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    SANTUARIO BASILICA MARIA AUSILIATRICE
    
Via Maria Ausiliatrice 32 / 10152 TORINO-VALDOCCO


     NOVENA: FESTA DI SAN GIOVANNI BOSCO 2008
    
ANIMATORE: DON GIANNI MORIONDO sdb

3° Giorno: 24 gennaio 2008

Don Bosco:
"La mia vita è tutta per voi, ragazzi!"

Don Bosco è il prete dei ragazzi... che tipo di prete è? E soprattutto che tipo di giovani e ragazzi incontra nella Torino del 1800?

Il 5 giugno 1841 nella cappella arcivescovile di Torino, le mani del vescovo Franzoni si distesero sulla testa di Giovanni Bosco. Invocò lo Spirito Santo perché venisse a consacrare sacerdote quel giovane uomo di 26 anni venuto dalle colline di Castelnuovo. Quando si alzò, quel giovane uomo era diventato Don Bosco. Non un santo, non un mito, ma un giovane prete di buona volontà che cercava la sua strada. Non è un modo di dire. Secondo le statistiche del tempo a Torino in quel tempo c'era un prete ogni 100 abitanti.

Tanti, troppi. Diventare prete voleva dire rischiare la disoccupazione. Come capita in quel tempo ad ogni ordinazione di prete bravo e povero, gli amici si danno da fare perché non rischi la disoccupazione. Una famiglia di nobili genovesi lo chiede come istitutore dei propri figli, offrendo un buon stipendio. I suoi compaesani nella frazione Morialdo, in quel momento senza cappellano, gli offrono la cappellania sottolineando che per lui faranno lo sforzo di "raddoppiare lo stipendio". Il parroco di Castelnuovo, che ha già sperimentato la sua capacità pastorale tra i giovani, gli offre di diventare suo "vice-parroco", garantendogli buone entrate.

Sono tutti preoccupati di una cosa sola: "un buon posto", uno "stipendio dignitoso". Solo Mamma Margherita, la donna che ha sempre dovuto spaccare in due il centesimo per far quadrare il bilancio, gli ricorda con parole dure: "Se diventerai ricco, non metterò mai più piede in casa tua". Per troncare ogni tentennamento Don Bosco va da Don Cafasso, il suo direttore spirituale e gli domanda: "Cosa devo fare?" E Don Cafasso gli dice: "Lascia tutto e vieni qui al convitto a imparare a fare il prete in questi tempi nuovi".

Torino è una città che sta scoppiando: quartieri nuovi, problemi nuovi. E' l'inizio della rivoluzione industriale, nascono le prime fabbriche , la popolazione aumenta a vista d'occhio. Don Cafasso conduce i giovani preti nelle carceri, li invita di andare per la città e guardarsi intorno. Scrive Don Bosco: "Per prima cosa egli (Don Cafasso) prese a condurmi nelle carceri, dove imparai tosto a conoscere quanto sia grande la miseria e la malizia degli uomini. Vedere turbe di giovinetti, nell'età dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno sveglio, vederli la inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e materiale, fu cosa che mi fece inorridire".

Tornò altre volte da solo. Cercò di parlare con loro non solo facendo la lezione di catechismo, ma a tu per tu: all'inizio le reazioni furono aspre. Dovette mandare giù insulti pesanti. Ma poco a poco qualcuno si mostrò meno diffidente, riuscì a parlare da amico ad amico. Venne a conoscere le loro povere storie, il loro avvilimento, la rabbia che a volte li rendeva feroci. Il delitto più comune era che avevano rubato. Per fame, per desiderio di qualcosa oltre il sostentamento scarso e anche per invidia della gente ricca che sfruttava il loro lavoro e li lasciava nella miseria.

"Quello che più impressionava - scrive Don Bosco - era che molti quando uscivano, erano decisi a fare una vita diversa, migliore". Magari solo per paura della prigione, ma dopo poco tempo finivano di nuovo li. Cercò di capirne la causa e concluse: "Perché sono abbandonati a se stessi. Dicevo tra me stesso: questi ragazzi dovrebbero trovare fuori un amico che si prende cura di loro, che li assiste, che li istruisce, li conduce in chiesa. Allora non tornerebbero più in prigione".

Su invito di Don Cafasso fin dalle prime domeniche Don Bosco andò per la città, per farsi un'idea della condizione morale in cui si trovava la gioventù. Vide un gran numero di giovani d'ogni età che andavano vagando per le vie e per le piazze, specialmente nei dintorni della città giuocando, rissando, bestemmiando e facendo anche di peggio; scapigliati, senza scarpe, cenciosi, sporchi!
"Che cosa aspettate?" domandò loro. "qualcuno che ci prenda a lavorare in cantiere o bottega o officina". Alcuni sono in cerca del primo lavoro, altri hanno già provato, ma sono stati scartati perché non sufficientemente forti per sopportare i ritmi di produzione.

Rasentando le case in costruzione (e ce ne sono moltissime in questo tempo) nei giorni di lavoro, Don Bosco vede fanciulli dagli 8 ai 12 anni servire i muratori, passare le loro giornate su e giù per i ponti malsicuri, al sole, al vento, alla pioggia; salire le ripide scale a piedi carichi di calce, di mattoni e di altri pesi, senz'altro aiuto educativo fuorché villani rabbuffi o scapaccioni.
La giornata lavorativa andava dalla primissima alba alla notte. Il vitto a mezzogiorno consisteva di polenta cucinata da qualche muratore, il quale poteva assentarsi prima degli altri dal lavoro, per la sua occupazione speciale all'impasto o alla estinzione della calce. Il companatico era rappresentato abitualmente da un pezzo di formaggio o della ricotta. Alla sera mangiavano una minestra di pasta, di riso o verdura; talvolta prendevano un po d'insalata. Il vino era riservato nei giorni festivi.

In Piemonte i padroni, per ridurre i salari assumevano al posto dell'operaio adulto, la donna e il fanciullo. Scandalosi erano i metodi di reclutamento e inumani i metodi di lavoro. I fanciulli, i giovani operai erano impiegati come degli adulti per 13-14 ore al giorno e per 7 giorni alla settimana. La tenera età, i locali insalubri, antigienici, il lavoro sfibrante, l'orario estenuante crescevano torme di fanciulli semi nutriti, anemici, quasi inebetiti di sonno e di stanchezza, amareggiati e ribelli.
Anarchici, socialisti, vescovi, associazioni cattoliche e presto i marxisti alzarono la voce contro questa tragica situazione. Gli industriali piemontesi riuniti nel congresso degli scienziati italiani (1844) risposero che il lavoro infantile nelle officine e nelle fabbriche era necessario: solo così si poteva reggere alla concorrenza di prodotti stranieri. Con una raffinata immagine poetica conclusero: "Non si può troncare l'albero e perderne i frutti per non avere l'ombra".
La durata media della vita di un operaio, tra il 1830 e il 1840 era di 17-19 anni.
L'ombra era pesante, troppo pesante.
Canto e scenetta della scuola Morelli: GUARDA CHE BUIO

GUARDA CHE BUIO

Noi siamo i ragazzi delle strade di Torino La nostra faccia è dura, negli occhi la paura
ogni giorno è per noi un peso del destino viviamo nelle strade,
siamo dei paesi e delle valli qui vicino siamo braccia a buon mercato
eccoci randagi non c'è per noi famiglia che ci dia calore
lupi della vita e ad amarci c'è il grigiore della notte
lupi della vita il grigiore della notte


RITORNELLO:

Non c'è più speranza, viviamo alla giornata Guarda che buio
In cerca di un lavoro, ambulanti o lustrascarpe ora c'è a Torino
Sfruttati dalla gente, soli senza amore, cintura nera e odio questo
viandanti nella polvere         è il nostro destino
bande di pezzenti         notti dure e gelide
                passate sulle strade
bande di pezzenti         Dio, Dio mio
                due soldi e troppa fame

Girando per le strade e per le piazze Don Bosco si è fatto un gruppo di piccoli amici. Stanno volentieri con lui, anche pochi minuti, perché sta ad ascoltarli, si interessa dei loro piccoli o grandi problemi, dice "bravo" e sorride quando gli raccontano i loro piccoli successi. E' un amico. Vorrebbe radunarli in qualche luogo, far qualcosa di più per loro. Che cosa? …ecco l'oratorio San Francesco di Sales.

L'8 dicembre 1841 nella sacrestia della Chiesa di S.Francesco d'Assisi incontrò il 1° oratorio Bartolomeo Garelli. Dopo un vivacissimo colloquio da amico, gli regala una medaglia della Madonna, facendosi promettere che sarebbe tornato Domenica e soggiunse: "Non venire solo, conduci anche i tuoi amici".

Quattro giorni dopo, domenica, a cercare Don Bosco arriva Bartolomeo accompagnato da sei amici. Qualche mese dopo i ragazzi erano una quarantina, la sagrestia e il cortiletto di S.Francesco d'Assisi non sono più sufficienti… e l'oratorio di Don Bosco emigra al rifugio della marchesa Barolo e poi nei portici del cimitero di S. Pietro i Vincoli e poi ai Molassi e a casa Moretta, in un prato e finalmente nella casa del Sig. Pinardi a Valdocco.

Prima domenica di luglio 1846. Da tre mesi circa l'oratorio di Don Bosco è a Valdocco. Dopo la massacrante giornata passata tra i ragazzi in un caldo torrido, mentre torna alla sua stanza Don Bosco sviene. Lo portano di peso al suo letto, tosse infiammazione violenta, perdite continue di sangue. Parole che equivalgono con ogni probabilità pleurite con febbre alta, emottisi. Complesso di malattie gravissime per quel tempo e per quel malato, che ha già avuto sbocchi di sangue. In pochi giorni fu giudicato all'estremo della vita. Gli viene dato il Viatico e l'Unzione degli Infermi. Sui palchi dei piccoli muratori, nelle officine dei giovani meccanici la notizia si diffonde rapida: Don Bosco muore.

In quelle sere alla cameretta dove Don Bosco agonizza, arrivano gruppi di poveri ragazzi spauriti. Hanno ancora gli abiti imbrattati dal lavoro, la faccia bianca di calce. Non hanno cenato per correre a Valdocco. Piangono, pregano: "Non fatelo morire".
Il medico ha proibito ogni visita e l'infermiere impedisce a tutti di entrare nella camera del malato. I ragazzi si disperano:
- Me lo lasci solo vedere
- Non lo farò parlare
- Io ho da dirgli solo una parola, una sola
- Se Don Bosco sapesse che sono qui, mi farebbe entrare certamente.

Per otto giorni Don Bosco rimase fra la vita e la morte. Ci furono dei ragazzi che in quegli otto giorni, al lavoro sotto il sole rovente, non toccarono un sorso d'acqua, per strappare al cielo la sua guarigione. Nel Santuario della Consolata i piccoli muratori si diedero il turno di giorno e notte.
C'era sempre qualcuno in ginocchio davanti alla Madonna.

A volte gli occhi si chiudevano per il gran sonno (venivano da 12 ore di lavoro), ma resistevano perché Don Bosco non doveva morire.
Alcuni con la generosità incosciente dei ragazzi promisero alla Madonna di recitare il Rosario per tutta la vita, altri di digiunare a pane e acqua per un anno. Sabato Don Bosco ebbe la crisi più grave. Non aveva più forze e il minimo sforzo gli procurava uno sbocco di sangue. Nella notte molti temettero la morte. Ma non venne.

Venne invece la ripresa, la "grazia", strappata alla Madonna da quei ragazzi che non potevano rimanere senza padre. Una domenica verso la fine di luglio nel pomeriggio, appoggiandosi ad un bastone Don Bosco ritornò nel cortile dell'oratorio. I ragazzi gli volarono incontro. I più grandi lo costrinsero a sedersi sopra un seggiolone, lo alzarono sulle loro spalle e lo portarono in trionfo fino al cortile. Cantavano e piangevano i piccoli amici di Don Bosco, e piangeva anche lui.
Entrarono nella cappellina e ringraziarono insieme il Signore. Nel silenzio che si fece teso, Don Bosco riuscì a dire poche parole: "La mia vita la devo a voi, ma siatene certi, d'ora innanzi la spenderò tutta per voi".

Sono le parole più grandi che Don Bosco disse nella sua vita. Sono il "volto solenne" con cui si consacrò per sempre ai giovani e solo a loro.
Io sono convinto che la vita di Don Bosco ce l'hanno regalata loro, i poverissimi muratori che digiunarono a pane e acqua sotto il sole di luglio, i giovani meccanici che passarono le notti lottando col sonno inginocchiati davanti alla Consolata e nell'oratorio salesiano, i giovani poveri i ragazzi più svantaggiati devono sempre sentirsi a casa loro.

Ogni tanto sotto i portici dell'oratorio echeggia una frase: "Certa gente all'oratorio non dovrebbe entrare". E qualcuno specifica: "Non dovrebbero entrare quelli nati a Cuneo o in Cina, quelli del Friuli o del Marocco. Non dovrebbero entrare quelli mal vestiti o quelli che dicono parolacce. In una scena dei tanti film su Don Bosco c'è una scena che mi ha sempre colpito. Di fronte alle enormi difficoltà iniziali per dar vita all'oratorio, Don Borel suggerisce: "Mandiamo via i più grandi, teniamo i più piccoli e ci accontentiamo di fare loro un po di catechismo". Don Bosco passeggia nervosamente su e giù per quel prato che dovranno ancora una volta abbandonare, guarda i suoi ragazzi ed esclama: "NO…NO…TUTTI, TUTTI".

                                              DON GIANNI MORIONDO sdb
                      Direttore dell'Oratorio Don Bosco (Primo) di Torino-Valdocco
                          Per messaggi scrivere a:
valdocco@libero.it


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