STORIA DI UN PAGLIACCIO


Il 17 febbraio 1910 a Monte romano (Viterbo), ultima figlia di numerosa famiglia, nasce Cecilia Eusepi. I suoi genitori sono poveri, ma ricchi di fede – leggiamo nella biografia – e la fede, ricevuta nel Battesimo, è il dono più grande della piccola... Prestissimo rimane orfana di padre e lo zio materno Filippo Mannucci si prende cura di lei e dei suoi fratelli come un secondo padre. Proprio perché questo sia più facile, il 6 gennaio 1915, quando ella ha solo cinque anni, si trasferisce con la mamma e la sua famiglia, presso lo zio nella tenuta “La Massa” a Nepi.
Cecilia è molto amata dalla mamma, dai fratelli più grandi e dallo zio. Cresce serena, nella campagna, giocando, scorrazzando per i campi, raccogliendo fiori da portare alla Madonna, obbedendo volentieri ai suoi cari, anche a un fratello più grande, molto buono, che la invita a pregare, oltre le solite preghiere di mane e sera.

Sulle orme della piccola Teresa

Lo zio Filippo desidera che studi per cui, senza badare a spese, all’inizio di settembre 1915, la “sistema” presso le Cistercensi di S. Bernardo a Nepi, affinché riceva una buona istruzione e un’intensa formazione cristiana. “Lì – dirà ella stessa – si è aperta la mia intelligenza e ho sentito il bisogno di amare Gesù”. Nell’ambiente forse un po’ troppo austero per una creatura in tenera età, Cecilia mantiene la gioia e l’allegria di sempre, distinguendosi però presto come “una bambina straordinaria”, per qualcosa di diverso che le suore notano in lei.
Il giorno di Pentecoste, 27 maggio 1917, riceve la Cresima da Mons. Luigi Olivares, Salesiano e santo Vescovo di Nepi. Subito dopo, ella stessa si affida alla Madonna, offrendole tutta la sua vita. L’estate la dedica a prepararsi alla prima Comunione: il 2 ottobre 1917, festa degli Angeli Custodi, con commozione e gioia, riceve il Signore Gesù dalle mani dell’Abate Testa dei Cistercensi di Roma: “Non so dire quello che provai – scriverà in seguito – le sole parole che dissi a Gesù furono: «Sarò tua per sempre». Con questo, intendevo far voto di verginità per sempre”. Su un foglietto, annota: “La morte, prima di commettere un solo peccato”.
Presso il monastero rimane sei anni, dedicandosi allo studio elementare, al lavoro casalingo e femminile, impegnandosi a fondo nella sua formazione cristiana. Attorno ai dieci anni, legge Storia di un’anima, l’autobiografia di suor Teresa di Gesù Bambino. Ne è conquistata e vuole imitarla nella sua ascesa verso la santità. Le nasce dentro all’anima un amore intenso a Gesù Crocifisso e alla Madonna che, sotto la croce, ha preso parte alla passione del Figlio per la salvezza del mondo.
La “piccola” Teresa, allora non ancora dichiarata neppure “venerabile”, le indicherà per sempre la via da percorrere per giungere a Dio: il sentirsi amata infinitamente da Cristo e contraccambiarlo con l’amore e la fedeltà, fino all’eroismo, al sacrificio totale di se stessa.
Le cistercensi pensano che Cecilia diventi monaca come loro, ma si illudono, perché ella, dodicenne, lascia la loro scuola e torna in famiglia alla ricerca della sua vera vocazione: di Gesù solo per sempre, ma dove e come? Alimenta una singolare devozione alla Madonna, che la orienta alla Famiglia dei Servi di Maria (= Serviti) presenti a Nepi e che lei ha conosciuto fin dagli anni della scuola presso il monastero.
Trascorre l’estate 1922, lavorando in campagna con lo zio e con la mamma, alla tenuta La Massa, dove però si sente sperduta: lontana dalla parrocchia, non può più ricevere la Comunione ogni giorno, non le è consentito di intrattenersi davanti al tabernacolo, come poteva fare prima. Ne soffre molto, ma non dispera: il suo cuore è costantemente unito a Gesù nella sua anima in grazia, vivo nell’Eucaristia. Intanto, frequentando di domenica la chiesa dei Serviti, trova la guida spirituale di un illustre maestro di spirito e mariologo, il Padre Roschini, che comincia a condurla molto in alto.
Cecilia si dà un regolamento di vita, quasi monastico, con lo spazio quotidiano per la meditazione, il Rosario, il lavoro, la visita “in spirito” al SS.mo Sacramento, la Comunione più spesso che può. Cerca quale sarà il suo posto nella vita, dove la vuole Iddio. Il 17 settembre 1922, diventa terziaria dell’Ordine Servita, ma è solo il primo passo.

Un diario singolare

Per superare ogni dubbio, scrive a P. Pio da Pietrelcina, allora assai giovane ma già in fama di santità, il quale le risponde di scegliere un Istituto di vita attiva per consacrarsi a Dio. Riesce a superare i problemi di salute che l’affliggono e, dopo aver vinto le resistenze dei suoi cari, ottiene di entrare tra le Serve di Maria, a Pistoia. Il 15 novembre 1923, saluta la mamma e lo zio, va a ricevere la Comunione, in parrocchia, dove un Padre Servita, accompagnandola alla porta, la saluta: “Va’, angelo, dove Dio ti chiama, e ritorna angelo!”. Il 19 novembre è a Pistoia, per iniziare la sua formazione, con la gioia in cuore di “dare a Gesù tutto ciò che c’è di più bello, la giovinezza, la vita”.
Nelle case di Pistoia e poi di Zara, Cecilia frequenta con profitto l’ultimo anno di scuola media e inizia le magistrali, indirizzata all’apostolato attivo, con un’intensa vita di preghiera, di studio e i primi impegni in mezzo a ragazze più piccole. È umile, semplice, innamoratissima del Crocifisso e dell’Eucaristia e gode immensamente della bellezza della natura. Guarda come a suo modello di vita Teresa di Gesù Bambino e conduce un profondo “lavoro” di formazione di se stessa, per rispondere alla chiamata di Dio: “O santa, o niente”, con totalità assoluta.
È molto amata e assai ammirata, per la sua modestia, la sua purezza, il suo stile di distacco e di servizio, ma ella non se ne insuperbisce e neppure se ne cura, chiamandosi spesso “il pagliaccetto di Gesù”. Chi negherebbe che la consacrazione a Dio sia la sua strada? Ma altre sono le vie di Dio. Nell’estate del 1926, Cecilia è gravemente ammalata (tubercolosi) ed è rinviata in famiglia, l’11 ottobre. Per Cecilia è uno schianto, ma accetta di compiere fino in fondo la volontà di Dio, come Teresa – che intanto è stata proclamata santa da Pio XI – e come Gesù sulla croce.
A La Massa di Nepi, Padre Roschini riprende la sua direzione spirituale impegnandosi a portarle la Comunione più volte alla settimana, quando la ragazza non potrà più uscire. P. Roschini la invita a scrivere il racconto della sua piccola vita. Cecilia prende un quaderno e sulla copertina scrive: “Storia di un pagliaccio”. Ogni sera annota i suoi ricordi e l’ascesa che ora, nel dolore e nell’amore, compie verso la vetta della santità. A chiederle di scrivere era stato addirittura il Cardinal Lepicier, dell’Ordine dei Serviti, che durante le sue venute a Nepi si era recato a farle visita ed era rimasto affascinato dalla bellezza della sua anima, colma di Dio.
La storia comincia con l’intenzione di obbedire alla volontà dei superiori, nonostante le costi fatica e lei non abbia nulla da narrare: “Volentieri mi accingerò a questo lavoro, sapendo di fare cosa gradita a Gesù”. Si sofferma a lungo sulla sua infanzia, in un racconto vivace e ricco di immagini, di particolari simpaticissimi. A volte la sua lingua è dialettale, ma c’è la sapienza del Vangelo: “Sì, io lo amo tanto Gesù... ma le opere dove sono? Non ne ho, ma non me ne sgomento, volerò a Lui come una piccola bambina, per stare sempre tra le sue braccia”.

“La Croce: io l’amo!”

Ma questo non è poesia e neppure quietismo, perché per farlo occorre sì la grazia di Dio, ma una fedeltà eroica, la vita intesa come battaglia continua contro se stessi, il mondo, le tentazioni di ogni genere.
“Un giorno, scrive – mi capitò di leggere Storia di un’anima e mi commossi fino alle lacrime... in verità non capii granché. Una cosa però la compresi subito... che questa era la strada che dovevo percorrere”. “Non avevo mai pensato di chiamare Teresa sorella, sebbene avessi notato tra l’anima mia e la sua, una grande somiglianza, non per la corrispondenza alla grazia, ma per i doni di grazia che Gesù ci ha concessi”.
Mentre il male si aggrava e le distrugge i polmoni e la avvicina alla sua ultima ora, Cecilia continua a essere “normalissima”, fino al punto di scherzare sui suoi dolori. Fin dall’inizio, fa della sua vita un’offerta continua, in adorazione a Dio, in espiazione dei peccati del mondo, per le missioni, per il trionfo di Gesù in tutti i cuori, nella società intera. In una parola, si offre “vittima con Gesù”. L’8 dicembre 1926 solennità dell’Immacolata, per invito del P. Roschini, emette in privato i voti perpetui di castità, obbedienza e povertà, nello spirito dell’Ordine Servita: “Gesù, fa’ che la mia vita sia un continuo atto di amore”. “Sono piccola sposa di Gesù Crocifisso e voglio stare con Lui sull’altare del sacrificio”. “La Croce! Io l’amo. È la compagna indivisibile della mia vita; la bacio e mi adagio su di essa con gioia”.
Fino ai primi di settembre 1928, riesce ancora ad alzarsi per aiutare la mamma, poi la devastazione del suo corpo la blocca per sempre a letto: “Adesso sono completamente vittima: non mi rimane che spirare sulla croce”. Chi l’avvicina, sente Dio presente nella sua vita in modo straordinario, ma ella, nel diario che ha consegnato al P. Roschini, ha scritto: “Tutto consiste qui, nel riconoscere il proprio nulla... Gesù, che ama scherzare con le sue creature, si compiace di ricolmare di grazie quelli che nessuno s’aspetta, per far risplendere la sua misericordia...”.
Il 20 settembre 1928, le viene amministrato l’Olio degli infermi. Commenta: “È bello darsi a Gesù che si è dato tutto a noi. Mi costa cara l’offerta che ho fatto, ma sono felice di averla fatta. Se rinascessi, la farei di nuovo”. Qualcuno, informato da “lettere contrarie” le fa sapere che deve andarsene dalla tenuta con il 1° ottobre. Cecilia rassicura i suoi cari: “Quel giorno, sarò in Paradiso”. La mattina del 30 settembre, vuole ancora confessarsi e riceve l’ultima volta il Signore, poi canta i versi di S. Teresa di Lisieux: “Morir d’amore, o qual martirio santo! / Ed è quello che vorrei soffrire. / Sciogliete, o Cherubini, il vostro canto, / l’esilio mio, lo sento, sta per finire!”.
Nella notte, alle prime ore del 1° ottobre 1928, Cecilia Eusepi
esclama: “Adesso, ho dato proprio tutto a Gesù!”. E i suoi occhi vedono Lui per sempre. Ha solo 18 anni, il piccolo “pagliaccio” che la Chiesa ha dichiarato “venerabile” il 1° giugno 1987 e che presto – speriamo eleverà alla gloria degli altari.
                                               Paolo Risso / Str. S. Carlo, 5 - 14055 Costigliole d’Asti (AT)



Da G. Roschini, Storia di un giglio, vita e pensiero, Milano 1931. E dal libro del Salesiano don L. Castano, Santità giovanile, LDC, Torino 1989, alle pp. 137-160.
IMMAGINE: Cecilia Eusepi (1910 -1928)
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2001-1
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