TERESIO OLIVELLI (1916-1945):
FIGLIO DEL TUONO


A 12 anni, era ancora tanto piccolo che un giorno, volendo fare un giro in battello sul suo lago di Como, gli proposero di pagare solo metà biglietto, ma lui, onesto com’era, volle pagarlo intero. Era già conosciuto così, per la dirittura morale, Teresio Olivelli, nato il 7 gennaio 1916 a Bellagio (Como), figlio di Domenico e Clelia Invernizzi. La sua fanciullezza la trascorse tra Carugo Brianza e Zeme Lomellina (Pavia) ricevendo un’educazione cristiana molto forte dai genitori e dallo zio don Rocco Invernizzi.
A 8 anni già leggeva e commentava il giornale. Trasferitosi con la famiglia a Mortara, appena decenne già tiene il doposcuola per i bambini più poveri. Lì frequenta il ginnasio, appassionandosi al latino e declamando Ovidio e Tibullo. Il “piccoletto” diventa un adolescente pieno di vita che non ha paura di niente e di nessuno.

“Cristo è l’ideale”

È ardente di amore a Gesù e se ne infischia altamente di chi lo deride per la sua Fede. Ogni settimana la Confessione, molto spesso la Comunione, presto quotidiana, da cui scaturisce un desiderio struggente di far qualcosa di grande e di bello per Gesù, per la Chiesa e per l’Italia. Legge e medita il Vangelo, S. Paolo e l’Imitazione di Cristo, gli autori più avvincenti di vita cristiana. Quando, sedicenne intraprende il Liceo a Vigevano, è uno che “la sa lunga”: s’impegna nell’Azione Cattolica, tiene fraterni colloqui con tutti, spesso discussioni accese e prolungate, partecipa e organizza lui stesso conferenze dotte su temi religiosi e sociali.
Nel 1931, quando con violenza vengono chiusi i circoli dell’Azione Cattolica, Teresio Olivelli afferma solenne: “O Mussolini cambia rotta o la cambiamo noi!”. A far cambiare rotta al duce, ci pensa Papa Pio XI con l’enciclica “Non abbiamo bisogno” che non è proprio un manuale di complimenti. A chi lo invita a moderarsi anche nel fare il bene, Teresio risponde all’istante: “Gli apostoli Giovanni e Giacomo furono chiamati da Gesù «figli del tuono» per il loro carattere ardente e lo zelo. Io sono nato a Bellagio nella parrocchia di S. Giacomo, perciò devo imitarlo nell’essere anch’io «figlio» del tuono”. Non mancherà di parola.
A 18 anni, è un giovane alto, slanciato, sicuro di sé, dalla Fede salda come rupe, un cattolico convinto e convincente. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza a Pavia e viene accettato come alunno al Collegio Universitario Ghisleri (fondato dal Papa S. Pio V). Lo frequenta dal 1934 al ’38, conquistandosi l’affetto di professori e compagni per la sua generosità estrema e lo spirito di sacrificio. Intende prepararsi a servire il prossimo, in primo luogo i più poveri, a vivificare la società con il Vangelo.
Per la sua intensa vita cristiana – colpiva vederlo prostrato in preghiera durante la Messa o in adorazione al SS.mo Sacramento o con il Rosario tra le mani, lui così colto, allegro, un “vulcano” sempre in esplosione – i suoi compagni lo chiamano, per scherzo “padre oliva”: sanno però che Teresio si lascia “spremere” da tutti come l’oliva sotto il torchio. La sua passione è il dono di se stesso, il sacrificio.
Nel 1936, quando dilaga la persecuzione dei comunisti in Spagna contro la Chiesa, con migliaia di cattolici e di preti uccisi in odio alla fede, Teresio, ventenne, vuol partire come volontario a combattere contro i senza-Dio, a difendere Gesù e i credenti in Lui. Allo zio sacerdote, scrive: “La gioventù o è eroica o è miserabile. L’uomo all’idea non può dare mezze misure di se stesso, dà tutto. Quando poi Cristo è l’Ideale che ci sospinge, credo che il dovere si attui nell’amore totalitario a Lui e debba essere consumato sino all’ultima stilla. O la fede è vissuta come conquista oppure è anemia di invertebrati. Nella cattolica Spagna, si combatte per salvare il Divino in noi, per vincere l’anti-Cristo, negazione dell’uomo e del Cristo. L’avvenire non appartiene ai molli. La vita è perfetta quando è perfetto amore”.
I suoi gli impediscono di partire, ma Teresio continuando gli studi si impegna nella diffusione della Fede in mezzo alla gioventù, nella carità verso i poveri visitandoli nelle loro famiglie e condividendo le aspirazioni di redenzione. Prega e si sacrifica per il trionfo di Gesù in Spagna, in Russia (oppressa dai comunisti!) e nel mondo intero, chiedendo di dare la vita per Lui, nel modo che gli sarà richiesto. A Roma, nel maggio 1936, coglie l’autorevolezza del Pontificato (“Tu sei Pietro... sentii il fascino dei millenni e la poesia degli eroismi e la fragranza dei santi”). In ottobre, alla Via Crucis del Congresso diocesano, impressionando preti e laici che lo ascoltano, così prega: “Chi seguiremo noi, o Signore Gesù, se non Te? Tu solo hai parole di vita eterna! Prendo la mia croce e ti seguo. Chi ti fugge, ti avversa. Vogliamo vivere con Te, Gesù, soffrire con Te, crocifiggerci con Te, a noi stessi, al mondo, morire come Te, per morire e far vivere i fratelli!”. Questa sarà la missione di Teresio Olivelli.

“Il capo: per servire”

Per lui, la sua scelta significa soltanto patriottismo, ricerca del bene della nazione, ma del fascismo non accetta mai la violenza, la sopraffazione, il culto della razza. Il suo progetto è stare dentro alla società e alle istituzioni del suo tempo per cristianizzarle: può essere utopia, ma l’idealità che lo anima è assai grande. Il 23 novembre 1938, si laurea in Legge a Pavia con lode e con una borsa di studio che gli consente di perfezionarsi all’Università di Torino, dove nel gennaio 1939 è nominato assistente di diritto amministrativo.
Sulla via che dovrebbe avviarlo a diventare docente universitario, lui pensa a riportare alla vita cristiana diversi giovani traviati e si occupa dei poveri del Cottolengo. Si trova a contatto con la cultura e la politica di mezza Europa, a Berlino, Praga, Vienna, Roma... Intelligente, apre presto gli occhi sulle realtà che lo circondano e vede l’emergere della violenza portata dalle opposte ideologie dell’odio. Si radica ancora di più in Gesù Cristo, nel quale soltanto vede la salvezza e il futuro della gioventù, dei singoli e delle nazioni.
Intanto l’Italia entra in guerra nel giugno 1940. Teresio è angosciato nell’apprendere le notizie di occupazione di libere nazioni da parte dei nazisti. Nel febbraio 1941, si arruola volontario e chiede di essere mandato in Russia: non vuole privilegi per gli studi o per la posizione che occupa. Il 10 settembre 1942, è in prima linea con gli alpini della “Tridentina”: ufficiale eccellente, un fratello maggiore per i suoi soldati – lui tenente – con cui condivide pericoli, sofferenze, denaro e aiuti di ogni genere. Fa il capo “servendo”.
Giunge il tremendo inverno russo. Il Natale 1942, sul Don, parla ai suoi uomini, legge e commenta il Vangelo. Finalmente dopo due mesi, gli riesce di confessarsi e di partecipare alla Messa con la Comunione: “Come il cervo desidera la fonte delle acque, così io desideravo il Signore” – annota, sereno. Durante la terribile ritirata, si prodiga per i feriti, attardandosi nella marcia senza badare ai pericoli enormi. I suoi soldati lo definiscono “eroico e santo”. Percorrendo duemila chilometri a piedi, arriva in Italia, dove la sua prima preoccupazione è di scrivere alle famiglie dei soldati che non sono ancora rientrati. Si occupa dei prigionieri e delle famiglie che più hanno bisogno di aiuto. Per sé non vuole nulla.
Si trova nominato a soli 27 anni rettore del Collegio Ghisleri di Pavia: con buona tempra di educatore, pensa a valorizzare gli universitari con la luce del Vangelo e a pubblicare una collana di studi dei migliori allievi, in modo da onorare la cultura cristiana. Nel luglio 1943, scaduta la licenza; è di nuovo sotto le armi, ma ora è il fascismo che crolla e l’Italia, in settembre, si trova invasa dai tedeschi. Teresio – che ama profondamente la patria – passa decisamente alla “resistenza”.

Ribelle per amore

Ma già nel settembre 1943, lui e la sua “batteria” sono catturati e deportati in Germania. Nel campo di Mark Ponguau, nessuno lo piega e smaschera le pretese delle SS con incredibile audacia, bollando coloro che vorrebbero passare con loro. Condivide il poco che ha con gli altri deportati, ma organizza la fuga – che gli riesce a perfezione. Il 28 ottobre 1943, è già a Udine e riprende la sua vita nella lotta clandestina all’invasore tedesco, cambiando spesso nome e documenti. Nei primi mesi del 1944, esce a Brescia il primo numero del “Il Ribelle”, il giornale da lui fondato.
Il 27 aprile 1944, a Milano, viene arrestato un’altra volta e rinchiuso a “S. Vittore”. Nella sua cella, con altri giovani, si studia, si prega e ci si prepara a interrogatori e torture. Su una parete, sotto il Crocifisso, è riprodotta la preghiera da lui scritta e fatta stampare per la Comunione pasquale dei partigiani: “Signore, che fra gli uomini drizzasti la tua croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti e la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un gioco crudele da’ la forza della ribellione... Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato e crocifisso, nell’ora delle tenebre, ci sostenti la tua vittoria... Tu che dicesti: «Io sono la risurrezione e la vita», rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa... Sia in noi la pace che Tu solo puoi dare... Ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”.
All’inizio di giugno 1944, Teresio è internato a Fossoli (Modena) dove riesce a scampare alla fucilazione. Prega, anima i compagni di prigionia, medita il Vangelo. Nel settembre 1944, è deportato nel lager di Flossemburg in Germania. La vita ora è allucinante. Eppure anche lì non si arrende: la sua Fede e la sua carità sono illimitatamente più grandi dell’odio e della violenza dei suoi aguzzini. Lavora e ricorre a tutti i mezzi per trovare il necessario per gli altri. Affronta le SS parlando perfettamente tedesco, per risparmiare agli altri le terribili punizioni, lieto di subirle lui al loro posto. Nel silenzio della sera, organizza la preghiera del Rosario alla Madonna.
Dopo i primi 40 giorni, è mandato a lavorare a Hersbruck con altri 350 italiani: la vita è bestiale, rasserenata soltanto dalla presenza luminosa di Teresio, che i superstiti, al ritorno, definiranno simile a Gesù, per la serenità e il coraggio, per quanto ogni giorno ha fatto pagando di persona con le più inaudite torture. L’8 ottobre 1944, scrive ai suoi genitori il suo addio-arrivederci in Paradiso. In dicembre, ridotto a uno scheletro, ricoperto di piaghe e di ferite come un Crocifisso, ricoverato finalmente in “infermeria”, appare come “una visione di cielo” agli internati per la luce e il conforto che porta.
C’è un amico che sta molto male e lui non vuole allontanarsi dal suo giaciglio. Per questo gli viene sferrato un terribile calcio allo stomaco. È il crollo finale. Teresio chiede solo di non essere disturbato nella preghiera. La mattina del 12 gennaio 1945, dona gli ultimi indumenti buoni che gli rimangono a un amico. Muore a mezzanotte, sussurrando: “Proteggi, o Gesù, i miei cari, gli amici, i compagni di lotta, i nemici, sì, anche i nemici”.
“Figlio del tuono” come gli apostoli Giacomo e Giovanni,
egli indica l’unica via da percorrere oggi per rifare la società e guadagnarsi il Paradiso: “La croce non è adorabile se non perché Gesù vi è stato inchiodato... La fedeltà a Lui diventa l’eroismo di tutta una vita, la gioia continua di una riconquista di se stessi e del mondo a Lui”.
                                                                
 Paolo Risso
                                  Str. S. Carlo, 5 - 14055 Costigliole d’Asti (AT)


IMMAGINE: Teresio Olivelli (1916-1945)
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2001-5
VISITA Nr.