21 APRILE: SANT'ANSELMO (1034-1109)
LA VITA COME AMOROSA RICERCA DI DIO


“Che io Ti cerchi desiderandoti,
che io Ti desideri cercandoti, che io Ti trovi amandoti, che io Ti ami trovandoti”.

È una preghiera a Dio molto accorata e significativa. Esprime la vita e le opere dell’autore: Sant’Anselmo di Aosta, filosofo, teologo e uomo di chiesa (vescovo). È anche una preghiera autobiografica. Tutta la sua esistenza infatti fu un desiderare Dio fatto di ricerca attiva di Lui, di una ricerca sostanziata e rafforzata dal profondo desiderio per Lui; un desiderio di trovarlo attraverso l’amore per Dio reso più grande e profondo dopo averlo trovato. Un circolo virtuoso, che durò fino alla fine della sua vita.
Questo è anche il vero compito dell’uomo su questa terra: conoscere ed amare Dio, per poi vederlo amandolo e gioire di questa visione amorosa per sempre. Compito assolto egregiamente da sant’Anselmo.

Tutta la sua vita fu una instancabile ricerca di Dio fin da quando era adolescente. Nacque ad Aosta nel 1034 da genitori entrambi nobili. Fu però solo la madre Ermemberga a dare al bambino il primo e fondamentale influsso di natura mistica: un amore ardente verso Dio, che il piccolo vedeva e contemplava estatico nelle meravigliose montagne della sua valle. Ben diverso il padre Gandulfo dei Gisliberti. Di sangue blu ma anche di maniere rudi, un po’ arroganti, e per niente incline alla religione. Facile immaginare che il rapporto tra i due non solo non fu armonico e costruttivo, ma diventò addirittura conflittuale.

Lo scontro decisivo non tardò ad arrivare. Anselmo da bambino era stato posto presso i Benedettini di Aosta per l’istruzione. All’età di 15 anni chiese di entrare nell’ordine religioso di San Benedetto. Il no del padre fu duro e perentorio. Permettere che il suo primogenito passasse la vita tra le quattro mura fredde anonime di un monastero? Mai. Il suo sangue blu gli imponeva ben altri progetti: continuare l’illustre casato dei Gisliberti. Altro che diventare un umile e sconosciuto monaco. Ma il desiderio del ragazzo era serio e profondo, non una superficiale e contingente infatuazione. Quel no paterno lo ferì profondamente, per cui si ammalò. Il padre, duro e irresponsabile, non cedette di un millimetro. Una volta guarito dalla malattia, Anselmo perse però la madre, che tanto amava.

Scrisse il suo biografo Eadmero, che “la nave del cuore di Anselmo come fosse restata priva di ancora, fu quasi totalmente in balia dei flutti della vita mondana”. Infatti, non aiutato dal padre ad assorbire questo trauma, cambiò totalmente, diventando “uno come gli altri”. Finalmente il figlio cominciava a divertirsi e a non pensare troppo alle cose spirituali, pensò il padre. Stava forse rinsavendo? Era pronto a rientrare nei ranghi? Gandulfo si illuse. Anzi ben presto si accorse che i rapporti col figlio diventavano sempre più difficili e conflittuali. C’era aria di rottura. Che arrivò puntuale. Un giorno Anselmo scomparve da casa, attraversò il Moncenisio e per tre anni se ne andò in giro in Francia facendo il vagabondo, alla ricerca di avventure.

Nel suo vagabondare arrivò fino in Normandia. Qui la Provvidenza gli fece incontrare un grande italiano, Lanfranco di Pavia, che era priore dell’abbazia di Le Bec. Un incontro decisivo. Riprese gli studi, la propria vita spirituale e... si riaccese anche la fiamma della vocazione monastica. A 27 anni infatti vestì l’abito, e fu ordinato sacerdote. Tutti i discorsi su Dio imparati da bambino dalla madre ritornarono e ripresero vigore. Ascesi e studio di Dio che per Anselmo diventava sempre più “il suo amore, la sua contemplazione, la sua gioia, la sua sazietà”.

Dio era il suo Tutto. Le sue doti di intelligenza e sensibilità spirituale non passarono inosservate, per cui fu scelto per essere il formatore ed il maestro dei giovani monaci. Questi erano rapiti dalla sua presenza e dalle sue parole. Lo pregarono infatti di scrivere quello che insegnava loro. Memore del fallimento paterno nei suoi riguardi, Anselmo con i suoi giovani usava essenzialmente il metodo della persuasione e della gradualità, e non un sistema autoritario e impositivo.

Vescovo di Canterbury e Maestro di fede

Intanto Lanfranco era diventato abate di Caen e in seguito nel 1070 su richiesta del re e del popolo arcivescovo di Canterbury, in Inghilterra. Nel 1078 morto l’abate di Le Bec i monaci all’unanimità elessero Anselmo come successore. Il nuovo abate era molto esigente con se stesso e con gli altri, ma, cosa rara, sapeva suscitare convinzione ed entusiasmo per la vita cristiana e religiosa in tutti i monaci, ma specialmente nei giovani.
Il suo ex maestro ed amico Lanfranco da Canterbury chiese l’aiuto di Anselmo, invitandolo a passare la Manica.

Questo primo viaggio inglese fu molto positivo. Anselmo si fece apprezzare dal popolo e dalla corte dei nuovi padroni, non solo per la sua intelligenza, ma anche per la sua simpatia ed il modo di fare, rispettoso di tutti. Si era “fatto uno di loro”. Il suo ricordo tornò vivo quando morì Lanfranco di Pavia. Il re Guglielmo il Rosso mandò i suoi uomini a Le Bec per prendere Anselmo e farlo vescovo. In un primo tempo rifiutò dicendo che la sua nomina era partita dal potere laico del re. Ma alla fine dovette arrendersi alla volontà unanime dei vescovi inglesi diventando arcivescovo di Canterbury e poi primate d’Inghilterra (per questo liturgicamente si dice sant’Anselmo di Canterbury, pur essendo di... Aosta).

Questa seconda esperienza inglese non fu semplice. “La Chiesa inglese non godeva in quel periodo di un pacifico sviluppo, poiché il potere politico tentava di sopraffare quello religioso. Il contrasto divenne violento quando il re prese posizione in favore di uno scisma della Chiesa d’Inghilterra da quella di Roma. Senza curarsi delle defezioni da parte dei confratelli nell’episcopato, Anselmo proclamò risolutamente l’indipendenza del potere spirituale da quello temporale...” (P. Sciadini). Erano le prime avvisaglie dello scisma che si consumerà nel 1500 con il re Enrico VIII, con la nascita della Chiesa nazionale inglese, detta anche Anglicana. E siccome non c’erano né telefoni, né fax né e-mail per comunicare, Anselmo fece ben due viaggi a Roma per consultarsi con il papa (furono in realtà anche due periodi di esilio, nel 1098 e poi nel 1103). Dal secondo viaggio tornò a Canterbury nel 1106 accolto festosamente dal popolo e dal clero. Meno entusiasti possiamo immaginare, erano il re e in genere il potere politico. Moriva tre anni dopo il 21 aprile 1109.

Con Anselmo scompariva non solo un santo, un vescovo, ma anche un grande uomo di studi, un vero teologo. Anzi è considerato il fondatore della Scolastica. Con la sua ricerca e i suoi studi ha preparato il lavoro di teologi quali San Tommaso d’Aquino e san Bonaventura di Bagnoreggio, i due pilastri della teologia Scolastica del 1200.
Sant’Anselmo è così importante che a distanza di nove secoli si è guadagnato una importante citazione da parte del papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica Fides et Ratio (1998) sui rapporti tra fede e ragione. Il papa lo definisce: “Una delle intelligenze più feconde e significative della storia dell’umanità a cui fanno doveroso riferimento sia la filosofia sia la teologia” (n. 14).

Il papa lo cita proprio perché considera sant’Anselmo un maestro per quanto riguarda i rapporti tra fede e ragione.
All’inizio della medesima enciclica si dice che “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità, e in definitiva, di conoscere lui, perché conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso”. Sant’Anselmo ha usato mirabilmente queste due ali per andare a Dio. Credeva e accettava fermamente quello che la Rivelazione gli offriva e che egli considerava come “punto di riferimento” o “vera stella di orientamento” per l’uomo che avanza (secondo le espressioni della Fides et Ratio). Ma non si fermava a questa accettazione, passiva e acritica. Interrogava, indagava, studiava, cercava di “capire razionalmente” per quanto gli era possibile quello che la Rivelazione gli aveva offerto.

Le sue opere, particolarmente il Monologion e il Proslogion (vedi la finestra), sono proprio la prova di questa ricerca incessante di “credere per capire”. Sant’Anselmo diceva, e questo era come il suo motto: “Credo ut intelligam”. Ma nello stesso tempo egli cercava di capire per credere di più, per aderire alla verità di fede con la propria volontà, con la passione, con “amore”, con tutto se stesso (il suo contemporaneo Abelardo poneva invece l’accento non sulla fede o sul “credere per capire” ma sulla ragione: “intelligam ut credam” cioè “che io capisca per credere”).

Anselmo è un maestro della fede non solo perché ha creduto, studiato e “scritto” le verità della fede, ma soprattutto perché le ha vissute.
San Benedetto nella sua Regola non richiedeva al postulante che si presentava alla porta della sua abbazia nient’altro se non che “cerchi veramente Dio”. Anselmo ha seguito perfettamente questo insegnamento: ha cercato veramente Dio e lo ha amato totalmente tutta la vita. È questo l’insegnamento che lascia a tutti noi spesso molto pigri sia nel credere sia nel ricercare i perché del nostro credere e amare Dio.
                                                                        
             MARIO SCUDU


“INSEGNAMI A CERCARTI...”


“Insegnami a cercarti, e mostrati a me che ti cerco. Io non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti, che ti desideri cercandoti, che ti trovi amandoti, e che ti ami trovandoti. Io ti riconosco, Signore, e ti ringrazio di aver creato in me questa tua immagine affinché di te sia memore, ti pensi e ti ami; ma essa è così consunta dal logorio dei vizi, così offuscata dal cumulo dei peccati, che non può fare quello per cui fu fatta, se tu non la rinnovi e non la ricostituisci. Non tento, o Signore, di penetrare la tua altezza perché non paragono affatto ad essa il mio intelletto, ma desidero in qualche modo di intendere la tua volontà, che il mio cuore crede ed ama. Né cerco di intendere per credere; ma credo per intendere. E anche per questo credo: che se prima non crederò, non potrò intendere” (dal Proslogion 1,1).

A Maria

“Maria, tu la grande Maria, la più beata tra le beate Marie; tu, la più grande tra le donne; tu, Signora, sei grande, ma tanto grande; te il mio cuore vuole amare, te la mia lingua desidera ardentemente lodare”.

Immagine della Trinità Divina

Consideriamo una sorgente – scrive sant’Anselmo – il fiume che nasce da essa ed il lago in cui le acque si raccolgono: noi diamo all’insieme di queste tre cose il nome Nilo. Si tratta di tre cose distinte l’una dall’altra: eppure noi chiamiamo Nilo la sorgente , Nilo il fiume, Nilo il lago, ed infine Nilo tutto l’insieme. Non parliamo di tre Nili, per quanto siano tra loro tre cose distinte. Sono tre, la sorgente il fiume ed il lago; eppure è sempre ed unico Nilo, un solo flusso, una sola acqua, una sola natura.
C’è qui una trinità in uno ed un’unità in tre, che è l’immagine della Trinità divina.


IMMAGINE:
sant'Anselmo dona la sua opera alla contessa Matilde - Codex Admont 289, Sec. XIII, Admont - Austria
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2002-4
VISITA
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