorni di lavoro, Don Bosco vede fanciulli dagli 8 ai 12
anni servire i muratori, passare le loro giornate su e giù
per i ponti malsicuri, al sole, al vento, alla pioggia; salire
le ripide scale a piedi carichi di calce, di mattoni e di altri
pesi, senz'altro aiuto educativo fuorché villani rabbuffi
o scapaccioni.
La giornata lavorativa andava dalla primissima alba alla notte.
Il vitto a mezzogiorno consisteva di polenta cucinata da qualche
muratore, il quale poteva assentarsi prima degli altri dal lavoro,
per la sua occupazione speciale all'impasto o alla estinzione
della calce. Il companatico era rappresentato abitualmente da
un pezzo di formaggio o della ricotta. Alla sera mangiavano una
minestra di pasta, di riso o verdura; talvolta prendevano un
po d'insalata. Il vino era riservato nei giorni festivi.
In Piemonte
i padroni, per ridurre i salari assumevano al posto dell'operaio
adulto, la donna e il fanciullo. Scandalosi erano i metodi di
reclutamento e inumani i metodi di lavoro. I fanciulli, i giovani
operai erano impiegati come degli adulti per 13-14 ore al giorno
e per 7 giorni alla settimana. La tenera età, i locali
insalubri, antigienici, il lavoro sfibrante, l'orario estenuante
crescevano torme di fanciulli semi nutriti, anemici, quasi inebetiti
di sonno e di stanchezza, amareggiati e ribelli.
Anarchici, socialisti, vescovi, associazioni cattoliche e presto
i marxisti alzarono la voce contro questa tragica situazione.
Gli industriali piemontesi riuniti nel congresso degli scienziati
italiani (1844) risposero che il lavoro infantile nelle officine
e nelle fabbriche era necessario: solo così si poteva
reggere alla concorrenza di prodotti stranieri. Con una raffinata
immagine poetica conclusero: "Non si può troncare
l'albero e perderne i frutti per non avere l'ombra".
La durata media della vita di un operaio, tra il 1830 e il 1840
era di 17-19 anni.
L'ombra era pesante, troppo pesante.
Canto e scenetta della scuola Morelli: GUARDA CHE BUIO
GUARDA CHE
BUIO
Noi siamo i
ragazzi delle strade di Torino La nostra faccia è dura,
negli occhi la paura
ogni giorno è per noi un peso del destino viviamo nelle
strade,
siamo dei paesi e delle valli qui vicino siamo braccia a buon
mercato
eccoci randagi non c'è per noi famiglia che ci dia calore
lupi della vita e ad amarci c'è il grigiore della notte
lupi della vita il grigiore della notte
RITORNELLO:
Non c'è
più speranza, viviamo alla giornata Guarda che buio
In cerca di un lavoro, ambulanti o lustrascarpe ora c'è
a Torino
Sfruttati dalla gente, soli senza amore, cintura nera e odio
questo
viandanti nella polvere è
il nostro destino
bande di pezzenti notti
dure e gelide
passate
sulle strade
bande di pezzenti Dio,
Dio mio
due
soldi e troppa fame
Girando per
le strade e per le piazze Don Bosco si è fatto un gruppo
di piccoli amici. Stanno volentieri con lui, anche pochi minuti,
perché sta ad ascoltarli, si interessa dei loro piccoli
o grandi problemi, dice "bravo" e sorride quando gli
raccontano i loro piccoli successi. E' un amico. Vorrebbe radunarli
in qualche luogo, far qualcosa di più per loro. Che cosa?
ecco l'oratorio San Francesco di Sales.
L'8 dicembre
1841
nella sacrestia della Chiesa di S.Francesco d'Assisi incontrò
il 1° oratorio Bartolomeo Garelli. Dopo un vivacissimo colloquio
da amico, gli regala una medaglia della Madonna, facendosi promettere
che sarebbe tornato Domenica e soggiunse: "Non venire solo,
conduci anche i tuoi amici".
Quattro giorni
dopo, domenica, a cercare Don Bosco arriva Bartolomeo accompagnato
da sei amici. Qualche mese dopo i ragazzi erano una quarantina,
la sagrestia e il cortiletto di S.Francesco d'Assisi non sono
più sufficienti
e l'oratorio di Don Bosco emigra
al rifugio della marchesa Barolo e poi nei portici del cimitero
di S. Pietro i Vincoli e poi ai Molassi e a casa Moretta, in
un prato e finalmente nella casa del Sig. Pinardi a Valdocco.
Prima domenica
di luglio 1846.
Da tre mesi circa l'oratorio di Don Bosco è a Valdocco.
Dopo la massacrante giornata passata tra i ragazzi in un caldo
torrido, mentre torna alla sua stanza Don Bosco sviene. Lo portano
di peso al suo letto, tosse infiammazione violenta, perdite continue
di sangue. Parole che equivalgono con ogni probabilità
pleurite con febbre alta, emottisi. Complesso di malattie gravissime
per quel tempo e per quel malato, che ha già avuto sbocchi
di sangue. In pochi giorni fu giudicato all'estremo della vita.
Gli viene dato il Viatico e l'Unzione degli Infermi. Sui palchi
dei piccoli muratori, nelle officine dei giovani meccanici la
notizia si diffonde rapida: Don Bosco muore.
In quelle sere
alla cameretta dove Don Bosco agonizza, arrivano gruppi di poveri
ragazzi spauriti. Hanno ancora gli abiti imbrattati dal lavoro,
la faccia bianca di calce. Non hanno cenato per correre a Valdocco.
Piangono, pregano: "Non fatelo morire".
Il medico ha proibito ogni visita e l'infermiere impedisce a
tutti di entrare nella camera del malato. I ragazzi si disperano:
- Me lo lasci solo vedere
- Non lo farò parlare
- Io ho da dirgli solo una parola, una sola
- Se Don Bosco sapesse che sono qui, mi farebbe entrare certamente.
Per otto giorni
Don Bosco rimase fra la vita e la morte. Ci furono dei ragazzi
che in quegli otto giorni, al lavoro sotto il sole rovente, non
toccarono un sorso d'acqua, per strappare al cielo la sua guarigione.
Nel Santuario della Consolata i piccoli muratori si diedero il
turno di giorno e notte.
C'era sempre qualcuno in ginocchio davanti alla Madonna.
A volte gli
occhi si chiudevano per il gran sonno (venivano da 12 ore di
lavoro), ma resistevano perché Don Bosco non doveva morire.
Alcuni con la generosità incosciente dei ragazzi promisero
alla Madonna di recitare il Rosario per tutta la vita, altri
di digiunare a pane e acqua per un anno. Sabato Don Bosco ebbe
la crisi più grave. Non aveva più forze e il minimo
sforzo gli procurava uno sbocco di sangue. Nella notte molti
temettero la morte. Ma non venne.
Venne invece
la ripresa, la "grazia", strappata alla Madonna da
quei ragazzi che non potevano rimanere senza padre. Una domenica
verso la fine di luglio nel pomeriggio, appoggiandosi ad un bastone
Don Bosco ritornò nel cortile dell'oratorio. I ragazzi
gli volarono incontro. I più grandi lo costrinsero a sedersi
sopra un seggiolone, lo alzarono sulle loro spalle e lo portarono
in trionfo fino al cortile. Cantavano e piangevano i piccoli
amici di Don Bosco, e piangeva anche lui.
Entrarono nella cappellina e ringraziarono insieme il Signore.
Nel silenzio che si fece teso, Don Bosco riuscì a dire
poche parole: "La mia vita la devo a voi, ma siatene certi,
d'ora innanzi la spenderò tutta per voi".
Sono le parole
più grandi che Don Bosco disse nella sua vita. Sono il
"volto solenne" con cui si consacrò per sempre
ai giovani e solo a loro.
Io sono convinto che la vita di Don Bosco ce l'hanno regalata
loro, i poverissimi muratori che digiunarono a pane e acqua sotto
il sole di luglio, i giovani meccanici che passarono le notti
lottando col sonno inginocchiati davanti alla Consolata e nell'oratorio
salesiano, i giovani poveri i ragazzi più svantaggiati
devono sempre sentirsi a casa loro.
Ogni tanto
sotto i portici dell'oratorio echeggia una frase: "Certa
gente all'oratorio non dovrebbe entrare". E qualcuno specifica:
"Non dovrebbero entrare quelli nati a Cuneo o in Cina, quelli
del Friuli o del Marocco. Non dovrebbero entrare quelli mal vestiti
o quelli che dicono parolacce. In una scena dei tanti film su
Don Bosco c'è una scena che mi ha sempre colpito. Di fronte
alle enormi difficoltà iniziali per dar vita all'oratorio,
Don Borel suggerisce: "Mandiamo via i più grandi,
teniamo i più piccoli e ci accontentiamo di fare loro
un po di catechismo". Don Bosco passeggia nervosamente su
e giù per quel prato che dovranno ancora una volta abbandonare,
guarda i suoi ragazzi ed esclama: "NO
NO
TUTTI,
TUTTI".
DON GIANNI MORIONDO
sdb
Direttore
dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
Per
messaggi scrivere a: valdocco@libero.it