27 mar. : BEATO FRANCESCO FAA' DI BRUNO:
                  soldato, professore, matematico, scienziato, sacerdote (1825-1888)

  LA MIA FELICITA':
  ISTRUIRMI PER FARE DEL BENE


Nella storia della Chiesa desta molta ammirazione l’esplosione di santità e di santi che si è verificata a Torino nel 1800, e che, secondo qualche esperto, non trova l’eguale nei secoli precedenti. In quella che fu la capitale del Regno di Sardegna per molti anni (e poi solo per pochi dell’Italia riunificata) nel secolo XIX ci fu un vero boom di santi già dichiarati tali dalla Chiesa o che hanno comunque cominciato il lungo iter della canonizzazione. Una schiera di uomini e donne che hanno vissuto e operato, spesso contemporaneamente e in buona e santa collaborazione, e che hanno permeato la storia e la vita della città per tutto quel secolo.

Ne ricordiamo alcuni: San Giovanni Bosco, “Padre e Maestro dei giovani” (e il successore Beato Michele Rua), San Giuseppe Benedetto Cottolengo (per i malati spesso rifiutati da altri ospedali), San Giuseppe Cafasso (apostolo dei carcerati e dei condannati), San Leonardo Murialdo (per i giovani lavoratori), la Beata Anna Michelotti (per l’assistenza a domicilio dei malati poveri), Beato Giuseppe Allamano, che formò e inviò nelle missioni schiere di giovani; la Serva di Dio Giulia di Barolo, ed ultimo il Beato Francesco Faà di Bruno.

Ultimo non certo perché meno importante: il Faà di Bruno infatti è stato una luminosa figura che ha dato onore e lustro a Torino, non solo con la sua santità, ma anche con la sua molteplice e poliedrica opera a favore di tante persone. E così mentre Don Bosco creava e a Valdocco “la cittadella dei ragazzi”, poco distante il suo amico Francesco Faà di Bruno fondava quella che fu chiamata “la cittadella delle donne” per l’aiuto e l’assistenza a tante sfortunate e spesso sfruttate ragazze della città.

È impressionante ricordare tutte le iniziative che il Nostro ha iniziato e incrementato proprio a questo scopo: un istituto per le ragazze che prestavano servizio (erano chiamate le “serve”) nelle famiglie torinesi; una Casa per le Clarine, cioè per ragazze che presentavano qualche anomalia fisica o psichica, e che, opportunamente aiutate, potevano non solo raggiungere una certa idoneità a qualche lavoro ma anche diventare preziose collaboratrici nella comunità; una scuola per studentesse e un Liceo dove insegnò lui stesso (e dove Don Bosco mandò alcuni suoi giovani per prendere i titoli riconosciuti dallo stato), una casa per Esercizi Spirituali, un Convitto per sacerdoti anziani e impoveriti dal governo con la confisca dei beni ecclesiastici; un Pensionato per signore nobili (la cui retta serviva a finanziare le altre opere “in perdita”), un Pensionato per donne già avanti negli anni e un’attrezzata infermeria per donne convalescenti.

Un’ipotesi per questa santità “sociale”

A questa lunga serie di opere sociali c’è da aggiungere anche la creazione di una lavanderia a beneficio della città, che diede lavoro a tante giovani torinesi neo immigrate. Famosi furono poi i “Fornelli economici” inventati da lui: si trattava di una specie di mensa per gli operai e per gli studenti, da cui si potevano prelevare i pasti caldi e portarli a casa propria.

Queste innumerevoli iniziative di impronta sociale avevano il loro centro ideale e spirituale nel complesso del Borgo San Donato chiamato “Opera di Santa Zita”, che è anche la Casa Madre delle sue opere. Qui si possono ammirare sia la bella Chiesa di N. S. del Suffragio sia l’ardito campanile e la tomba del Beato.

Chi e che cosa è stato Francesco Faà di Bruno? Fu un nobile aristocratico, fu un soldato e ufficiale dell’esercito, fu professore universitario poliglotta (con due lauree in matematica e astronomia), fu uno scienziato di grande prestigio anche internazionale, autore di opere scientifiche tradotte e adottate (lui vivente) in paesi come Germania e Inghilterra.

Fu un ingegnere architetto di riconosciuta abilità tecnica (lo stesso Antonelli, progettista della celebre Mole Antonelliana di Torino, si fece suo garante presso le autorità comunali di quel famoso e alto (75 metri) campanile che turbava il sonno degli amministratori, ma non il suo, tanto era sicuro dei propri calcoli.

Fu un musicista conosciuto per via di un suo manuale di canti e di inni sacri molto usato in quegli anni. Fu geniale educatore e fondatore di una rete di scuole, alcune ancora esistenti. Fu un giornalista: non solo scrisse su giornali di allora ma fu anche direttore di periodici che ebbero una grande diffusione. E, particolare interessante, ancora laico fondò una Congregazione religiosa per continuare la sua opera e il suo carisma.

Ed infine per gli ultimi dodici anni della sua vita fu anche sacerdote, riconosciuto da tutti come una persona zelante e santa. La Chiesa ne ha riconosciuto la santità proclamandolo Beato il 25 settembre 1988. “Tutto ciò, e altro ancora, fu questo uomo di Dio troppo poco conosciuto” (P. Palazzini).

Anche il Faà di Bruno, come si vede nell’elenco delle sue opere, appartiene al numero dei santi torinesi chiamati “sociali”. Anche lui, come Don Bosco, come il Cottolengo, maturò la propria santità non nelle quattro mura di un convento, assorbito completamente nella preghiera e nella contemplazione del mistero di Dio, ma nell’azione quotidiana dentro il sociale, a favore di tante ragazze con molti doveri e nessun diritto, dimenticate dalla politica e dai politici (perché marginali ai loro interessi di continuazione del potere).

Perché questa predominante “santità sociale” nella Torino del 1800? Ecco l’ipotesi (che potremmo chiamare “ambientale”), avanzata da Vittorio Messori: questi cristiani agirono a Torino, capitale politica e amministrativa del Regno, centro e motore del processo di unificazione dell’Italia, ma nello stesso tempo perno di quella lotta al cattolicesimo romano visto come nemico di quella unificazione e di una certa (oggi innegabile) ideologia di matrice antireligiosa e anticlericale su cui si reggeva.

In quegli anni nella città subalpina ci fu l’incontro, il confronto e spesso lo scontro tra questi uomini di chiesa, cittadini e cattolici convinti, e la controparte politica e amministrativa, le cui fonti di ispirazione erano l’illuminismo, l’hegelismo, il liberalismo borghese: il tutto condito con buone dosi di anticlericalismo.

Sembra che sia stato questo confronto-scontro con l’ambiente politico contrario, e talvolta persecutorio (oltre naturalmente all’Amore di Dio che li animava continuamente) a dare creatività e forza ai tanti progetti “sociali” di questi cristiani, compreso il Faà di Bruno. Tutti dovettero soffrire non poco di questa opposizione.

Istruirmi per fare del bene: ecco la mia felicità

Francesco Faà di Bruno nacque ad Alessandria nel 1825 in una famiglia numerosa, aristocratica, ricca e molto generosa con i bisognosi. A soli nove anni perse la madre, Carolina, donna molto religiosa “bella davanti a Dio e agli uomini”, e due anni dopo (1836) entrò nel collegio dei Padri Somaschi a Novi Ligure. La formazione ricevuta qui influì non poco su Francesco negli anni seguenti. Negli anni 1840-1846 frequentò la Regia Accademia Militare di Torino, famosa allora, sembra, quanto quella di Berlino. Iniziò subito dopo un biennio di specializzazione in topografia e in lingue straniere. Nel 1848 partecipò alla Prima Guerra d’Indipendenza nella Brigata comandata dal principe ereditario Vittorio Emanuele che lo apprezzò “sul campo”.

Nella pausa della guerra disegnò la Grande Carta del Mincio, che poi si rivelerà addirittura provvidenziale nella Seconda Guerra d’Indipendenza (battaglie di Solferino e di San Martino). Promosso capitano di Stato Maggiore, combatté valorosamente nella infausta giornata di Novara (1849), dove rimase anche ferito.

Con la promessa di diventare precettore dei figli di Vittorio Emanuele, fu inviato (1850) a Parigi, alla Sorbona per i corsi di scienze naturali. Durante questo soggiorno frequentò e conobbe vari esponenti del cattolicesimo francese (parrocchia di Saint Sulpice) e aderì anche alle prime Conferenze di San Vincenzo fondate da Federico Ozanam, conosciuto personalmente.


Ritornato a Torino (1851) ecco il primo sgambetto da parte della cricca anticlericale della corte dei Savoia e che ruotava attorno al re Vittorio Emanuele (e che doveva “curare” la formazione e consigliare il giovane re): gli fu impedito di diventare, come promesso, precettore dei principi, perché era un cattolico dichiarato. Tutti i suoi meriti, militari e accademici, non contavano davanti allo sbarramento ideologico.

Eppure Francesco era un sincero e convinto patriota, che vedeva però l’unificazione dell’Italia in senso federale, come era più logico data la storia passata italiana dei “cento campanili” e non certo contro il Papa e quindi in senso anticattolico, come era per lo più il pensiero e l’obiettivo dei vari Garibaldi, Mazzini, Cavour e altri.

Nel 1853 diede l’addio alla carriera nell’Esercito anticipando così un secondo sbarramento ideologico che lui aveva già percepito come possibile: l’opposizione degli alti gradi dell’Esercito (appartenenti anche loro alla massoneria di stampo anticlericale) ad una sua eventuale promozione, perché di valori e idee diverse, cioè perché cattolico. I suoi meriti e le competenze acquisite non gli bastavano (ahimè, anche oggi spesso, in tante carriere e promozioni, c’è più ideologia che meritocrazia).

Anche negli anni seguenti non furono sufficienti né le lauree conseguite, né le pubblicazioni di ordine scientifico famose in Europa, né altri meriti di studioso e di scienziato inventore, né la raccomandazione di eminenti studiosi e scienziati anche stranieri, scandalizzati per l’ingiusto trattamento riservato al loro collega italiano, per fagli assegnare, (secondo logica, giustizia e... buon senso), il massimo grado accademico e cioè la cattedra di Professore Ordinario. Anche questa volta ci fu lo sbarramento ideologico dei suoi colleghi appartenenti alla massoneria (oggi si parla di “baroni” che fanno purtroppo le stesse cose). Insegnerà sì nell’Università ma la carriera gli sarà costantemente impedita.

Un italiano geniale ed un santo

Mentre portava avanti la sua multiforme attività in campo scientifico, fu nel 1859 che mise il più importante tassello alla sua molteplice attività sociale a beneficio di tante ragazze bisognose: la fondazione della Pia Opera di Santa Zita, seguita da innumerevoli altre iniziative di carità cristiana, rispondendo così a bisogni reali della popolazione, che l’amministrazione comunale faceva finta di non vedere o non voleva affrontare.

Ma sarà solo nel 1868 che inizierà la costruzione della chiesa di Nostra Signora del Suffragio, al servizio della sua Opera, del quartiere e dei defunti dimenticati del Purgatorio. In quello stesso anno decise la fondazione della Congregazione delle Suore Minime di N. S. del Suffragio che in varie nazioni, con impegno e dedizione, continuano ancora oggi il suo carisma.

Sollecitato da più parti e sostenuto da amici (tra i quali Don Bosco) nell’anno 1876 diventò sacerdote iniziando una grande attività spirituale, sia come Rettore della sua Chiesa del Suffragio, sia come predicatore efficace, come confessore zelante, e come direttore spirituale richiesto e ascoltato (conoscendo le lingue anche dagli stranieri residenti a Torino). Furono solo 12 anni di servizio sacerdotale, ma furono intensi e arricchenti per tutte le persone che lo avvicinarono. La morte, alla quale era sempre preparato, arrivò il 27 marzo 1888, due mesi dopo il suo amico Don Bosco.

Un’ultima annotazione importante perché ci fa capire la personalità e la santità del Faà di Bruno. Dispose per testamento la donazione alla Facoltà di Scienze della Università di Torino della sua preziosa collezione di libri e periodici scientifici nazionali ed esteri. Si trattava di una donazione di grande valore perché era una delle più ricche biblioteche private d’Italia, costruita in 38 anni di studio e di lavoro. Un dono molto significativo da parte di un grande uomo, di un italiano geniale, di un santo.

                                                                       d. MARIO SCUDU sdb


              Per informazioni e comunicazioni:

Suore Minime di N. S. del Suffragio
Via San Donato, 31 - 10144 Torino
Tel. e  Fax 011.489.145      / 
E-Mail: centrostudi@faadibruno.it


IMMAGINI:
1
Il campanile progettato interamente dal Faà di Bruno (presso la Casa Madre delle Suore Minime). Ancora oggi oggetto di ammirazione (e anche di studio) per la sua arditezza e per la genialità delle soluzioni architettoniche. (Foto di Don Giuseppe Capello).
Il Beato Francesco Faà di Bruno fu un insigne matematico oltre che uno scienziato. Ancora oggi viene ricordato per quella che è comunemente chiamata Formula di Faà di Bruno, utilizzata dai principali software matematici.
Beato Francesco Faà di Bruno(1825-1888)
La bella Chiesa di N. S. del Suffragio (progetto di Arborio Mella e suo). È la Chiesa Madre delle Suore, fondate dal Beato Faà di Bruno.
Tomba del Beato Faà di Bruno (presso la 'sua' Chiesa di N.S. del Suffragio). Opera del pittore M. Caffaro Rore (Foto di Don Giuseppe Capello)
ALTRE IMMAGINI DEL SANTUARIO DI N.S. DEL SUFFRAGIO - TORINO

       
      
      
       
      

               FOTOGRAFIE di GIANNI VINDIMIAN

            Vedi anche l'articolo sul Santuario:
NS-del-Suffragio-Torino


     RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005 - 3
    
VISITA Nr.