Le opere di misericordia corporali / 3
VESTIRE GLI IGNUDI

La virtù della misericordia è dono di Dio e conquista allo stesso tempo. Ciò che ci è stato elargito da Dio in abbondanza diamolo anche noi a coloro che sono nella necessità. Ci vuole coraggio e sacrificio, ma se vogliamo piacere a Dio, è giusto sforzarci al massimo per acquistare un amore sincero e pratico che sboccia nelle opere di misericordia.
Ricordiamoci che in questo Anno Santo la Chiesa ci concede il dono dell’indulgenza del Giubileo 2000, quando, confessati e comunicati preghiamo secondo le intenzioni del Papa e, anche senza visitare una Chiesa Giubilare, compiamo qualcuna delle “Opere di Misericordia Corporale”. In questo modo si acquista l’indulgenza giubilare che è la remissione, dinanzi a Dio, della pena temporale per i peccati, già perdonati con la confessione. Sappiamo che si può ottenere una volta sola al giorno, per se stessi o per le anime del purgatorio.
La terza opera di misericordia è: Vestire gli ignudi. Gente che non ha la sufficienza per coprirsi ce n’è sempre nel mondo. Lo diceva tanti e tanti secoli fa anche il libro di Giobbe (24,7): “Nudi passan la notte, senza panni, non hanno da coprirsi contro il freddo”. Quando il freddo si accompagna alla nudità, e se vi si aggiunge anche fame e sete, allora la situazione di nudità diventa insostenibile.

Ero nudo e mi avete vestito

– “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il premio preparato per voi fin dall’eternità. Perché ero nudo e mi avete vestito”.
– “Signore, quando mai ti abbiamo veduto nudo e ti abbiamo vestito?”.
– “In verità io vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25).
Caro Gesù, eccoci qui davanti a te, davanti a questa «Ostia Consacrata», tu realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità. Spogliandoti di tutto ti sei fatto pane da mangiare.
E allora pensiamo a quelle ultime ore della tua vita trascorse qui in terra, quando sei stato trascinato davanti al tribunale di Ponzio Pilato. Egli ti ha consegnato ai soldati romani i quali ti spogliarono dei tuoi vestiti per flagellarti e schernirti con schiaffi, sputi e insulti. Poi ti fecero indossare i tuoi vestiti e ti caricarono sulle spalle il pesante legno della croce, sulla quale, nudo, sei stato inchiodato. Non più figura d’uomo ma come verme così ridotto dai tanti nostri peccati. Perdono, pietà!
Sarà ben giusto allora, Gesù, se guardando a te, crocifisso, ci mettiamo seriamente al tuo servizio nei poveri e sofferenti, e in particolare a quelli che non hanno i mezzi per coprirsi dal freddo e per rivestire la loro persona sia per il lavoro che per i giorni di festa, così che tu possa dire: Ero nudo e mi avete vestito.

Dio veste Adamo ed Eva

“Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese il suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì” (Genesi 3).
O Gesù buono, la storia di Adamo ed Eva che si sono lasciati tentare dall’orgoglio, cioè dalla voglia di diventare simili a Dio, costituisce per noi un grande insegnamento. Il frutto della disobbedienza appare più gustoso di quello dell’obbedienza, però alla fine fa crollare la fiducia in Dio sino al punto di negarlo. A questo punto uno si trova nudo e disperato.
Caro Gesù, quando vedi che, dopo brutte esperienze, mi dibatto con me stesso, perché mi trovo con un pugno di mosche in mano, non permettere che io mi nasconda da te, ma vieni in mio soccorso con la brezza della sera, perdonami e rivestimi di te stesso.
E questo ancora ti chiedo, o buon Gesù: Tocca con amore di tenerezza la mente e il cuore di tutti coloro che sono interessati, in prima o in seconda persona, a esibire, attraverso la stampa, il cinema o la televisione, certi spettacoli per nulla affatto degni della persona umana e fa’ che, eliminata ogni malizia, si lascino rivestire della bella grazia di Dio, per la gioia di tutti.

Vestite voi stessi gli ignudi

“A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità, nome che significa Gazzella, la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì. I discepoli avvisarono Pietro. Appena arrivato lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto e gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra di loro. Pietro si inginocchiò, poi disse: Tabità, alzati!, quindi le prese la mano e la presentò a tutti viva” (At 9,36-41).
O Gesù dolcissimo, ecco una donna che ha capito e messo in pratica i tuoi insegnamenti riguardo alle opere di misericordia, e in particolare il comando di vestire coloro che ne hanno bisogno. Risuona alla memoria il consiglio che papà Tobi dava al figlio Tobia: “Fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi” (Tb 4,16).
L’uomo nudo è l’immagine del più povero fra i poveri. E non soltanto nel senso realistico della parola. Infatti si trova nello stato di nudità anche colui che viene privato e spogliato di tutti i suoi beni e della stessa sua dignità. Ricordati, Signore Gesù, di tutti questi poveri. Tocca il cuore di coloro che esercitano il potere perché quelli che si trovano in estrema necessità siano sollevati, e perché, guardando al di là delle proprie barriere nazionali, si prendano provvedimenti adeguati per tutti i bisognosi.
                                                                                     Timoteo Munari SDB


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2000-7
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