SANTUARIO-BASILICA MARIA
AUSILIATRICE
Via Maria ausiliatrice 32 / 19152 TORINO-VALDOCCO
HARAMBEE' / 30 SETTEMBRE 2007
Il "Pianeta
Giovani", terra di missione
Incontro
con i giovani dell'Harambée 2007
Cari giovani,
eccoci qui,
di nuovo a Valdocco, per il nostro incontro in occasione della
137 spedizione missionaria salesiana.
Sono sicuro
che un mese fa ho incontrato alcuni di voi a Loreto nella giornata
che ho speso e goduto con i giovani del MGS Italia che vi erano
andati per l'Agorà 2007. E' stato un evento straordinario,
che ha superato tutte le previsioni e che soprattutto ha fatto
vedere il cuore grande dei giovani, sempre avidi di ambienti
gioiosi e propositivi nel contempo, di vedute lungimiranti e
impegnative.
Perciò
non posso cominciare questo dialogo con voi senza ricordare uno
dei passi più belli e programmatici che vi ha rivolto
Benedetto XVI. Questo sintetizza quanto io vorrei dirvi stamattina.
"Andate controcorrente - diceva il Papa: non ascoltate le
voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano
modelli di vita improntati all'arroganza e alla violenza, alla
prepotenza e al successo ad ogni costo, all'apparire e all'avere,
a scapito dell'essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto
attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti!
Siate critici! Non andate dietro all'onda prodotta da questa
azione di persuasione.
Non abbiate
paura, cari amici, di preferire le vie "alternative"
indicate dall'amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale;
relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio
e nel lavoro; l'interesse profondo per il bene comune. Non abbiate
paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò
che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei,
ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più
lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno
un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo
la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo".
Cari giovani,
dal mio primo anno come Rettor Maggiore ho cercato di parlarvi
come lo farebbe Don Bosco invitandovi a trovare in Gesù
la pienezza di vita, di felicità e di amore cui aspirate
e cui avete diritto.
Ma questo significa
imparare a "servire Dio nella gioia" ed essere felici
sempre senza indugiare la vostra totale consegna a Cristo, l'unico
che non delude le vostre aspirazioni e desideri più profondi.
Certo, è
necessario andare controcorrente, come il salmone, cercare vie
alternative ed impegnarsi responsabilmente nella edificazione
di una società giusta, costruita sull'amore.
Insomma, non
avere paura di sognare.
E' importante dunque, assolutamente prioritario annunciare Cristo
ai giovani. Ma la domanda è: come farlo?
È vero
che c'è oggi una resistenza quasi viscerale al Vangelo
e alla croce, perché la cultura odierna è improntata
al successo, alla ricchezza, al piacere, al potere. Questo sta
provocando lo svuotamento dei luoghi e la rottura degli anelli
trasmettitori della fede: la famiglia, la parrocchia, la scuola.
Vi sono però
spazi fisici ed umani dove se ne può parlare; c'è
gente disposta ad ascoltare riservandosi di discutere, esprimere
un opinione ed estrarre le proprie conclusioni. "Per tutti
i cittadini di Atene e per gli stranieri che vi abitavano il
passatempo più gradito era ascoltare e raccontare le ultime
notizie" (At. 12, 21).
La forma dell'annuncio
è quella tentata da Paolo: farsi presente e accettare
il confronto, partire dai desideri anche generici ed inespressi,
valorizzare i semi di religiosità, esprimersi con gli
elementi della cultura, sfidare con la novità che viene
incontro alla ricerca, ma va pure oltre.
Tutta l'evangelizzazione
si svolge oggi in un areopago: quello della cultura secolare,
multimediatica, postideologica, segnata dal valore della soggettività.
Ma ci sono alcuni gruppi e realtà dove l'icona dell'areopago
appare più attinente. La gioventù è certamente
uno di essi.
I dati sui
giovani nei quali il riferimento cristiano o religioso si è
offuscato scoraggiano ogni illusione. Le statistiche non lasciano
spazio a dubbi. Lontananza, abbandono prematuro e irrilevanza
segnano il rapporto di una grande fetta di gioventù con
le istituzioni, temi e persone religiose. I luoghi della vita,
dei progetti e delle "buone notizie" sono altri.
La pastorale
giovanile è dunque in stato di missione. Si trova di fronte
a giovani che non hanno mai avuto contatto con la chiesa; che
l'ebbero, ma insufficiente a suscitare la fede; che si sono allontanati
dopo una esperienza iniziale piena di promesse.
Fare l'annuncio
e mediare un incontro con Cristo in minima parte significa convocare
e attendere i giovani in ambienti predisposti per il discorso
religioso. Comporta invece uscire verso spazi fisici e temi di
vita, non confessionali dove i giovani si trovano quasi come
in un loro ambiente naturale. Il mondo giovanile è terra
di missione per il numero di soggetti che debbono riascoltare
il primo annuncio, per le forme di vita e i modelli culturali
ai quali non è ancora giunta la luce del vangelo per il
linguaggio verbale, mentale ed esistenziale che non combacia
con quello tradizionale.
Chi ha fatto
una prima esplorazione di questa terra arriva però alla
stessa conclusione dell'Apostolo: "Vedo che siete gente
molto religiosa da tutti i punti di vista " (At. 17,22).
Come aiutare questi giovani a nominare il Dio ignoto al quale
in molti hanno eretto un altare?
Una prima condizione
è riorientare la nostra mentalità pastorale. Il
servizio ecclesiale alla gioventù è ancora visto
come un compito di conservazione di quelli che già ci
sono e solo marginalmente come "uscita" verso i lontani.
Il contatto con questi sembra retaggio di qualche pioniere piuttosto
che sogno della comunità e criterio orientatore di tutta
l'azione evangelizzatrice. Non è maturata la convinzione
che siamo in terra di missione.
Le strutture,
i progetti, le forme di predicazione e di presenza cristiana
non rispondono ancora a questo scopo. Bisogna ridistribuire gli
sforzi, puntare a raggiungere in qualche modo quelli che non
si avvicinano spontaneamente.
Il cambio di
prospettiva porta a considerare i giovani lontani, non disinteressati
al senso e alla fede ricevuta, ma interlocutori disponibili ai
quali il Vangelo può e deve risuonare come novità
di vita.
L'azione missionaria
chiede di ristabilire il contatto, di rendere possibile l'incontro
fisico. La prima cosa da fare è di sbarcare, di mettere
i piedi a terra, di iniziare a condividere e a convivere. Così
la pensano i missionari che partono verso paesi non evangelizzati.
Oggi c'è
una allarmante mancanza di luoghi di incontro tra la Chiesa e
la gioventù. Si impone la necessità di creare nuovi
ambienti di incontro, di breve, media o lunga durata: personali,
di gruppo o di massa. Alcune parrocchie hanno spazi per il tempo
libero, per dibattiti culturali e iniziative sociali. In questi
ultimi anni si sono moltiplicale altre forme di incontro: marce,
pellegrinaggi, campi, concentrazioni e simili. Essi convocano
un numero per nulla indifferente di giovani che si trovano a
diversi livelli di fede.
Tuttavia, i
luoghi di cui parliamo non possono essere soltanto quelli organizzati
dalla comunità cristiana. E' necessario "uscire"
alla ricerca, andare negli ambienti che gli stessi giovani o
le diverse organizzazioni secolari hanno creato con altri scopi,
ma non necessariamente contro le preoccupazioni religiose. Tradizionalmente
le scuole pubbliche, le università e, nei casi in cui
si seppe osare di più, le fabbriche diventarono teatro
di incontri.
Oggi non bastano:
non sono i luoghi dove sorgono o si elaborano le preoccupazioni
vitali e le domande sul senso della vita. Il loro valore simbolico
è diminuito mentre si sono delineati altri ambienti significativi.
Basta pensare allo sport e allo spettacolo, al turismo e ai movimenti
trasversali, alla strada e ai circoli di vario interesse.
Compito importante
della pastorale è oggi scoprire gli "spazi"
giovanili dove conviene "fare missione", collocare
"stazioni" in posti strategici. Alcuni sacerdoti e
laici lavorano con gli emarginati (emigranti, disoccupati, tossicodipendenti).
Si incontrano con i giovani in luoghi pubblici o in ambienti
di accoglienza. L'annuncio unito al gesto di solidarietà
rivela immediatamente il suo significato e la sua forza salvatrice.
Nei tempi dell'elettronica
bisogna calcolare anche gli spazi non materiali, cioè
quelli creati dalla comunicazione. La "radio video diffusione"
si è liberalizzata. Non è più monopolio
statale nè di gruppi industriali. La comunicazione con
tutta una comunità cittadina o nazionale si considera
come un diritto di ogni persona. Ci sono emittenti "private"
che si propongono come intermediarie di un dialogo a distanza,
ma continuo tra i giovani.
Le iniziative
in questo campo sono forse l'impegno più urgente delle
comunità cristiane.
L'incontro
fisico pur essendo un mezzo per eliminare barriere, non risolve
totalmente la questione dell'annuncio. Si sperimenta oggi una
certa difficoltà nel presentare la fede come spiegazione
che dà senso alla realtà e come un aiuto efficace
per risolvere i problemi umani.
Si giustifica
allora la domanda: come presentare il messaggio affinché
sia un'interpellanza, una rivelazione e non una "predica",
una dichiarazione di convinzioni private, una propaganda religiosa
in cerca di adepti.
Si è
discusso fin troppo se è meglio preparare prima il terreno
lavorando su alcuni aspetti umani che aprono alla fede o se affidarsi
alla forza di impatto e illuminazione che la Parola di Dio possiede
e nell'azione dello Spirito Santo nel cuore della persona. La
contrapposizione tra le due modalità non ha molto senso,
soprattutto se si pretende di stabilire una regola generale.
Trattiamo con persone e le norme fisse hanno poco valore.
Che la fede
abbia bisogno di "preamboli" è convinzione antica
e costante della Chiesa, con fondamento nella natura stessa dell'atto
di credere. L'accoglienza dell'annuncio evangelico suppone l'accettazione
dell'esistenza di Dio, della validità dei segni di credibilità
di Cristo, dell'obbligo morale di seguire la coscienza.
Oggi si tratta
di motivare un primo movimento verso la fede appellandosi alle
esigenze della persona. I suoi desideri profondi, le sue aspirazioni,
le sue dimensioni incontrano una risposta proposta, una soddisfazione
superamento in Cristo. Questi con la sua esistenza e con la rivelazione
del Padre, è per ogni uomo fonte di senso, di orientamento
e di energia; via, verità e vita. Ciò viene annunciato,
e quelli che vi credono ne fanno esperienza; per questo possono,
anche a loro volta, comunicarlo.
Un altro tipo
di provocazione alla fede, sta nel considerare la persona con
i suoi interrogativi e Cristo con le sue proposte di vita in
interazione con un contesto storico concreto: emergono così
i temi della prassi. Il progetto di Dio in Cristo, accolto da
persone e comunità, produce trasformazioni storiche che
creano spazi di dignità e di salvezza.
La verità,
l'esistenza, la prassi sono oggi riferimenti fecondi e finiscono
per integrarsi secondo un ritmo e una combinazione propri in
ciascun soggetto. Non c'è motivo serio per escludere qualcuno
di essi. Bisogna provare la via dei grandi interrogativi umani
che hanno un riflesso nella cultura, richiedono una spiegazione
e denunciano una insufficienza.
Bisogna saper
percorrere anche la via delle esperienze umane che comportano
rivelazione perchè sono di pienezza, di povertà
o di frontiera. Bisogna ancora mostrare come il vangelo susciti
energie storiche sui temi della giustizia, della pace e della
fraternità. Si aprono così finestre, che nella
mentalità secolarizzata e nella confusa esperienza religiosa
oggi generale, consentono di intravedere il significato originale
del Vangelo.
Ma anche l'invito
e la sfida diretta alla conversione, hanno la loro forza quando
le condizioni della persona o le caratteristiche del testimone
li sostengono.
Il non sperato,
l'inattuale, ciò che è radicalmente critico di
tutto quello che costituisce le nostre preoccupazioni correnti
sono parte essenziale del messaggio evangelico.
E' un dato
umano che l'incontro con una realtà nuova e non attesa
scuote la persona, apre orizzonti insospettati anteriormente,
cambia profondamente l'impostazione della vita...; l'incontro
con l'altro, il nuovo, il non sperato formano parte dell'esperienza
umana.
Don Pascual Chávez
Villanueva
Torino-Valdocco,
Harambeè 30-Settembre 2007
VISITA Nr.
