GABRIELE GHIRBA:
CANDIDA STORIA DI UN ANGELO NERO

Un ragazzo etiope di appena 16 anni che ben può stare in compagnia di San Domenico Savio, suo contemporaneo, e di San Luigi Gonzaga, santi a tutti noti.

Era nato a Lagamara, in Etiopia, nel 1843, da genitori della razza dei Ghirba, considerata allora inferiore alle altre razze, anche nel loro Paese, secondo la mentalità dell’ambiente. I suoi genitori non erano cristiani, ma il sacerdote indigeno Abbà Hailù istruì il bambino, di singolare intelligenza e bontà, nella fede cattolica, dandogli anche un nome cristiano: Gabriele.

Così noi lo chiameremo: Gabriele Ghirba. Ancora fanciullo, era affascinato da Gesù e dal suo Vangelo e, mosso dallo Spirito Santo, si impegnava a viverne lo stile, distinguendosi dai coetanei per la purezza e per la generosità. Dio lo riservava per sé, ma per il momento non poté ricevere il Battesimo.

Innocenza e purezza

Nel settembre 1855, giunse a Lagamara il Vescovo missionario Mons. Guglielmo Massaia, nato a Piovà (Asti), nel 1809, e da 11 anni in Africa per convertire il suo popolo a Cristo nella Chiesa Cattolica. A lui, Gabriele aprì l’anima: aveva soltanto 12 anni, ma il grande Uomo di Dio ne rimase stupito e ammirato.
Dopo breve preparazione, lo reputò in grado di ricevere il Battesimo e la Cresima: Gabriele fu felice di diventare in pienezza figlio di Dio e fratello di Gesù, nella Chiesa Cattolica. Scriverà di lui Mons. Massaia:

“Era un angelo di purezza e di innocenza, una perla di virtù, una di quelle anime che il Signore crea, manda nel mondo e poi presto richiama a sé, quasi geloso che altri le possegga”.
La sua gioia traboccò quando, perfezionata la sua preparazione, venne ammesso a ricevere Gesù Eucaristico per la prima volta nella Comunione.

“Quel giorno – afferma ancora Massaia nei suoi ricordi – cominciò per lui non dico la vita della grazia, ma quella della gloria. Aveva un solo grandissimo desiderio: partecipare al Santo Sacrificio della Messa, con la Comunione, non solo di domenica, come di precetto, ma più spesso che poteva”.

“Fortificato da Gesù – Ostia – dice ancora il Vescovo missionario – fiorì la santità della sua vita, l’innocenza e il candore trasparivano dal suo volto, crescevano lo zelo per ogni opera che tornasse a gloria di Dio e il fecondo apostolato tra i compagni, ovunque si trovasse”.
Si struggeva dall’ansia di far conoscere e amare Gesù Crocifisso, Gesù – Ostia e Salvatore del mondo. Mons. Massaia lo ammise tra i suoi collaboratori e lo condusse con sé nella missione tra i Kaffa, nel Ghera: “Ebbi in questo ragazzo non solo un aiuto nel ministero, ma un apostolo così attivo e fervente che io stesso ne ero ammiratissimo”.

Collaboratore missionario

Nella sua “predicazione”, Gabriele annunciava Gesù, la sua opera di redenzione compiuta con la passione e morte in croce, la vita cristiana secondo i 10 comandamenti e il Vangelo di Gesù, la devozione alla Madonna, l’imitazione di Lei e dei santi. Fra questi, in primo luogo, vi era San Luigi Gonzaga, il giovane distintosi nel mondo per purezza e carità di vita, che lui si proponeva di emulare in ogni virtù.

Quando parlava, stavano ad ascoltarlo piccoli e grandi; molti si convertivano a Gesù Cristo a causa della sua parola e, ancor più, del suo esempio coinvolgente: appena quindicenne, eppure già così autorevole e trascinatore.
Nel suo itinerario di evangelizzazione, gli capitò che, giunto nel regno dei Goma, il re diciassettenne “si invaghì” di lui. Mons. Massaia, avvisato dalla stessa regina-madre, lo nascose dalle voglie insane di quel depravato. Qualche tempo dopo, quello ci provò ancora, ma Gabriele fu difeso e salvato dal Vescovo coadiutore dei Galla, Mons. Felice Cocino.

Tanta energia per resistere e vivere profondamente diverso nella purezza angelica e nell’apostolato, in mezzo a tanti pericoli, egli l’attingeva dalla Confessione sacramentale, cui si accostava soventissimo per perfezionare la sua anima nella grazia e nella luce, oltre che per trovare il perdono di Dio.

Ancor più si arricchiva di energie e di luce nell’Eucarestia, che riceveva sempre più spesso. Aveva un profondo orrore del peccato che offende Dio e degrada l’uomo. Quando poteva servire la Messa al Vescovo Mons. Massaia, il suo “padre” nella fede, si sentiva come in Paradiso.

Un giorno, si presentarono alcune persone a chiedere l’aiuto di qualcuno che evangelizzasse la gente di Afallo. Gabriele istruì subito nella fede quei messaggeri, parlando per 24 ore consecutive. Poi partì lui stesso per Afallo dove prese a operare meraviglie. Mons. Massaia parlerà di lui e della sua opera come di un avvenimento tra i più vistosi della sua avventura missionaria in Etiopia.

“Con le sue dolci maniere – spiega Massaia nelle sue memorie – Gabriele illustrava la bellezza della vita cristiana, raccontava i fatti più salienti della storia sacra, indugiando sulla figura di Gesù, e i fatti della vita dei santi, principalmente di San Luigi Gonzaga di cui era devotissimo. Insegnava e faceva ripetere le preghiere e il catechismo”.

Fu subito un gran successo. P. Hailù che lo aveva istruito nella fede da bambino, dirà di lui: “Nessun’altra ragione so darmi della vita e dell’opera di questo ragazzo, se non che Dio ama e si manifesta agli innocenti e ai semplici. La bellezza che adorna la sua persona quando parla di Dio è tale che chi lo ascolta non vorrebbe più staccarsi dall’ascoltarlo. Spesso fa cadere il discorso sulla sua prossima morte e ne parla con compiacenza, che pare debba andare a un convito di nozze: per cui, temendo che questo presagio si avveri, alla sera lo faccio smettere di istruire”.

La morte come una festa

Davvero Gabriele si consumava per Gesù. A un certo punto, cominciò a deperire sempre di più, né valsero le cure ordinate da Mons. Massaia e che tutti gli prodigarono con ogni sollecitudine. Poteva diventare sacerdote, invece... Gabriele si spense in un giorno rovente del luglio 1859, a soli 16 anni.
Il grande Vescovo missionario, poi Cardinale, nei suoi ricordi (ai quali abbiamo attinto questo profilo) scriverà:

“Confessatosi più volte, non smetteva di ripetere che voleva essere perdonato da tutti. Ricevuto Gesù Eucaristico, il santo Viatico per la vita eterna, si sfogava in tenere giaculatorie con il suo Dio. Ricevuta l’estrema unzione, piegò le braccia sul petto e se ne volò al Signore”.

Ai suoi funerali vennero anche i pagani a rendere omaggio a questo piccolo grande figlio dell’Africa nera, il quale aveva proclamato con la vita e le parole, con il suo ultimo sacrificio, che soltanto Gesù è il Salvatore del mondo, – il Salvatore unico dell’Africa – e che per salvarsi occorre credere in Lui e seguirlo appassionatamente.
Anche noi di oggi, figli di una povera società opulenta che sazia e dispera, abbiamo tutto da imparare da questo candido angelo nero.

                                                                                      Paolo Risso


IMMAGINI:
1  
Preziose e suggestive decorazioni cristiane secondo l’arte etiope copta.
2  Ragazzi etiopi. Gabriele Ghirba apparteneva a questo popolo così antico e fiero.
3  Il Vangelo si diffuse fin dai primi tempi del cristianesimo nelle regioni etiopi. Moltissime sono le testimonianze di fede e d’arte che la cultura etiope ha conservato.


  RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2006 - 9
  
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