DEUTERONOMIO: 32,1.3-4.11
I
BENEFICI DI DIO A FAVORE DEL SUO POPOLO
Mosè pronunziò
innanzia tutta lassemblea dIsraele le parole di questo
canto, fino al loro termine (Dt 31,30). Così si
legge in apertura al cantico ora proclamato, che è tratto
dalle ultime pagine del libro del Deuteronomio, precisamente
dal capitolo 32. Di esso la Liturgia delle Lodi ha ritagliato
i primi dodici versetti che celebra al sabato della seconda settimana,
riconoscendo in essi un gioioso inno al Signore che protegge
e cura con amore il suo popolo in mezzo ai pericoli e alle difficoltà
della giornata. Lanalisi del cantico ha rivelato che si
tratta di un testo antico ma posteriore a Mosè, sulle
cui labbra è stato posto, per conferirgli un carattere
di solennità. Questo canto liturgico si colloca alle radici
stesse della storia del popolo di Israele. Non mancano in tale
pagina orante rimandi o collegamenti con alcuni Salmi e col messaggio
dei profeti: essa è così diventata una suggestiva
e intensa espressione della fede di Israele.
Dalla lite
allamore
Il cantico di Mosè è
più ampio del brano proposto dalla Liturgia delle Lodi,
che ne costituisce soltanto il preludio. Alcuni studiosi hanno
pensato di individuare nella composizione un genere letterario
che tecnicamente viene definito col vocabolo ebraico rîb,
cioè contesa, lite processuale.
Limmagine di Dio presente nella Bibbia non appare affatto
come quella di un essere oscuro, unenergia anonima e bruta,
un fato incomprensibile. È, invece, una persona che prova
sentimenti, agisce e reagisce, ama e condanna, partecipa alla
vita delle sue creature e non è indifferente alle loro
opere. Così, nel nostro caso, il Signore convoca una sorta
di assise giudiziaria, alla presenza di testimoni, denuncia i
delitti del popolo imputato, esige una pena, ma lascia permeare
il suo verdetto da una infinita misericordia.
Seguiamo ora le tracce di questa vicenda, sia pure fermandoci
solo ai versetti che la Liturgia ci propone. Ecco subito la menzione
degli spettatori-testimoni cosmici: Ascoltate, o cieli...
oda la terra... (Dt 32,1). In questo processo simbolico
Mosè funge quasi da pubblico ministero. La sua è
una parola efficace e feconda come quella profetica, espressione
di quella divina. Si noti il flusso significativo delle immagini
per definirla: si tratta di segni desunti dalla natura come la
pioggia, la rugiada, lacquazzone, gli scrosci e gli spruzzi
dacqua che rendono la terra verdeggiante, feconda e coperta
di steli di grano (cf v. 2).
Unappassionata
denuncia
La voce di Mosè, profeta
e interprete della parola divina, annunzia limminente ingresso
in scena del grande giudice, il Signore, del quale egli pronunzia
il nome santissimo, esaltandone uno dei tanti attributi. Il Signore,
infatti, è chiamato la Roccia (cf v. 4), un titolo che
costella tutto il nostro cantico (cf vv. 15.18.30.31.37), unimmagine
che esalta la fedeltà stabile e inconcussa di Dio, ben
diversa dallinstabilità e dallinfedeltà
del popolo. Il tema è svolto con una serie di affermazioni
sulla giustizia divina: Perfetta è lopera
sua; tutte le sue vie sono giustizia; è un Dio verace
e senza malizia; Egli è giusto e retto (v. 4).
Dopo la solenne presentazione del Giudice supremo, che è
anche la parte lesa, lobiettivo del cantore si sposta sullimputato.
Per definirlo egli fa ricorso ad una efficace rappresentazione
di Dio come padre (cf v. 6). Le sue creature, tanto amate, sono
chiamate suoi figli, ma purtroppo sono figli degeneri
(cf v. 5). Sappiamo, infatti, che già nellAntico
Testamento si ha una concezione di Dio come padre premuroso nei
confronti dei suoi figli che spesso lo deludono (Es 4,22; Dt
8,5; Sal 102,13; Sir 51,10; Is 1,2; 63,16; Os 11,1-4). Per questo
la denuncia non è fredda ma appassionata: Così
ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è
lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?
(Dt 32,6). È, infatti, ben diverso ribellarsi a un sovrano
implacabile che rivoltarsi a un padre amoroso.
Fare memoria
per convertirsi
Per rendere concreto il capo
daccusa e far sì che la conversione sbocci dalla
sincerità del cuore, Mosè fa appello alla memoria:
Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani
(v. 7). La fede biblica è, infatti, un memoriale,
cioè un riscoprire lazione eterna di Dio disseminata
nel fluire del tempo; è un rendere presente ed efficace
quella salvezza che il Signore ha donato e continua a offrire
alluomo. Il grande peccato di infedeltà coincide,
allora, con la smemoratezza, che cancella il ricordo
della presenza divina in noi e nella storia.
Levento fondamentale da non dimenticare è quello
della traversata del deserto dopo luscita dallEgitto,
il tema capitale del Deuteronomio e dellintero Pentateuco.
Si evoca, così, il viaggio terribile e drammatico nel
deserto del Sinai, una landa di ululati solitari
(cf v. 10), come si dice con unimmagine di forte impatto
emotivo. Là, però, Dio si china sul suo popolo
con una tenerezza e una dolcezza sorprendenti. Al simbolo paterno
sintreccia allusivamente anche quello materno dellaquila:
Lo educò, ne ebbe cura, lo custodì come pupilla
del suo occhio. Come unaquila che veglia la sua nidiata,
che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese,
lo sollevò sulle sue ali (vv. 10-11). Il cammino
nella steppa desertica si trasforma, allora, in un percorso quieto
e sereno, perché cè il manto protettivo dellamore
divino.
Il cantico rimanda anche al Sinai, dove Israele divenne lalleato
del Signore, la sua porzione ed eredità,
cioè la realtà più preziosa (cf v. 9; Es
19,5). Il cantico di Mosè diventa in tal modo un esame
di coscienza corale perché ai benefici divini risponda
finalmente, non più il peccato, ma la fedeltà.
Giovanni
Paolo II
LOsservatore
Romano, 20 giugno 2002
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-3
VISITA Nr. 