24 gennaio
IL
DONO DELL'INTELLETTO IN DON BOSCO
1. Introduzione
Ciò che colpisce nella
vita di don Bosco è la sua non comune intelligenza, capace
di penetrare e intuire il senso delle cose. Di lui dicevano,
coloro che lo osservavano nella sua azione, che impressionava
il suo coraggio guidato, appunto, da un ingegno acuto e forte.
Molti addirittura lo consideravano un pazzo; un pazzo però
intelligente, di quella santa pazzia che non manca mai a chi
vive in grazia di Dio.
Ricorderete
il fatto quando arrivò qui a Valdocco una carrozza chiusa.
"Scesero don Ponzati e don Nasi, e lo invitarono a fare
con loro una passeggiata.
- Sei stanco. Un po' di aria ti farà bene.
- Volentieri. Prendo il cappello e sono con voi.
Uno dei due amici apre lo sportello:
- Sali - Ma don Bosco ha ormai fiutato la trappola:
- Dopo di voi, grazie.
Dopo qualche insistenza, per non guastare la faccenda, i due
accettano di salire per primi. Ma appena dentro, con mossa rapida,
don Bosco chiude lo sportello e ordina al cocchiere:
- Al manicomio, presto! Questi due vi sono aspettati.
Il manicomio, o ospedale psichiatrico,
era poco distante. Gli infermieri, avvisati, aspettavano un prete.
Ne videro arrivare due. Dovette intervenire il cappellano del
manicomio per liberare i malcapitati!".
Uno scherzo pesante! Un episodio che rende evidente, però,
l'intelligenza di don Bosco.
Una intelligenza perfezionata dall'opera dello Spirito, capace
così di conoscere e realizzare il programma di Dio per
la storia e in particolare per la storia dei suoi ragazzi.
2. L'uomo
intelligente secondo lo Spirito Santo
Il dono dell'intelletto è
proprio questa capacità di penetrare in profondità
le cose, è il dono che ci aiuta a non essere superficiali,
ma ad arrivare al cuore delle cose.
È lo Spirito che "scruta ogni cosa, anche le profondità
di Dio" (1 Cor 2,10).
Ecco il dono dell'intelletto:
dono della profondità contro la superficialità;
dono dell'essere contro l'apparire. Un dono, come tutti i doni
e come tutta la vita dello Spirito Santo in noi, che è
capace di progresso e di sviluppo. Può essere che la condizione
del dono dell'intelletto in noi rimanga ben povera, perché
misera è la nostra fedeltà a Dio; può essere,
invece, che il dono dell'intelletto si sviluppi creando una tale
conoscenza tra noi e Dio, da diventare sorgente di una profondità
straordinaria del Signore.
È
evidente che il principio radicale dell'intelletto è la
fede. Più una
persona vive di fede autentica più lo Spirito Santo dà
quell'illuminazione per percepire istintivamente e in profondità
la presenza di Dio. Lo Spirito Santo, per mezzo del dono dell'intelletto,
illustra la mente dell'uomo, il quale, con questa luce soprannaturale,
percepisce e conosce tutto ciò che è per Dio e
allo stesso tempo tutto ciò che non è per Dio,
percepisce con chiarezza le verità verso cui tendere.
Legato al dono dell'intelletto, dunque, c'è questa condizione
di fede vissuta, di una vita che sia limpida e chiara. Sono chiarificanti
a questo proposito le parole di Gesù: "Beati i puri
di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5, 8). Parole che
sono un impegno e una proposta per ogni credente.
Il progresso e lo sviluppo
di questo dono è presentato bene nella vita di Gesù
con i suoi discepoli. Gesù vuole sempre stimolare l'intelligenza
dei suoi discepoli. Infatti molte sono le domande, molte sono
le occasioni per riflettere, ma soprattutto molte sono le occasioni
per crescere nella fede in Gesù: "Non intendete e
non capite ancora?" (Mc 8,17); "E voi chi dite che
io sia?" (Mc 8,29). Soprattutto da quest'ultima domanda
e dalla relativa risposta ricaviamo il progresso nell'intelletto
e la differenza tra una conoscenza superficiale di Gesù
e una più esperienziale. La gente ha una conoscenza superficiale
con Gesù; gli apostoli vengono invitati ad andare oltre
la conoscenza superficiale.
Infatti, normalmente Gesù
porta i suoi in luoghi appartati e con loro si fa conoscere:
è bello pensare che il luogo "appartato" è
il luogo dell'intelligenza in cui comprendiamo meglio i misteri
di Dio. È bello pensare che sono proprio i luoghi "appartati"
quelli dove Gesù si trova con i suoi discepoli a pregare
e a vivere l'esperienza più intima e profonda con il Padre.
Possiamo trarre subito una conseguenza: il tempo che dedichiamo
per "appartarci" con Gesù è luogo di
intelligenza ed è il tempo migliore e più prezioso
per vivere la comunione profonda con Gesù.
3. Don Bosco
uomo "intelligente"
Alla luce di quanto abbiamo
detto, tutta la vita di don Bosco ci appare più splendida
e più luminosa. Potremmo prendere uno a uno, i fatti salienti
e caratteristici della sua vita per vedere come ognuno di essi
manifesti l'intelligenza di don Bosco.
Anche i suoi sogni sono rivelatori di un occhio perspicace che
vede sotto la superficie lo spirito elevato delle cose e tutti
i messaggi nascosti in essi sono la presentazione di una realtà
divina profonda che salva e avvicina a Dio.
Nessuno può mettere
in dubbio che don Bosco non si lascia mai sviare dalle apparenze
esterne, in qualunque forma esse si presentino, ma, direttamente
va alla sostanza di tutto. Egli guarda tutto con l'occhio interiore
che permette la precisa valutazione della realtà suprema.
Don Bosco non nasconde che la sua intelligenza è cresciuta
attraverso uno sforzo continuo e un impegno serio anche nelle
letture. Per esempio è lui che racconta della scoperta
del libro "L'Imitazione di Cristo" come opportunità
per operare un salto di qualità nello sviluppo del dono
dell'intelletto. Dirà: "È a questo libro che
sono debitore di tanta dottrina e moralità".
In effetti l'autore dell'imitazione
di Cristo gli insegna a tirar fuori il cuore dalle curiosità
intellettuali per mettersi alla scuola del Maestro interiore;
a ritirare il cuore da ogni affetto terreno, per tener d'occhio
solo e unicamente Dio; a sorvegliarsi di più nelle relazioni
sociali per non perdere l'intero raccoglimento; a sostituire
il nutrimento della dottrina di vita ad ogni altro cibo spirituale
sì, ma terreno; a porre ogni sollecitudine nell'estirpare
le passioni dei vizi, per possedere con la purificazione dello
spirito, una mente pacifica e entrare così nella via perfetta
dei santi; a raccogliersi internamente per essere arricchito
della maggiore grazia che, illuminando con più abbondanza
la mente, apre l'occhio interiore alla contemplazione; ad ascendere
con movimento amoroso e con santo abbandono, di virtù
in virtù, uscendo da sé per sottomettersi a Dio.
La mistica di questo libro
gli apre nuovi orizzonti che la sua mente acuta contempla con
amore. E percepisce tutto il valore dell'illuminazione dello
Spirito Santo.
Don Bosco ci insegna così l'importanza di fare buone letture
e di scegliersi libri spirituali seri che accompagnino il nostro
intelletto nella scoperta della "verità tutta intera"
(Gv 16,13).
Da questo intelletto illuminato nasce tutta l'attività
educativa delle scuole, sorte per formare una gioventù
schiettamente e intimamente cattolica.
Oltre a questo libro ce ne
sono tanti altri a cui don Bosco si ispira e con i quali si forma.
Vorrei però oggi sottolineare le "letture salesiane"
ossia i testi che don Bosco accosta per conoscere e assimilare
lo stile di S. Francesco di Sales, che oggi festeggiamo, e che
sceglierà come il Patrono di tutta la Congregazione.
Il primo contatto spirituale di don Bosco con S. Francesco avviene
nel Seminario di Chieri, prima con letture o studi e in seguito
anche mediante informazioni dirette, come istruzioni e conferenze
religiose. Scrive don Stella: "In Seminario la sua allegria
e la sua capacità di simpatia vennero arginate nello schema
della dolcezza salesiana" (P. Stella, Don Bosco nella storia,
vol. I, p.76). Quello che influì maggiormente sul giovane
chierico fu un ideale di mitezza di cuore e di amorevolezza nel
tratto: doti che dovevano essere state riscoperte nella lettura
del Santo e contemplate negli esempi di questo ardente apostolo.
È curioso l'episodio
di omonimia avvenuto in Seminario. Scrive don Giacomelli testimone
del tempo e del fatto:
"Giovanni era chiamato Bosco di Castelnuovo
per distinguerlo
da un altro chierico avente lo stesso cognome (Bosco Giacomo).
Accadde fra questi due un piccolo fatto, cui allora nessuno ci
badò, ma che io ben ricordo. I due chierici dello stesso
cognome si dimandavano qual soprannome dovessero imporsi per
distinguersi quando fossero chiamati. Uno disse: - Io sono Bosco
Nespola (in dialetto piemontese, bosc 'd pucciu). - E con ciò
indicava essere legno duro, nodoso, poco pieghevole. E il nostro
don Bosco rispondeva: - E io mi chiamo Bosco di Sales, cioè
a dire di salice, legno dolce e flessibile (bosc 'd Sales). Pare
che fin da allora prevedesse la futura Congregazione avente per
Patrono S. Francesco di Sales, e perciò di questo santo
voleva imitare la dolcezza". (MB I, p. 406)
4. Conclusione
L'intelletto di don Bosco fu
illuminato da questo Santo. Come lui don Bosco desidera arrivare
alla profondità delle cose che hanno la loro sintesi e
il loro vertice nell'amore puro. Il che significa che si ama
solo Dio e ogni altra persona o cosa, in Lui e per Lui. S. Francesco
di Sales ha insegnato con passione proprio questo: la vita è
un affinarsi continuamente nell'amare Dio attraverso un cammino
di perfezione cristiana. Amare di un amore ordinato.
Scrivendo ad una sua fedele san Francesco di Sales diceva:
* "Dio sia il vostro
unico desiderio,
la vostra unica paura sia quella di perderlo,
la vostra ambizione, quella di possederlo per sempre".
Credo che don
Bosco sia stato "uomo intelligente" perché attraverso
la forza dello Spirito Santo è riuscito a realizzare nella
sua vita questo suggerimento di san Francesco di Sales.
* "Dio è
il mio unico desiderio,
la mia unica paura è quella di perderlo,
la mia ambizione, quella di possederlo per sempre".
Sia
così anche per ciascuno di noi.
D. CARLO
M. ZANOTTI sdb
VISITA Nr.