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 SUOR MARIA CAROLA CECCHIN (1877-1925):
    
 TRA LE ONDE DEL MAR ROSSO

Nasce a Cittadella (Padova), il 3 aprile 1877 – 130 anni fa – e entra tra le probande della Piccola Casa della Divina Provvidenza al “Cottolengo” di Torino il 27 agosto 1896, 139ª postulante di quell’anno. Veste l’abito religioso e inizia il noviziato il 2 ottobre 1897, con il nome di suor Maria Carola.

Al secolo, si chiamava Fiorina Cecchin ed era stata davvero un bellissimo fiore di fede, purezza e dedizione a Gesù: continuerà ad esserlo come religiosa più che mai, così da stupire e da avvincere coloro che la incontreranno.

Nell’Epifania del 1899, offre a Dio la professione dei santi voti ed è chiamata a umili servizi nella sua Famiglia religiosa: in cucina nel seminario di Giaveno per qualche anno, quindi nella cucina centrale della “Piccola Casa” a Torino insieme a suor Teobalda. La sua “vocazione”, che sente fin da giovanissima è “la missione”, per amore a Dio e alle anime: il 28 gennaio 1905, parte per l’Africa con la terza spedizione formata da sei suore della sua congregazione.

Ha 28 anni. A Limuru, Tusu, Iciagaki (qui viene nominata superiora), a Mogoiri, a Wambogo, e per ultimo a Tigania-Meru, si dimostra “donna saggia e prudente, attiva, ma non dissipata, seria, ma non ruvida, schietta, ma non imprudente, di pietà luminosa e soave”. Così la delinea Madre Scolastica nel volumetto “Memorie di suor Maria Carola, missionaria”.

“Na bòna mort” (una buona morte), questa è l’espressione che caratterizza il suo agire. Per un insuccesso, per una incomprensione, non si altera mai per cercare rivincite, né si amareggia per le cose spiacevoli della vita, perché pensa che la ricompensa di una buona morte, le fa superare le amarezze del cuore.
A Iciagaki, impianta una nuova stazione missionaria. “La casa è una baracca, una sola padella funge da pentola: ma a poco a poco, viene eretta la casa in legno”. Suor Carola, la rende abitabile, coltiva il giardino e l’orto, abbellisce il cortile, raccoglie attorno a sé la piccola comunità. È mossa, in ogni sua azione, da un grande illimitato amore a Gesù.

Tutto per il Paradiso

Quando le fatiche sono terminate e può cominciare una normale vita missionaria, le giunge l’“obbedienza” di partire per Mogoiri. Accetta con gioia, confidando sempre “na bòna mort” e nella nuova sede, rimane assidua, laboriosa e serena, fino al giorno in cui viene inviata a Wambogo. Di lì erano partite per l’ospedale da campo suor Maria Daria e suor Rachele. Suor Carola le sostituisce in un momento drammatico.

Reclutati gli uomini per una guerra (1915-1918) che non aveva nulla a che vedere con le scaramucce tribali, i poveretti si trovano a fare una guerra di cui non conoscono i mezzi e le strategie. Erano impegnati come portatori, ma anche così la guerra, per loro come per tutti, è una realtà orribile. Nei villaggi, rimanevano le donne che devono badare alle bestie e ai campi. “La spagnola” semina strage insieme alla guerra.
Suor Carola vive questo momento terribile con la luce e la fortezza della carità di Cristo: davvero, come era stato per il Fondatore della sua Famiglia ­Religiosa, “caritas Christi urget nos”. Insieme alle consorelle testimonia l’amore di Dio Padre (“Deus caritas est”) verso i più poveri dei poveri, donando, insieme ai servizi più urgenti, la carità più grande: l’annuncio di Gesù, unico Salvatore, al quale corrispondono, per la grazia di Dio, meritata dal sacrificio e dalla preghiera, numerose conversioni a Lui.

È Gesù solo che sostiene suor Carola e insieme il suo abituale pensiero a “na bona mort”, la morte in grazia di Dio, che chiede con assiduità nella preghiera e che l’avrebbe ricompensata di tutto, donandole di contemplare finalmente il volto del suo Sposo adorato. Incontrandolo, faccia a faccia, avrebbe visto il suo Signore che serve nei più poveri.

Per Lui, per Lui solo, sempre, tutti i giorni dei suoi 20 anni di missione, con il buono e il cattivo tempo, “in cerca di anime, partiva... e avanti avanti, divorava la via con i suoi lunghi passi”. È partita per l’Africa, solo per Gesù e per le anime, non per essere turista, né animatrice sociale tanto meno rivoluzionaria. Solo per “la rivoluzione del Vangelo di Gesù”, che è l’unica a produrre novità vera di vita.

L’ultima stazione della sua missione è Tigania, nel Meru, ove lascia ancora una volta la casa linda e ben fornita. Vedendo le difficoltà, si mette a canterellare: “La, la, na bona mort, na bona mort”. Sembra strano oggi, ma il pensiero dei novissimi – le realtà ultime – quanti santi, eroi e martiri, ha prodotto nella Chiesa. Così è per suor Carola.

In quest’ultima missione, oltre i soliti disagi, una malattia dolorosa e debilitante, diagnosticata come enterocolite sanguigna, le procura gravi sofferenze. I postumi di questo male non le daranno tregua fino al giorno della sua morte. In una lettera del 14 marzo 1919, al Padre della Piccola Casa, sollecita il rientro delle Suore malate in Italia, scrivendo: “Ora che i passaggi marittimi sono liberi, speriamo che vengano chiamate in seno alla Piccola Casa, a godere un po’ di paradiso”.

Suor Carola – insieme a suor Crescentina – sono le ultime a lasciare l’Africa il 25 ottobre 1925. Sulla nave, in via di ritorno, il 13 novembre 1925, suor Maria Carola, a 48 anni di età, va incontro a Dio. Celebrati i funerali a bordo, la sua salma viene sepolta, come allora si usava, tra le onde del Mar Rosso. Non le fu dato di godere un po’ di Paradiso nella Piccola Casa. Il suo Sposo divino, la volle direttamente nel Paradiso vero. Modello di vita missionaria e di santità, di eroica dedizione a Cristo e alle anime da salvare, anche oggi. Soprattutto oggi.

                                                                        Paolo Risso
                                                   Piazza Umberto I, 30 | 4055 Costigliole d’Asti (AT)


IMMAGINI:
1  L’amore per Cristo in Africa ha guidato tutta la vita apostolica di Suor Maria Carola.
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  Suor Maria Carola 1877-1925




     RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2009-3
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