PADRE ALFEO EMALDI
(1902-1976):
IL TESTIMONE MUTO
Aveva
sei anni, quando una domenica mattina, ritornato da Messa, disse
alla mamma: «Il parroco è andato sul tetto e ha
cominciato a urlare contro tutti!». «Come? È
andato sul tetto?». «Sì, ha preso a salire
la scala e poi non lho più visto». In realtà,
il parroco era salito sul pulpito a fare la predica. La mamma
capì che il figlio era molto miope e lo portò subito
dalloculista. Ma difficoltà gravi alla vista ne
avrebbe avute sempre.
Si chiamava Alfeo Emaldi, il bambino che portava occhiali spessi
come fondi di bottiglia. Era nato a Lugo di Romagna (Ravenna)
il 15 marzo 1902, ed era minuto e fragile come uno scricciolo.
Dai genitori riceve una fede forte come la roccia e una gran
voglia di lavorare. Appena finite le elementari, dice: «Voglio
farmi prete».
Guarito
dalla Madonna
Entra in seminario a Ravenna
e frequenta con profitto il ginnasio. È però inquieto
come se un fuoco acceso lo bruci dentro. Vede, davanti a sé,
orizzonti vasti come il mondo. Gesù lo trafigge con una
parola: «Andate e predicate il mio Vangelo a tutte le genti»
(Mc 29,19). Il rettore lo accontenta: «Ti manderò
da Mons. Conforti, lui ha bisogno di missionari».
Mons. Guido Conforti (1865-1931), allora vescovo di Parma e recentemente
proclamato beato, aveva fondato a Parma i Missionari Saveriani,
tra i quali, il 19 agosto 1919, Alfeo è ammesso a studiare.
Ma è debole e malaticcio, e quando dilaga la spagnola,
una grave epidemia influenzale, si preoccupa solo di curare i
compagni malati, perché lui, stranamente sta bene. Ma
presto si trova a letto con unincipiente tubercolosi. Piange
amaramente per il timore di non poter più diventare missionario.
Lo mandano a curarsi in una località salubre presso Vicenza.
Alfeo sale al santuario di Monte Berico e lassù prega
la Madonna con la fiducia di un bambino. Rapidamente guarisce
e da allora, ripeterà sempre: «Più che le
medicine, fu la Madonna a guarirmi».
A Parma, intraprende il noviziato cui seguono gli studi teologici.
È buono, allegro, un gran burlone e amico di tutti. Il
2 febbraio 1926, è ordinato sacerdote. Pochi giorni dopo,
il suo vescovo e fondatore, lo destina per la Cina. A lui e ai
missionari in partenza, Mons. Conforti ricorda: «Cristo
ve lha detto: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi...
ma non abbiate paura, perché io ho vinto il mondo. Anche
voi, appena vinti, sarete vincitori».
Il 26 febbraio 1926, don Alfeo parte da Venezia e il 19 maggio,
arriva a Cheng-chow, sulle sponde del fiume Giallo, dove già
lavora un gruppo di Saveriani. Comincia subito, deciso, a studiare
la lingua, una delle più difficili del mondo, ancor più
difficile per lui che ci vede poco. Ascolta più che può,
gioca con i bambini. Così un mese dopo il suo arrivo,
tiene la prima predica in cinese, fa catechismo e si accorge
che la gente lo capisce.
Migliaia
di conversioni
È mandato a Loyang,
come collaboratore del superiore Padre Armellini. Nel 1928, è
rettore della cattedrale di Cheng-chow, nel 1932, di quella di
Loyang. Questi sono i suoi titoli ufficiali, ma padre Alfeo è
solo un missionario che ama dire: «Sono venuto qui per
annunciare Cristo e convertire i cinesi a Lui». Si fa subito
amare, da credenti e non, per la sua dedizione e per la gioia
che diffonde attorno a sé, così che lo chiamano
presto: «Padre Gen Manté», il Padre della
bontà.
Inforca la bici e si butta a visitare tutte le piccole comunità
cristiane disseminate, come gocce, tra i templi buddisti, percorrendo
strade e valli interminabili, raggiungendo i luoghi più
sperduti, passando incolume tra squadre di banditi e non temendo
i rivoluzionari di un certo Mao-tse-tung, che già fa parlare
di sé. Ritorna alla base, dopo settimane di lavoro, affamato
e coperto di pidocchi, canterellando tra i denti una canzone
in dialetto romagnolo. «Alfeo, gli domandano i confratelli,
non hai incontrato i banditi?». «È impossibile,
perché io cammino sulle vie di Dio e loro su quelle del
diavolo!», oppure: «Forse, ma son così miope
che non li ho visti!».
Ormai non solo parla cinese, ma mangia come loro e condivide
le loro abitudini, anche se gli costa terribilmente, pur di guadagnarli
a Cristo. Non aspetta mai che lo cerchino, va lui a cercare la
gente: nelle abitazioni, nei campi, per le strade, al tramonto
del sole, quando quelli ritornano dalle risaie. Conversa per
ore e ore con loro e, forte della grazia di Dio, li convince
che solo Gesù è la Verità, lunico
Salvatore delluomo. Occupa le sere e le notti con il catechismo,
che spiega personalmente alla gente semplice, mentre prepara
catechisti capaci e appassionati. Apre ovunque scuole di catechismo.
Per vivere gli bastano una tazza di riso e tre pezzi di patate
con una cipolla. Quanti cinesi abbia condotto a Cristo e battezzato,
è difficile dire: sicuramente un numero grandissimo. Un
colonnello dellesercito cinese, che lui ha convertito dal
buddismo, un giorno dichiarò ai suoi soldati: «Io
credo tutto ciò che insegna la Chiesa Cattolica e lo credo
perché lo insegna il padre Alfeo, che non può ingannare
nessuno, perché è più santo di Budda. Soprattutto
ciò che insegna, lo pratica, lo vive ogni ora, ogni momento
della sua vita». È così stimato anche dai
non cristiani che essi sovente lo accolgono in casa. Nella valle
del fiume Giallo, tutti lo conoscono. Per loro, soprattutto nelle
ore del dolore, ha una carità incomparabile: nessuno si
allontana da lui senza essere stato aiutato. Padre Alfeo contraccambia
con il dono più grande che si possa dare: Gesù.
Notte di
martirio
Dal luglio 1938 al novembre
1944, è a Tient-sin come cappellano dellospedale,
dove segue i malati come un padre e una madre insieme. Ritorna
a Loyang, come rettore della cattedrale e superiore religioso
della zona. Nel maggio 1947, è
richiamato in Italia, ma viene fermato
a Shangai e
destinato alla nuova missione
saveriana dello Shantung, dove rimane fino al giugno del 1949,
quando rientra a Tient-sin. Dovunque ha collaboratori, catechisti,
suore, giovani ferventi, che lo aiutano a seminare il Vangelo.
Organizza lAzione Cattolica e la Legio Mariæ. In
un anno solo, a Tient-sin, fa 1.700 cristiani. I comunisti di
Mao, che già perseguitano mortalmente i credenti e stanno
per prendere il potere con la violenza, per lungo tempo, non
riescono a bloccarlo. Ma, una sera dinizio novembre 1951,
20 poliziotti comunisti lo arrestano con i fucili spianati, urlandogli:
«Tu sei un delinquente». Lo chiudono in una cella,
guardato a vista. Tutte le notti, vengono a interrogarlo e lo
accusano di ogni sorta di intrighi. Padre Alfeo ribatte lucido
e stringato, demolendo le loro accuse. Il 16 novembre 1951 gli
chiedono i nomi dei collaboratori e cosa dica e senta in confessionale.
Padre Alfeo tace. I comunisti gli dicono: «Domani torneremo
e sapremo noi come farti parlare». Durante la notte passeggia
su e giù per la cella, invocando la Madonna, fino a quando
scorge una lametta da barba sul tavolo. Egli stesso racconterà
più tardi: «In quel momento ho pensato, se fossi
muto, non potrei parlare. Domani, invece, chissà che mezzi
useranno quelli perché io tradisca la mia coscienza e
i miei fedeli! Allora, presi coraggio, tirai fuori la lingua
e con la lametta, lamputai il più possibile. Il
sangue zampillò fino sulla parete di fronte. Non so perché
improvvisamente la sentinella aprì la porta e vide tutto
quel sangue. Spaventato, diede un grido di orrore ed uscì
dando lallarme. Mi portarono in gran fretta allospedale,
dove un medico mi ristagnò il sangue».
I comunisti mi rimproverarono di aver fatto un atto ostile al
governo, e poi emisero la sentenza: espulsione dalla Cina, per
tutta la vita. Il 3 dicembre 1951 ero già arrivato in
Italia.
Piuttosto di tradire il segreto inviolabile del confessionale,
Padre Alfeo aveva preferito restare muto. Ma muto non lo sarà
mai, anzi, riprese subito a parlare. Celebrò la Messa
nella casa generalizia a Roma e ricordò la sua stupenda
avventura cinese, vissuta per Cristo. La sua storia uscì
su tutti i giornali. L8 dicembre tornò a Lugo di
Romagna dai suoi genitori. Allarrivo, intonò una
canzone che la mamma gli aveva insegnato da bambino. La mamma
gli rispose cantando la seconda strofa.
Avanti gioventù
Proprio quando la sua missione
sembrava esser terminata, decise di percorrere tutta lItalia
a parlare dellurgenza di annunciare il Vangelo a coloro
che ancora non lo conoscono e non lo amano. Una sera del maggio
1954 parlò al teatro di Vicenza, pieno di giovani. Iniziò
ricordando, quando molto malato, era salito al Monte Berico a
chiedere la guarigione alla Madonna, e continuò: «Non
mi pentii mai dei miei 25 anni passati in missione. Non si pente
mai chi fa del bene ai fratelli. Cè un pentimento
che diventa terribile, quando uno arriva alla fine della vita
e deve riconoscere: ho sentito la chiamata di Dio e non ho risposto».
I giovani si alzarono in piedi ad applaudirlo. Alfeo proseguì,
implacabile: «Avanti gioventù! Ci sono nelle terre
lontane milioni e milioni di anime che aspettano Cristo e Lui
attende degli apostoli che lo portino loro. Questa folla sconfinata
tende le mani a voi. Chi vive pacifico, godendosi ciò
che ha, è un meschino egoista che non merita di essere
chiamato giovane. Gioventù significa allegria, amore a
Cristo e ai fratelli più soli!». E dovunque terminava
i suoi incontri dicendo: «I comunisti in Cina passeranno
e allora, noi missionari ritorneremo in quella terra, piena di
anime che aspettano la Redenzione!».
Dal 1955 al 1962, fu direttore spirituale nelle case saveriane
di Nizza Monferrato e di Parma; poi, dal 1962 al 1974, confessore
al noviziato di Pozelo in Spagna. Anche lì, nessuno riuscì
mai a fermarlo. Percorse le province di Barcellona, Valenza,
Pamplona e Navarra con lo stesso ardore con cui aveva lavorato
in Cina. Al primo posto, come sempre, la Santa Messa, la preghiera
prolungata davanti al Tabernacolo, il Rosario intero alla Madonna,
per la salvezza del mondo. Sempre allegro e spiritoso, ancor
più giovane nel cuore e nello stile. Con la sua lingua
mozzata tenne 570 conferenze in tutte le regioni della Spagna.
A chi si stupiva, rispondeva, serio: «La lingua mi è
di nuovo cresciuta!».
Nel 1974, per consiglio del medico, padre Alfeo ritornò
a Parma, ma non si arrese: diventò il padre spirituale
di tutti i confratelli, degli studenti di teologia e di molti
giovani che venivano a cercarlo. A tutti sapeva regalare ottimismo
e gioia.
Ricoverato allospedale di Como, per il cuore che cedeva,
il 14 agosto 1976, vigilia dellAssunzione di Maria, passerà
la festa accanto alla sua mamma celeste. Un attacco cardiaco
lo portò a contemplare in eterno quel Gesù per
il quale aveva consumato la sua vita.
Chi scrive non dimenticherà mai padre Alfeo Emaldi, incontrato
nella propria parrocchia, una domenica dottobre del 1956,
in una stupenda giornata missionaria, quando davanti a tutti
disse:
«Mi
sono tagliato la lingua per non tradire Cristo. Dovevo essere
muto, invece sono qui a predicare Lui. Il mondo non può
andare avanti senza di Lui. Per questo nessuno potrà mai
farci tacere. Anche senza lingua, parleremo ancora di Gesù,
di Gesù solo!».
Paolo Risso
IMMAGINE : Padre Alfeo Emaldi
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE
2002-8
VISITA Nr. 