I DONI DELLO SPIRITO SANTO:
  IL TIMOR DI DIO / 2
Che cosa dice la Bibbia sul Timor di Dio

“Tutto il popolo percepiva il tuono e i lampi,
      il suono del corno e il monte fumante. Il
      popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano” (Es 20,18).

Parlaci tu, Mosè, non ci parli Dio. Come possiamo resistere? Ci tocca morire tutti. Davanti all’epifania del Signore, ha il sopravvento non il timore ma il terrore. Mosè incomincia a mettere nel cuore del suo popolo un altro sentimento: sottomissione in contrapposizione al terrore. Via il terrore da voi. Sottomettetevi senza riserva alcuna alla volontà di Dio.

“Non abbiate terrore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate” (Es 20,29)

Niente terrore davanti alle manifestazioni di Dio ma timore che prende vita dalla sottomissione alla sua volontà. Il Signore si rivela, si manifesta solamente a chi lo teme, cioè a chi lo accetta come compagno di vita e proprio per questo gli fa conoscere la sua Alleanza.

Ma a ben vedere, poi, la parola timore perde qualche cosa del suo significato letterale. Notiamo una certa insistente confidenza di Dio col suo popolo. Non si può quindi parlare tanto di timore, poiché questo tende, se mai, a stroncare ogni incontro confidenziale.

Nel Deuteronomio si fa un passo in avanti.

“Questi sono i comandi, le leggi... perché li mettiate in pratica...; perché tu tema il Signore tuo Dio” (Dt 1, 1-2). Poi soggiunge: “Ascolta, Israele” (Dt 6,3).
Qui si entra nell’intimità: Dio con il suo popolo. E il popolo comprende che “temere Yahvé” vuol dire essere fedeli all’Alleanza. Un patto che Dio ha fatto solo con loro e contro tutti gli altri. Egli ha dimostrato una chiara preferenza che si trasforma in gelosia. Il timor di Dio comporta quindi sia amore che obbedienza. Amore che corrisponde all’amore di Dio, e obbedienza assoluta alla volontà di Dio, cioè al suo piano di salvezza.

Poi soggiunge:

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5).

Non si tratta di una scelta da parte di Israele, ma di un comando da parte di Dio. E il comando è di amare Dio. Chi avrebbe pensato e osato tanto? Un amore che corrisponde all’amore che Dio nutre per il suo popolo. Amore chiama amore. Un amore che include il timore di Dio, l’obbedienza di servirlo e l’osservanza dei suoi comandamenti.

Preghiamo con il Salmo 118,41-48

Rit.: Beato chi ascolta la parola di Dio.

Venga a me, Signore, la tua grazia,
la tua salvezza secondo la tua promessa;
ho fiducia nella tua parola. Rit.

Non togliere mai dalla mia bocca
la parola vera, perché confido in te
e custodirò la tua legge per sempre.
Rit.

Sarò sicuro nel mio cammino,
perché ho cercato i tuoi voleri,
parlerò della tua alleanza senza vergogna. Rit.

Gioirò per i tuoi comandi che amo,
alzerò le mani ai tuoi precetti
e mediterò le tue leggi.
Rit.


Gesù mette l’accento sull’amore di Dio

Gesù presenta l’amore come il più grande comandamento, la sintesi e l’apice di tutta la legge e di tutto il progetto del Padre.

“Amerai il Signore Dio tuo, questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo” (Mt 22,37.38).

Amore che si unisce al timore filiale. O meglio: amore che prende l’elemento filiale del timore religioso. Il fondamento sta nella prova d’amore che il Padre ha dato nel suo Figlio Gesù. Dio ama noi e ci fa partecipare al suo stesso amore. “Temere Yahvé” sta prendendo quindi un’altra fisionomia: La notiamo chiaramente nelle relazioni tra Gesù e il Padre, improntate in uno schietto amore filiale dove prende il suo colorito anche il timore che è, appunto, amore che corrisponde a obbedienza.

“Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato a compiere la sua opera” (Gv 4,34). “Un corpo mi hai preparato. Allora ho detto; Ecco io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –, per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7).
Il comportamento di Gesù, come il nostro, è quello del figlio impegnato a portare a termine il progetto del Padre. Non si deve insistere tanto nel timore ma piuttosto nell’amore. “Nell’amore, osserva San Giovanni, non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore. Chi teme non è perfetto nell’amore” (Gv 4,18).

Il Dono del Timor di Dio esclude il timore servile, cioè la paura d’essere condannati, e ci porta ad amarlo in modo filiale, affinché i suoi interessi siano pure i nostri.

Seguiamo con amore la preghiera di Gesù (Gv 17)

Quand’ero con loro, io conservavo
nel tuo nome coloro che mi hai dato.
Non chiedo che tu li tolga dal mondo,
ma che li custodisca dal maligno.

Per loro io consacro me stesso,
perché siano anch’essi consacrati nella verità.
Non prego solo per questi,
ma anche per quelli che per la loro parola
crederanno in me;
perché tutti siano una sola cosa.

Come tu, Padre, sei in me e io in te,
siano anch’essi in noi una cosa sola.
E la gloria che tu hai dato a me,
io l’ho data a loro,
perché siano come noi una cosa sola.

Padre, voglio che quelli che mi hai dato
siano con me dove sono io,
perché contemplino la mia gloria.

E io ho fatto conoscere loro il tuo nome
perché l’amore con il quale mi hai amato
sia in essi e io in loro.

Che cosa dicono i libri sapienziali?

I libri sapienziali ci parlano molto del “timore del Signore”. Ed esso corrisponde a quello che noi chiamiamo virtù di religione o pietà verso Dio. È inizio e allo stesso tempo coronamento della Sapienza e di ogni altra saggezza religiosa. Le relazioni che si sviluppano tra noi (suo popolo) e il Dio dell’Alleanza (il Dio nostro) si intrecciano tra timore e amore, tra sottomissione e confidenza.

Anzi, possiamo affermare che timore e amore, formano un tutt’uno, come anche sottomissione e confidenza. “Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza (Sal 25,14). Si forma una intimità con Dio sul tipo di quella che esistette tra Gesù e il Padre.

Il libro del Siracide sviluppa molto bene il tema del timore del Signore. L’idea del timore fisico, del terrore di fronte a un Dio potente pronto a colpire è scomparsa, praticamente, dalla teologia ebraica. Yahvé è più amabile che temibile, più desiderabile che indesiderabile.

Il Timor di Dio è la vera “pietas”, cioè il vero e profondo sentimento filiale pieno di amore, per cui “il timore del Signore è gloria e vanto, gioia e corona di esultanza” (Sir 2,9). Quando uno si sente così vicino a Dio tanto da appartenergli compiutamente, – tu sei il mio popolo e io il tuo Dio –, non vi è motivo alcuno di temere. Il Signore stesso pensa ad allietare il tuo cuore e a donarti contentezza, gioia e lunga vita (cf Sir 1,10).

E così il timore di Dio diventa la radice e il principio della sapienza, e ancor più: “Pienezza e corona” (cf Sir 1,12-18). E ancora: il Dono del Timor di Dio è il timore filiale e casto frutto della carità perfetta.

                                                              D. Timoteo Munari SDB


IMMAGINI:
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  © Andreas Lothar / Avere il Timore di Dio vuol dire riconoscere di non meritare la benevolenza divina.
2  © Andreas Lothar  /  Il Timor di Dio illumina la nostra realtà terrena della luce di Dio e ci permette di operare sempre sotto lo sguardo della Divina Provvidenza.


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2006 - 9
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