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PADRE ENRICO ROSSETTI:

 IL PADRE DEL ROSARIO

Era appena nato, il 1º novembre 1915, a Monghidoro (Bologna), e sua madre giovane di 19 anni, morì l’indomani. Al Battesimo, venne chiamato Primo. Aveva solo sette anni, nel 1922, quando gli morì anche il padre, appena trentenne. Una famiglia appena sbocciata e già distrutta.

Il bambino, Primo Rossetti, è affidato alla nonna materna Orsolina, a Bologna. Nella Chiesa di S. Giovanni in Monte, fa la prima Comunione e diventa chierichetto. Un giorno, in sacrestia, un frate cappuccino gli domanda se vuole farsi frate da loro. Primo, seccato, gli risponde di no, perché quello ha la barba che a lui proprio non piace.

È troppo vivace

Un’altra volta, la nonna lo porta dai Padri Serviti con il desiderio che entri da loro a studiare. Ma il superiore non l’accetta, dicendo: “È troppo vivace e prepotente!”. Povero, solo, sembra un ragazzo senza futuro. Nell’ottobre 1925, nonna Orsolina, va tutte le sere alla Basilica di S. Domenico per il mese del Rosario, sempre insieme a Primo. Vi predica un giovane domenicano, P. Giovanni Castaldi. Primo si entusiasma. Una sera, dice alla nonna: “Voglio farmi frate da quelli lì”.
Qualche giorno dopo, vanno a parlare al Provinciale P. Brianza... In novembre, Primo entra alla “Scuola apostolica” di Bergamo, dove rimarrà per i suoi studi, per sei anni. “Ricordo – scriverà – i primi fervori, la devozione a Maria, gli alti e i bassi dell’adolescenza, le difficoltà nello studio, l’avvicendarsi di vari maestri. Alla fine, vinse solo la grazia, perché eterno è l’amore di Dio”.

A Bologna, il 1º ottobre 1931, veste il bianco abito di S. Domenico e diventa fra Enrico. “Sedotto dall’idea dolce della santità”, comincia il noviziato, cui seguono i voti religiosi il 3 ottobre 1932. Si prepara al sacerdozio e ha subito un gran successo negli studi, appassionato alla teologia, studiata sulla “Summa” di S. Tommaso. “L’ideale domenicano – confida – mi attraeva. Pietà e studio si fondevano sotto l’azione di uno stesso fuoco”.

Alla vigilia del sacerdozio, fra Enrico si ammala: pleurite con infiltrazione polmonare. È ordinato sacerdote, il 1º novembre 1938, giorno di “Tutti i Santi”, suo 23º compleanno. “Il sacerdozio – dichiara P. Enrico – entrò in me con tale pienezza di grazia da imprimere nella mia vita qualcosa di assolutamente nuovo. Quel giorno, chiesi al Signore, la grazia del martirio... Chiesi pure un’altra grazia: quella di farmi morire piuttosto di salire all’altare in peccato mortale”.

A Roma, all’Angelicum, nel giugno 1940, consegue la laurea in Teologia con il massimo dei voti. Subito dopo, P. Enrico, va a S. Giovanni Rotondo, da P. Pio da Pietrelcina, il quale, appena lo vede, gli punta il dito e gli dice: “Con somma lode”. Rientrato a Bologna, nel 1941, è chiamato a insegnare filosofia nello “Studium Generale”. Sogna una “carriera” intellettuale nel suo Ordine, ma il sogno è presto spezzato.

Un filo d’erba assetato

Ritorna la malattia polmonare che già l’aveva colpito. Necessita di frequenti e lunghi ricoveri in sanatorio, a Selva dei Pini, sulle montagne modenesi, a Torre Bordone (Bergamo), poi a Sondalo (Sondrio), interrotti da miglioramenti momentanei, durante i quali, come confessore, promotore del Terz’Ordine Domenicano, direttore del Bollettino di S. Domenico, si rivela un innamorato di Cristo, una guida eccezionale delle anime a Lui, che nessuno e nulla può fermare, neppure la sua salute precaria.

Nel 1948, colpito da grave faringite, secondo i medici, non potrà mai più predicare. In dicembre, appaiono di nuovo i focolai della TBC. Va a Lourdes dove inizia il “miracolo” della sua vita: dalla Madonna, ardentemente invocata, come la Mamma, ottiene di riacquistare la voce. Il 13 ottobre 1949, nel sanatorio di Sondalo, comincia a scrivere regolarmente il suo diario, una vera “storia d’anima”, incantevole, in cui si definisce con le parole di S. Agostino:

“Signore, io sono un filo d’erba assetato di Te”.

Legge autori contemporanei, come Péguy, Bernanos, Mounier, avvicina uomini lontani da Dio, affamati di piaceri e colmi di disperazione, come amico e apostolo di Cristo. Riempie le sue giornate di preghiera: il Rosario, che ha sempre amato, diventa ora la sua catena d’oro che lo unisce continuamente alla Madonna teneramente amata, a Gesù, unico Amore della sua vita.

In seguito a un’operazione di toracoplastica, nel 1950, P. Enrico guarisce e nel convento di Bergamo, riprende la sua vita regolare. La predicazione ora lo occupa totalmente e appassionatamente per la sua esistenza. Dirà:

“Se non predico, io sono un nulla;
se predico, sento il mio nulla.
Accetto, Gesù, di essere un nulla
che predica Te e le tue meraviglie”.

“Devo riconoscere – afferma commosso – la parte che ha avuto nella mia vita la Madonna, quale soave strumento della misericordia di Dio”. È consigliere della sua provincia domenicana, lettore conventuale, esaminatore di libri, direttore spirituale ricercatissimo. Tra le anime da Lui guidate c’è Piera Gotti, un’angelica creatura che muore nel 1952, a 24 anni, assistita da lui, che ne scriverà la biografia, considerandola, tra i suoi santi (E. Rossetti, La semplicità e la croce, Sesa, Bergamo, 1955).

Nell’anno mariano 1954, P. Enrico si consacra totalmente alla Madonna e imposta la vita sui “misteri della Madre di Dio”. Quattro anni dopo, 1958, mentre guida a Lourdes, nel centenario delle apparizioni, numerosi pellegrini, è destinato al convento di Bologna, promosso predicatore generale, istituito promotore provinciale del Terz’Ordine e delle Confraternite e dell’Apostolato del Rosario.
Il Rosario è costituzionale!

D’ora in poi, sarà questo il suo carisma, la sua missione, cui è invitato a dedicarsi totalmente dal Capitolo provinciale del 1962. Dinamico, fervente, teologicamente sicuro e forte, P. Enrico vede nel Rosario l’annuncio del Verbo fatto uomo, Gesù Cristo, offerto al Padre nella sua passione e morte, risorto e glorificato, Gesù, meditato, riscoperto, seguito, vissuto nella luce di Maria, colei che più di tutti, porta la Chiesa e l’umanità a Lui.

Il 4 maggio 1963, guida il 1º pellegrinaggio dei ragazzi del Rosario vivente a Roma, in udienza a Papa Giovanni XXIII. L’anno dopo, il 10 maggio, il 2º raduno del Rosario vivente da Papa Paolo VI. Ha celebrato intanto il XXV del suo sacerdozio, il 1º novembre 1963, presente nonna Orsolina più che novantenne. Nell’occasione, redige il suo testamento spirituale: “Maria – scrive – mi è stata più che madre, da quando mia mamma terrena mi ha lasciato solo quaggiù. L’ho amata e fatta amare da tutti, specialmente dai sacerdoti. Da quando sono promotore del Rosario, ho compreso di dover lavorare molto per Lei, come un servo, uno schiavo”.

Con lui, rifiorisce anche il Terz’Ordine Domenicano, per cui promuove una regola “ad experimentum” che consente ai laici domenicani che si sentono chiamati da Dio, la possibilità
di consacrarsi a Lui nel mondo, nello spirito di San Domenico. Una strada che merita approfondire e percorrere anche oggi.

Il 5 maggio 1968, promuove il terzo raduno del Rosario vivente a Roma e nel medesimo anno, P. Enrico vive il vortice della sua esistenza.

Dal 30 agosto al 13 ottobre 1968, in qualità di perito, partecipa al Capitolo Generale di River Forest negli Stati Uniti per preparare le nuove costituzioni dell’Ordine. Quando tocca a lui prendere la parola, propone i testi relativi al Rosario con tutte le forze del suo spirito e il capitolo riconosce valide le sue argomentazioni teologiche e le approva. Così nel libro delle costituzioni, i numeri 67 sulla preghiera del Rosario, e 129, che riconosce il Rosario come valida forma di predicazione, hanno valore di “costituzione”.

“Il Rosario – scrive quel giorno – entra negli elementi fondamentali della vita domenicana. Questa sera, ai piedi della Madonna, sono così contento che mi viene da piangere. Ormai tutti celiano amabilmente: sono “il padre del Rosario”.

La Provvidenza pensa a tutto

Gli restano pochi anni da vivere: saranno ardenti di amore a Cristo, in un tempo difficile, in cui nel rinnovamento fedele, non vuole a nessun costo venire meno alla Tradizione della Chiesa. Nel 1969, è eletto priore del convento di Bologna; il 30 giugno 1970, è eletto superiore provinciale di Lombardia. Accetta solo per obbedienza.

L’anno successivo, 1971, organizza, in provincia le celebrazioni per l’8º centenario della nascita di S. Domenico e va pellegrino ai luoghi domenicani di Spagna e di Francia: Caleruega, Prouille, Tolosa... Nel 1972, visita come superiore – meglio come un padre – il vicariato regionale del Brasile, dove ritorna ancora nel 1973.

“Posso dire – scrive – ormai di aver girato il mondo. Eppure l’immagine della cella del mio noviziato, con il suo silenzio, il Crocifisso alla parete, l’immagine della Madonna e di San Domenico, qualche libro e molta povertà, restano il sogno della mia vita... Invecchiando, ritorno novizio”.

Anche se è ancora giovane e coltiva grandi progetti di apostolato, così da non fermarsi mai, si prepara a morire ogni giorno, posseduto da un grande amore a Gesù e alla Chiesa:

La Chiesa nella quale io credo e che amo, è l’unica Chiesa di Cristo, che cammina per le vie del mondo con noi e noi con lei, sempre fedele a se stessa e pur intenta a rinnovarsi nello Spirito e nelle forme”.

Il 2 febbraio 1974, ha una grande gioia: Papa Paolo VI, nella “Marialis cultus”, dedica un capitolo intero al Rosario, riconoscendolo come l’apostolato proprio dei Domenicani e la preghiera più bella a Maria, confermando le intuizioni e l’opera da lui svolta.

Improvvisamente, per un ictus cerebrale, il 29 marzo 1974, va incontro a Dio. Poche settimane prima, nel 35º anniversario del suo sacerdozio, aveva annotato, in semplicità e letizia come santi: “Sogno una larga ferita dietro la mia nuca e io a terra, in una pozza di sangue, a dire le ultime parole: grazie, Gesù! Signore, pietà! Maria, Maria, Maria! Amen!”. E il giorno dopo, concludendo il suo diario: “Tutto voglio vedere nell’ordine della Provvidenza che pensa a tutto e a tutti, anche al più piccolo essere, anche a un filo d’erba come me”.

                                                                             Paolo Risso
                                                        Str. Lazzaretto, 5 - 14055 Costigliole d’Asti



   Dal libro: Enrico Rossetti, Diario (1949-1973), Ediz. Studio Domenicano, Bologna, 1994. 


IMMAGINI:
1  Padre Enrico Rossetti (1915-1974)
La Madonna e i misteri del Rosario. Un’opera custodita nella Basilica di San Domenico a Bologna, opera di pittori bolognesi del ’600.
3  La Vergine protettrice dei Domenicani. Opera del Beato Angelico, conservata nella Biblioteca di San Marco a Firenze.
4  
Madonna del Rosario.



         RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2007 - 10
      
 
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