GESU' E LA SUA PASSIONE
È Quaresima e la meditazione sulla passione di Gesù si impone. Si tratta di scegliere solo un metodo di lettura. Il nostro è questo: vogliamo fissare lo sguardo unicamente su Gesù, perché solo in lui cammina la storia della salvezza. Di qui la nostra domanda: Come vive Gesù la sua passione? Osservare Gesù che s’avvia verso la croce non è un andare a scuola di sofferenza, ma un imparare a vivere con fedeltà la propria vita cristiana. Perciò, confrontandoci nella lettura della Passione con Gesù, cerchiamo di sovrapporre la nostra esperienza a quella dei primi discepoli. È facile trovarsi in sintonia con loro, perché la sofferenza fa paura a tutti, anche a Gesù.
Il racconto della Passione si trova nei capitoli 14 e 15 di Marco, ma i discepoli sono già stati preparati da lungo tempo a questo evento e hanno sempre fatto sentire il loro netto rifiuto. La prima volta apertamente e duramente (8,31-33); la seconda (9,30-32) e la terza volta (10,33-34) cambiando discorso: hanno paura di parlare con Gesù della sua morte (8,33): un “Messia sofferente” è ben lontano dalla loro cultura. Mai il pensiero ebraico ha interpretato i salmi del “Giusto sofferente”, i canti del “Servo di Dio” riportati da Isaia e il detto sul “Figlio dell’uomo” del profeta Daniele riferendoli ad un Messia sofferente. Per loro è troppo duro e insopportabile il cambio di mentalità che Gesù esige.
Eppure, osservando i discepoli, troviamo in essi una cosa assai bella. È vero, non riescono ad essere in sintonia con Gesù su tutto, però non riescono neppure a distaccarsi da lui: la vita di comunione che hanno vissuto con lui dal battesimo di Giovanni in poi è troppo bella; vivere in intimità con lui è troppo importante. Per questo non lo abbandonano anche se la vita si fa dura.
Marco li descrive così nell’imminenza della Passione: “Mentre salivano (da Gerico) verso Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti” (10,32). Hanno paura, ed è cosa normale. Ebbene, è in questo contesto che vogliamo osservare il confronto “Gesù-Discepoli” la notte in cui fu tradito.

Nel Cenacolo (14,17-25)

È un momento di grande intimità quello che vivono con Gesù: è “Pasqua” e la Pasqua è la festa che più affratella gli Ebrei. Però, prima di celebrare la festa, un piccolo esame di coscienza sulle relazioni interpersonali fa bene. Ed è Gesù che glielo fa fare dicendo: “In verità vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. Tutti si sentirono incerti e “cominciarono a dirgli rattristati: «Sono forse io?»”. Non riescono, non vogliono accettare il presentimento che qualcosa di sconvolgente stia per accadere. La loro “tristezza” dice che amano Gesù, che non vogliono, o non vorrebbero, abbandonarlo, eccetto Giuda che oramai ha deciso (14,11). Anche Gesù sa che gli vogliono bene e spezza con loro il pane.
Quello che dice loro, secondo quanto riporta Marco per la sua comunità, è molto importante, ma difficilmente i primi discepoli l’hanno capito durante l’ultima cena. Non c’è nessuna reazione in loro; sono lì che contemplano Gesù il quale, malgrado sia cosciente di quello che essi faranno quella notte, si dimostra amico e dice parole nuove. Quel pane che spezza con loro “è il suo corpo”, è lui stesso in atteggiamento di dono. E quando prende il calice dice: “Questo è il mio sangue dell’Alleanza, versato per molti”. “Versato”: è un annunzio di morte, ma è anche segno del dono totale di sé “per molti” (= per tutti).
Il Gesù del Cenacolo è un Gesù-Dono, è un Gesù che vive di speranza: sa che il suo dono non sarà vano, perché berrà il calice nuovo nel regno di Dio, cioè “il calice della salvezza”. I discepoli mangiano quel pane, bevono a quel calice e certamente capiscono che Gesù è in comunione con loro, che li ama perché si presenta a loro come uno che si fa dono.

Sulla via del Getsemani (14,26-31)

Questo brano è colmo di tristezza, anche se è rivelazione del loro mutuo amore. Gesù sa che per ora non ce la faranno a seguirlo e li vuole aiutare a guardare con fiducia al futuro: ora tutto parla di morte, ma poi ci sarà la Risurrezione e ritornerà un’intimità di vita mai sognata: “Quando sarò risorto, vi precederò in Galilea”. Quella notte però “si scandalizzeranno di lui”, cioè perderanno la loro fede in lui: un Messia così no!
La situazione è assai strana. Finora quando Gesù ha parlato loro di sofferenza e di morte si sono sempre ribellati, ora si sentono improvvisamente sicuri, soprattutto Pietro: “Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io no!”. Gesù gli fa notare che proprio quella stessa notte prima che il gallo canti due volte, lo rinnegherà tre volte e Pietro di rimando: “«Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò»; e lo stesso dicevano tutti gli altri”. È certo che le loro parole dicono quello che vorrebbero fare: mantenersi in comunione con lui, ed è quello che cerca Gesù mettendoli in guardia, ma essi negano quanto Gesù dice loro. Si sentono autosufficienti. Chi ha ragione? Il lettore sa già che Gesù ha ragione, ma il racconto lo mette in attesa di saperlo.

Al Getsemani

Giungono insieme al Getsemani e sono accomunati da uno stesso destino. I discepoli sono nella tentazione di abbandonarlo, mentre Gesù sente che sta per entrare nella tentazione più orribile: la sua umanità si ribella all’idea della morte e della sofferenza. I Padri, commentando il Getsemani secondo Marco, sottolineano che mai altrove Gesù è apparso così uomo, in tutto simile ai fratelli (Eb 2,17). Era davvero un uomo normale.
Osserviamolo, cercando di essere il più fedeli possibile al testo originale, assai misconosciuto da certe traduzioni. Dice il testo: “Cominciò a spaventarsi e ad angustiarsi assai”. Il “cominciò” è al perfetto e dice che ha inizio quella sofferenza che raggiungerà il suo culmine sul Calvario. Il primo verbo “spaventarsi” esprime pure un senso di trepidazione e costernazione, mentre l’altro “angustiarsi” ha il senso di angoscia, languore, avvilimento: è quel senso di avvilimento che fa perdere le forze. Uniti insieme aiutano a capire l’altra espressione: “L’anima mia è triste fino alla morte”.
Ma ecco che Marco, iniziando ora con un “imperfetto”, che ha il senso della continuità, penetra a fondo nella situazione psicologica di Gesù. Scrive: “Mentre si allontanava da loro, continuava a cadere a terra”, fino a quando rimase lì steso al suolo, schiacciato a terra, senza forze per allontanarsi di più dai suoi. Che fare? Si dona alla preghiera, una preghiera che ci turba: “... e pregava affinché se fosse possibile passasse da lui quell’ora”. L’ora è il momento in cui il Padre agisce per la salvezza. Ma c’è di più, il Padre è per lui l’Onnipotente: “Abbà, papà, a te tutto è possibile”. E Gesù, nella sua umanità, appare come colui che non può, che non si sente capace di assolvere il compito che gli è stato affidato e dice: “Allontana da me questo calice”. Se l’ora è il momento in cui il Padre agisce per la salvezza, il calice è ciò che il Messia deve compiere per essere in quell’ora unito al Padre per la salvezza del mondo. Gesù, in pratica, dice al Padre di agire da solo senza di lui. E noi tutti comprendiamo che è nella tentazione; mai nessuno l’ha sentita così forte; mai nessuno si è sentito così debole... “È stato tentato come noi”, si legge nella lettera agli Ebrei (4,15), ma i Padri della Chiesa dicono: “No! Più di noi!”. Ora, essere nella tentazione non significa essere nel peccato; finché nella tentazione si prega, e Gesù pregava con tutte le sue poche forze, si è sempre uniti a Dio e Dio dà le forze per vincere. Lo sentiamo nella conclusione della preghiera: “Non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu”. Con altre parole: “Padre, voglio collaborare con te alla salvezza del mondo”.
Ma eccolo sperimentare fino in fondo l’amarezza della prova. Torna dai suoi discepoli, forse in cerca di un po’ di compagnia, e li trova addormentati; si accorge che deve vivere la sua sofferenza nella totale solitudine. Comunque qui riappare il Gesù di sempre, il Gesù che dimentica se stesso e pensa agli altri; sente che i suoi discepoli sono in pericolo più di lui, perché non pregano e con bontà li avvisa: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole”. Poi li lascia perché anche per lui la tentazione non è finita: torna a pregare e “ripete le stesse parole”, cioè: “Passi da me l’ora, allontana da me il calice, però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Continua cioè ad aggrapparsi al Padre, l’unico che gli può dare le forze necessarie per affrontare la prova.
La conclusione del racconto mette in chiaro che ha superato la tentazione. Tornato infatti dai suoi discepoli, che continuano a dormire e che perciò sono incapaci di vincere la tentazione, egli appare deciso ad affrontare il suo destino. “Alzatevi, – dice loro – andiamo... colui che mi consegna è vicino”. E va incontro a Giuda, a coloro che vengono ad arrestarlo. Perciò è lui che liberamente si consegna.

La cattura (14,43-50)

Durante la cattura, vediamo quanta forza la preghiera ha infuso in Gesù. Parla con calma a coloro che sono venuti ad arrestarlo; sa che oramai, malgrado il peccato degli uomini che lo vogliono uccidere, il progetto del Padre si compirà ed egli dà il suo assenso dicendo: “Si compiano le Scritture”, cioè: “Si compia la salvezza”. È Gesù che si dona, anche ai nemici. È Gesù che, sofferente e angosciato, cammina nella speranza.
Ma i discepoli non ci stanno. Innanzitutto Giuda che porta a compimento il suo tradimento e che agisce per gli stessi motivi degli altri: un Messia così, no! Negli altri invece costatiamo il risultato di chi non ha pregato durante la tentazione. Uno tira fuori la spada: ha sete di violenza; tutti lo abbandonano e si immergono nell’oscura notte della “non-fede”, forse sostenuti dalla parola di Gesù: “Quando sarò risorto, vi precederò in Galilea”.
Solo Pietro non solidarizza con i compagni e segue Gesù fino al luogo del giudizio: vuole dimostrargli che è sempre disposto a morire con lui, ma di fronte a una serva che gli dice: “Tu sei uno di quelli...”, nega di essere “un discepolo di Gesù”; e di fronte alle insistenze dei presenti comincia “a imprecare e a giurare, dicendo: «Non conosco quell’uomo di cui parlate»”. Nega tutta la sua esperienza di vita con Gesù. Che orribile!
Il gallo cantò. E Pietro capì: aveva ragione lui; Gesù conosceva bene la sua debolezza e nella sua bontà lo aveva preavvisato in modo particolare (14, 30.37). E la sua parola risuona ora dentro di lui “spergiuro” e gli fa bene: “scoppiò in pianto”. È il ritorno a Gesù.
Il caso di Pietro è ricordato da Marco a una comunità che forse vedeva nel rinnegamento di Pietro l’ultimo tocco della sua educazione al discepolato. Pietro imparò che solo fidandosi di Gesù e, mediante la forza dello Spirito, sarebbe riuscito a seguire Gesù sino alla fine. Certe cadute non sono un disastro, ma educatrici perché danno la vera conoscenza di se stessi e aprono totalmente all’amore di Dio e dei fratelli. Esse aiutano a fissare meglio lo sguardo su Gesù e a capire che vale la pena seguirlo fino in fondo.

Preghiamo

Signore Gesù, tu che conosci la sofferenza e la tentazione e che ci hai dato l’esempio di come affidarci al Padre mediante la preghiera, aiutaci nelle difficoltà a fissare su di te lo sguardo e a imparare come si supera la prova. Donaci il senso della preghiera e donaci anche il coraggio di non rinchiuderci in noi stessi durante la sofferenza, ma di pensare a chi soffre come noi e più di noi; donaci verso di loro quella carità che si fa fatica, per aiutarli davvero. Come tu ti sei fatto “dono”, fa’ che anche noi possiamo sempre essere “dono” per gli altri anche, e soprattutto, nella sofferenza. Amen!

                                                                        Mario Galizzi SDB


IMMAGINE :
L'Ultima Cena, Scuola Francese del sec. XVII- Museo delle Belle Arti, Lille
RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-3
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