29 gennaio 2005
IL DONO DELLA
FORTEZZA IN DON BOSCO

1. Introduzione

"Il cardinal Nina diceva un giorno al santo Padre Leone XIII: - Vostra Santità mi domanda che concetto ho io di don Bosco? Io non lo credo un uomo, ma un gigante dalle lunghe braccia, che è riuscito a stringere a sé l'universo intiero. Un giorno lo stesso Leone XIII osservò: - Sentite: un uomo, con le sue forze naturali, può fare ciò che fa don Bosco? No. Dunque bisogna ammettere qualcosa di soprannaturale che lo assiste e ciò non può venire che da Dio o dallo spirito delle tenebre. Guardate le opere di don Bosco e vi persuaderete che, con lui è il Signore".

Il dono della fortezza è il dono del coraggio, della costanza, della tenacia. Che lo Spirito Santo sia capace di regalare questo dono lo constatiamo dalla forza che gli Apostoli hanno acquistato nel giorno della Pentecoste: lo Spirito Santo li ha resi coraggiosi nel parlare ed entusiasti nel fare (At 4,31).
Uno scrittore dei primi secoli della Chiesa, Tertulliano, paragonava lo Spirito Santo all'allenatore; lo chiamava "il vostro allenatore". È bella l'immagine, perché lo si sa, l'allenatore prepara alla fatica.

2. Il dono della fortezza nella vita del cristiano

Per comprendere meglio il dono della fortezza per la vita di un cristiano basta riflettere sul cap. 22 del Vangelo di Luca che narra del complotto di arrestare Gesù e della celebrazione della Pasqua da parte dello stesso Gesù. L'atmosfera concreta è quella di un pericolo di morte per il Signore Gesù.

Egli sa, perché le voci si diffondono subito, che lo stanno cercando per metterlo a morte ma decide comunque di entrare a Gerusalemme per la cena pasquale con i suoi.
È una situazione ricorrente nella storia della Chiesa: basta pensare alle scelte di preti, religiosi, di missionari laici di andare o di restare in Bosnia, in Africa, in Algeria, in Medio Oriente, a rischio della vita. Gesù dunque, sa perfettamente ciò che lo attende, sceglie di starci, di affrontare il tranello.
Vuole festeggiare la Pasqua con solennità, secondo l'uso del suo popolo (vv.7-8), e già si avverte nelle sue parole, la scioltezza e la libertà di chi non ha paura, o meglio, di chi ha la fortezza per superare ogni situazione.

"Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione".
La passione non è quindi un'azione semplicemente patita, subìta: la passione è accolta, accettata, desiderata ardentemente, per mostrarci che ci ama fino in fondo.
Viene messa in luce la forza straordinaria dell'amore di Gesù per l'uomo, la sua grandezza di fronte alla morte.
La stessa forza che ogni cristiano deve avere nella vita ordinaria.

La fortezza infusa dallo Spirito è il dono che ci aiuta a temperare atteggiamenti, dettati dall'istinto: ad evitare in pratica il "buttarsi allo sbaraglio", ma anche lo " scoraggiamento".
Non sappiamo quale genere di morte, di malattia, di prove ci attende; certo è che Dio non ci abbandona, tant'è vero che le parole più ricorrenti nella Bibbia sono "Non temete", " non abbiate paura".

Dio non permette che siamo tentati sopra le nostre forze; c'invita a fidarsi di Lui, a lasciarsi guidare dal suo Spirito. Tuttavia lo Spirito di forza ci accompagna nella vita quotidiana.
Credo che nella nostra fragilità, nella nostra paura di non farcela, sia molto importante tenere presente la potenza di questo dono dello Spirito.
"Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella tua debolezza" (2 Cor. 12,9).

3. Don Bosco e il dono della "fortezza"

Tutte le testimonianze su don Bosco affermano che non era un gigante fisicamente, ma la sua forza fisica era eccezionale. In quinta ginnasio capitò questo: "

Alcuni studenti s'erano messi a prendere in giro Comollo - il santo amico di Giovanni Bosco - e altri compagni. Vedendo quegli innocenti maltrattati volli intervenire. - Guai a voi, guai a chi fa ancora oltraggi a costoro. In quel momento uno dei più alti sfidandomi diede due ceffoni al Comollo.

In quel momento io mi dimenticai di me stesso, ed eccitando in me, non la ragione, ma la mia forza brutale, non capitandomi tra le mani né sedia, né bastone, strinsi tra le mani un ragazzo e di lui mi valsi come bastone a percuotere gli avversari. Quattro caddero a terra, gli altri fuggirono gridando e domandando pietà".

Tanto che il Comollo dirà:
"La tua forza mi spaventa; ma, credimi, Dio non te la diede per massacrare i compagni. Egli vuole che ci amiamo, ci perdoniamo, e che facciamo del bene a quelli che ci fanno del male".

"Se mi è lecito il confronto - scrive un salesiano testimone del tempo - direi che il suo portamento era un po' dondolante, a guisa di quello dell'amico e del contadino, del bue, di cui sembrò riportare la mitezza di carattere e la forza e la costanza nel tiro eguale sino alla meta del campo, senza curarsi né di radici opponenti sotterra, né di qualunque altro inciampo all'aperto".
Don Bosco lavorerà su di se per crescere nella forza morale, nella forza interiore. Utilizzerà la forza e tutte le sue energie nel compiere bene i suoi doveri e nel portare a termine l'opera intrapresa. La virtù morale della forza lo perfeziona in modo che egli possa sostenere qualsiasi pericolo ed affrontare coraggiosamente ogni situazione. Così la sua forza lo faceva agire senza agitazione.

Dicevano di lui:
"In mezzo a tanti affanni, egli pareva l'uomo più tranquillo, colla mente sempre serena, col suo cuore sempre allegro, ma con la mente elevata a Dio".
"L'ideale della sua vita era la gloria di Dio e la salvezza delle anime; non pensava, non parlava, e non operava che per questo. Dalla sentita sincerità di questo fine soprannaturale attingeva una forza invincibile, una calma meravigliosa, una eroica pazienza nelle difficoltà, per cui nelle imprese riusciva felicemente".

Non mancarono occasioni in cui don Bosco fu tentato di usare la forza, ma oramai aveva intrapreso un cammino di autocontrollo.

È il caso di due signori che avevano voluto incontrare don Bosco per insistere che non pubblicasse più certi libretti delle Letture Cattoliche. Insistevano nel convincere don Bosco, anche offrendo delle belle somme, ma don Bosco non cedeva. Le insistenze diventavano a poco a poco minacce. Le risposte di don Bosco irritavano questi signori tanto che stavano per mettergli le mani addosso. Ma don Bosco, impugnò prudentemente la sedia, esclamando: "Se volessi adoperare la forza, ben mi sentirei di far loro provare quanto costi cara la violazione di domicilio di un libero cittadino; ma no! La forza del sacerdote sta nella pazienza e nel perdono".

Il dono della forza dà a don Bosco la ferma fiducia di sfuggire a qualsiasi pericolo e di condurre a termine l'opera intrapresa per amore di Dio e della sua gloria.
Si sviluppa attraverso la via del dovere fedelmente compiuto.
Infatti è caratteristica della spiritualità salesiana il lavoro, inteso come attività apostolica, caritativa e umanizzante. Don Bosco ne intuì la suprema grandezza, il valore santificante e non esitò a farne la sua scala mistica per andare a Dio.

Iddio - diceva - mi ha fatto la grazia che il lavoro e la fatica, invece di essermi di peso, mi riuscissero sempre di sollievo".

L'idea della fatica non doveva frenare, ma servire da stimolo a fare di più. Ai salesiani ripeteva: "Non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro". Quando vedeva il grande lavoro che facevano i suoi figli ne godeva intimamente: "Quando vado nelle case e sento che c'è molto da lavorare, vivo tranquillo. Dove c'è lavoro non c'è il demonio".
In don Bosco, nel corso degli anni, come aumentarono il lavoro, gli ostacoli, così aumentò il suo coraggio e la sua forza interiore, ed aumentarono pure la sua pazienza veramente eroica e la sua indefettibile perseveranza nel bene. La sua forza spirituale, non è altro che il dono dello Spirito Santo che lo sosteneva, nonostante il crescente indebolimento delle forze fisiche.

"Vissi al suo fianco per tanti anni - dirà il card. Cagliero - e scorsi sempre una rara imperturbabilità e grandezza d'animo nell'incominciare tra mille opposizioni, le molte sue attività, intraprese per la gloria di Dio e la salute delle anime".

4. Nulla ti turbi!

Il dono della forza ha la funzione di immettere nello spirito nostro la fiducia perfetta nell'aiuto e nell'assistenza di Dio. In don Bosco questa fiducia è stata totale. Don Bosco non perse mai la sua calma, né la dolcezza e serenità di mente e di cuore, per quanto fossero gravi le calunnie, le ingratitudini, opprimenti gli affari, ripetuti gli assalti contro la sua persona e la sua Pia Società.

Amava ripetere sovente:

"Niente ci turbi!".

Niente ci turbi! Davvero nulla deve ostacolare la nostra vita. La forza viene da Lui. "Tutto posso in colui che mi dà la forza" (Fil 4,13). A noi tocca ravvivare costantemente questo dono, ridare vitalità a ciò che è già in noi in forza del Battesimo.

Ce lo ricorda ancora con convinzione S. Paolo:

"Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l'imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio" (2 Tim 1,6-8).

Lo conceda a ciascuno di noi il Signore Gesù, nostra forza e nostro coraggio.

                                                    D. CARLO MARIA ZANOTTI SDB


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