L'AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO,
E' FONTE DI FEDELTA'

Dopo aver parlato della “bontà”, un termine che qualifica la persona in se stessa, eccoci di nuovo con una parola altamente relazionale: “fedeltà”. Così, nella Lettera ai Galati 5,22, traduciamo con “La Bibbia CEI” la parola greca pistis, anche se è difficile trovare uniformità nelle traduzioni. A noi però, sembra la traduzione più ovvia, perché stiamo parlando di ciò che emana dall’amore e sappiamo che l’amore vero, genuino, totalizzante implica la fedeltà all’essere amato, esige un comportamento costante nel mantenere le promesse e gli impegni, esige lealtà, sincerità, in modo da ispirare una tale fiducia negli altri da essere sempre considerate persone di cui ci si può fidare a occhi chiusi. Lo vogliamo dire con un esempio? “È fedele colui che mantiene segreti i segreti”.
Dopo questa premessa è chiaro che parliamo del nostro comportamento verso gli altri e soprattutto verso Dio. E iniziando da Dio, diciamo che vogliamo conoscere il vero comportamento di Dio verso di noi e verso il suo popolo, perché solo così riusciremo a collocarci in quella giusta prospettiva religiosa che ci permetta di parlare con più sicurezza della nostra fedeltà a Dio e al prossimo.

L’esperienza del Dio fedele

Anche nei momenti più tristi e foschi della sua storia, Israele ha saputo lodare e cantare la perenne fedeltà del Signore, suo Dio. Il termine più tecnico per indicare la fedeltà è nella lingua ebraica ’emunâ; esso proviene dalla radice ’aman, da cui il nostro amen, che è pure una parola ebraica. Questi tre termini esprimono l’idea di stabilità e sicurezza, tutte parole che infondono in noi la certezza che ci possiamo fidare di Dio. Ma vi è pure, ed è interessante, la parola ebraica: hesed; essa risuona in ambiti assai diversi e molte volte è legata all’idea di “Alleanza”. In questo caso l’idea di fedeltà traspare in continuità, anche se dai diversi contesti in cui si trova possiamo tradurre hesed in tanti modi: grazia, bontà, amore, tenerezza, fedeltà, misericordia, premura, costanza, ecc. Questo dice il perché dalla meditazione sullo “hesed di Dio” sgorga spontanea la lode e la gioia. Non capita forse questo quando recitiamo il Salmo 136 (135)? Il Salmo inizia con un invito: «Lodate il Signore perché è buono…» e per 26 volte, ascoltando le sue gesta meravigliose, sentiamo il bisogno di rispondere: «Perché è eterno il suo amore o la sua misericordia». Ora, scandendo questo ritornello, non possiamo non sentire affiorare in continuità l’idea della perenne fedeltà divina.
E questo avviene anche nei momenti in cui la fedeltà divina sembra aver fallito.
Siamo ai tempi del tracollo della dinastia di Davide, a cui Dio aveva promesso perenne fedeltà. Eppure l’orante del Salmo 89 (88), malgrado il suo doloroso ricordo di quanto è avvenuto, osa dire: «Canterò per sempre le grazie (hesed al plurale) del Signore; con la mia bocca proclamerò la sua fedeltà (’emunâ)». Il Salmista sta cantando la fedeltà di Dio nella storia dall’inizio sino alle grandi promesse fatte a Davide e per ben sette volte scandisce il termine fedeltà. Sentendolo si ha l’impressione che “la fedeltà divina, al riparo della fragilità delle realtà terrestri, sfida i secoli e il fiume delle generazioni ed è per questo che il canto del Salmista sembra perpetuo: per sempre. L’amore di Dio infatti non si spegne mai e il cantico di lode del fedele non conosce soste o fine” (Ravasi). Anche se a volte il canto alla fedeltà di Dio sembra contraddire la realtà.

Ricordati Signore della tua misericordia

C’è gioia, esultanza nel salmista, ma solo fino a quando ricorda il giuramento di Dio a Davide: «Sulla mia santità ho giurato per sempre, a Davide certamente non mentirò, la sua discendenza durerà in eterno» (vv. 36-37). A questo punto l’orante non riesce più a gioire; la dura realtà del tracollo della dinastia davidica si fa viva, bruciante, e la sua lode assume i toni della lamentazione. Dice infatti a Dio: «Tu lo hai respinto e ripudiato, ti sei adirato contro il tuo consacrato, hai infranto l’alleanza con il tuo servo» (vv. 39-40). È orribile: Dio viene accusato di spergiuro nei confronti del suo stesso giuramento.
Comunque il salmista continua a pregare e la sua lamentazione è allo stesso tempo impetrazione, per il semplice motivo che non riesce a credere che tale situazione possa durare a lungo. Per questo a un certo punto dice: «Fino a quando, Signore, continuerai a nasconderti... Dove sono le tue grazie di un tempo che nella tua fedeltà avevi giurato a Davide?... Ricorda gli insulti lanciati contro il tuo consacrato = Messia (vv. 47-52). Il “fino a quando...?” e, soprattutto, la chiusura del lamento sulla parola “consacrato = Messia”, esprime un filo di speranza. Il Messia, infatti, è l’erede della promessa divina, un promessa che non può spegnersi perché nasce da Dio e si potrà attuare attraverso strade inattese e sorprendenti.
Ed è così. Presto infatti tra gli esiliati risuona la Parola di Dio per mezzo del profeta Ezechiele: «Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo» (Ez 34,23). Gli fa eco a Gerusalemme il profeta Geremia: «Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re» (Ger 23,5); «In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia... e Davide non sarà mai privo di un discendente» (Ger 3 3,15.17). Dio non è mai venuto meno al suo giuramento; la sua fedeltà si è solo appannata, e la realizzazione piena di questa fedeltà di Dio a Davide la sentiamo risuonare quando all’inizio del Vangelo secondo Matteo leggiamo: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide». In Gesù, l’esperienza del Dio fedele si fa piena, perché Gesù risorto riceverà ogni potere in cielo e in terra, un potere che non avrà fine. Gesù infatti dice ai suoi discepoli: «Sarò con voi tutti i giorni sino alla fine dei secoli» (Mt 28,20). Possiamo quindi proclamare senza sosta la “fedeltà di Dio”e dire con convinzione: “Ci possiamo fidare di Dio”. Il che tante volte può sembrare difficile: non ci viene spontanea in certe situazioni la domanda: “Ma dov’è Dio”? Sembra proprio che ci abbia dimenticato. No, non ci ha dimenticato. L’appannamento della sua fedeltà ci deve portate a riflettere e, probabilmente, nascerà in noi il pentimento delle nostre colpe, come è avvenuto in Israele e capiremo che siamo noi gli “infedeli” all’amicizia con Dio. E soprattutto capiremo che, malgrado tutto, la sua fedeltà continua, perché Dio non può mentire a se stesso e non può rinnegare se stesso: non sarebbe Dio.

Gesù il testimone fedele

Prima di parlare della nostra fedeltà nei confronti di Dio e del prossimo, fissiamo brevemente lo sguardo su Gesù. L’Apocalisse lo definisce: «Il testimone fedele» (1,5), cioè un testimone degno di fede, rivelatore credibile del mistero divino. Ci si può quindi fidare della sua parola. Che egli sia tale lo dimostra la sua vita interamente consacrata alla sua missione e questo dà un carattere di assoluto a quello che fa e a quello che è; il totale dono di sé a tutti, gli permette di essere totalmente libero di fronte a tutte le convenzioni. Anche i suoi avversari lo sottolineano: «Maestro, sappiamo che tu sei sempre sincero, insegni veramente la volontà di Dio e non ti preoccupi di quello che pensa la gente, perché non guardi in faccia a nessuno» (Mt 22,16).
Paolo dice ai Corinzi: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è stato solo il “sì”. In realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute sì. Per questo, sempre attraverso di lui, sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria» (2 Cor 1, 19s). È la comunità cristiana che con il suo “Amen” risponde al “sì” di Dio che si rivela pienamente in Gesù. Gesù solo infatti è il vero Amen, il vero “sì”. Per questo l’Apocalisse lo definisce «Il testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio» (3,14). La risposta che Gesù dà al “sì” di Dio è lui stesso in tutto il suo agire, in tutto il suo essere. Gesù è fedele a Dio. Egli è il Figlio obbediente che cerca sempre e solo la volontà del Padre (Gv 5,30). E che l’abbia cercata sino alla fine appare da quanto dice al Padre prima della sua Passione: «Padre, io ti ho glorificato sulla terra portando a termine l’opera che mi hai dato da fare» (17,4). Fedele al Padre, fedele a ogni persona. Ognuno di noi può dire: «Perché mi amava, ha dato la sua vita per me». Egli rimane fedele. Infatti sarà sempre con noi sino alla fine del mondo. Ma perché è fedele? Perché ama. La fedeltà nasce dall’Amore. Così pure Dio, che è Amore, non può non essere fedele.
A questo punto possiamo davvero parlare della nostra fedeltà. Basta che ci confrontiamo con Dio e il Figlio suo.

Fede, fedeltà come dono

Quando parliamo di “fede, fedeltà” per indicare il nostro rapporto con Dio non possiamo non ricordare Abramo, l’amico di Dio. Di lui si dice: «Abramo credette a Dio», cioè prestò fede a Dio, mise tutta la sua fiducia in Dio (Gn 15,6). Quel “credette” in ebraico ha un senso dichiarativo: è un dire che Dio è affidabile, è un proclamare con forza il proprio “sì”, il proprio “Amen” assoluto a Dio, è un accettare liberamente Dio che vuole entrare in un rapporto di amicizia con noi perché noi possiamo entrare in un rapporto di alleanza con Lui e capire che questo rapporto con Dio coinvolge tutta la nostra persona, nell’interezza del suo comportamento esteriore e interiore; è l’accettazione libera di un’esperienza esclusiva di vita con Dio. La fede di Abramo, così come ogni fede in Dio, non è un puro atto intellettuale a qualche verità, è un abbandonarsi totalmente a Dio, è un amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le proprie forze ed è un mantenersi tesi verso un futuro colmo di speranza. L’uomo fedele, vive di fede, di amore e di speranza.
È tutto questo che l’autore della Lettera agli Ebrei intende dire quando afferma: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera... Aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio» (Eb 11,8-10). L’ubbidienza di Abramo è incondizionata: egli lascia la sua terra per un’eredità incerta e vaga; egli appare straniero e ospite in terra straniera, in attesa di una città dalle salde fondamenta, la città celeste. La sua fiducia in Dio è assoluta; egli è totalmente aperto nella speranza verso il compimento di una promessa. Questa è vera fede, e il viverla in continuità rivela la fedeltà a Dio.
Ebbene, è a questa fede e fedeltà a Dio che siamo stati chiamati ed è per vivere questa fedeltà che: «L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Ora, colui che accoglie questo dono di Dio e “il Frutto dello Spirito, cioè l’Amore” (Gal 5,22), ha in sé la capacità di essere fedele perché lo Spirito è in lui “forza” e perché il vero amore è inconcepibile senza la fedeltà. È sul nostro impegno di fedeltà che dobbiamo meditare e ci sentiamo obbligati a farlo perché le troppe volte in cui sentiamo il bisogno di chiedere perdono ci dicono che non sempre siamo fedeli. Della fedeltà di Dio nessun dubbio. È certo infatti che Dio rimane fedele alle sue promesse: “anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele perché non può rinnegare se stesso” (2 Tm 2,13).
Perciò una domanda: “Come rimanere fedeli?”. Innanzitutto partendo dalla certezza che Dio ci dona la sua forza perché egli è fedele, cioè garante della piena realizzazione del suo piano di salvezza. Però è chiaro che egli non lo può realizzare contro la nostra libertà. E allora ecco un importante insegnamento di Gesù che ci invita alla fedeltà: «Non giurate affatto... Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno (Mt 5,3-7), padre della menzogna» (Gv 8,44). Per Gesù il nostro “sì” – sia che venga rivolto a Dio che alle persone – deve avere la forza di un “Amen” che ci qualifica come persone degne di fiducia davanti a Dio e davanti a ogni persona umana. Il nostro “sì” dev’essere il segno massimo che noi siamo persone di fiducia, persone sincere, leali, attendibili, persone di cui ci si può fidare. Ciò è possibile se ascoltiamo la parola di Gesù che ci mette in guardia contro l’ipocrisia e la menzogna: «Non siate come gli ipocriti (e non pensate di poter nascondere la vostra ipocrisia) perché non c’è nulla di nascosto che non venga svelato» (Lc 12,1-2). L’ipocrita perde credibilità, non è più degno di fiducia. Chi invece agisce guidato dallo Spirito ha un amore che è senza ipocrisia, è sincero e leale. Egli è davvero il servo fedele che sa essere fedele nel poco e anche nel molto, come dice il Signore (vedi Lc 16,10). Egli è davvero colui che ama la sua comunità e la edifica non solo vivendo personalmente la fedeltà, ma anche cercando di dare fiducia agli altri, di fidarsi della loro parola, di appoggiarsi sulla loro bontà. Tale disposizione della fedeltà cristiana la ritroviamo nell’inno all’Amore di Paolo, quando dice che «l’amore tutto crede» (1 Cor 13,7). Questo aspetto dell’amore verso il prossimo lo possiamo descrivere come “fiducia creatrice”, in quanto si fa appello alla bontà altrui, moltiplica le sue risorse, sveglia le sue energie di bene, incoraggia nel cammino verso Dio e a vantaggio degli altri. L’essere persone “degne di fede” è ciò che più rivela la nostra comunione con Dio e con gli altri.

Preghiamo

Com’è stato bello, Signore Gesù, meditare sulla fedeltà del Padre che tu ci hai pienamente rivelato. O Signore, tu ci vuoi coinvolgere totalmente nella tua vita e ci chiami a fare della nostra vita un “sì” continuo al Padre e ai fratelli nella fede. Signore, effondi su di noi l’abbondanza del tuo Spirito, perché solo così riusciremo a non perderti e ad amare tutti come tu ci hai amato. Non c’è altra via per essere fedeli. Che il nostro vivere la fedeltà nasca dallo sforzo di imitare te, Signore Gesù. Solo così la nostra fedeltà sarà veramente apostolica e porterà altri a trovare in Te, e non in noi, il vero punto di riferimento della loro vita e costruire su te, “pietra angolare” la tua comunità. Signore, tu lo sai che siamo deboli e che i momenti di crisi non sono rari. Signore, quando smarriamo il senso della tua presenza, quando abbiamo l’impressione che tu dorma e che la tua fedeltà sia venuta meno, effondi su di noi il tuo Spirito e donaci il coraggio di quella fede che è totale abbandono a Te e al Padre. Amen!

                                                                       Mario Galizzi SDB


IMMAGINI:
Marc Chagall :1 Mosè e il vitello d'oro, Saint Paul de Vence, Collezione privata /
2 MARC CHAGALL : Il re Davide, Fraumuenster Kirche, Zurigo

RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2002-8
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