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   MOMORIE SALESIANE - 150° FONDAZIONE SDB:
   UN MODO NUOVO DI VIVERE L'ORATORIO

Con un’“Ave Maria” reci- tata da Don Bosco e da Bartolomeo Garelli nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Torino, aveva inizio, l’8 dicembre 1841, il primo oratorio salesiano. Non era una novità: l’oratorio era stato inventato ­
tre secoli prima, da san Filippo Neri. Di nuovo e di suo, Don Bosco metteva il modo di vivere l’oratorio e il modo di essere prete.
Un prete che non aspettava i parrocchiani nella tranquillità della chiesa o della canonica, ma andava a cercarli di persona nelle squallide periferie cittadine, ai margini della società. Andava a scovarli nelle carceri. Erano tutti giovani. Tutti emarginati, con situazioni familiari difficili. L’oratorio, il suo oratorio, li avrebbe accolti. Non sarebbe più stato soltanto un luogo di preghiera, svago e cultura per “ragazzi-bene”. Sarebbe diventato il rifugio dei senzatetto, la famiglia per gli orfani, dilatandosi da realtà parrocchiale a realtà cittadina, dilatando senza misura il tempo dell’evangelizzazione e dello svago. Luogo di incontro e di amicizia, di formazione cristiana, avrebbe offerto, oltre al divertimento gratuito, cultura, istruzione professionale, inserimento nel mondo del lavoro con sicure e solide garanzie.

In un gelido mattino di dicembre
Questo, l’ideale di Don Bosco, in quel gelido mattino del dicembre 1841. Occorreranno cinque anni prima che il sogno si realizzi e venga completato in tutti i dettagli. Bartolomeo Garelli, però, non avrebbe dovuto aspettare tanto. Lui era un povero orfano d’origine astigiana, sedicenne. Quel mattino aveva tentato di partecipare alla Messa in una bella chiesa del centro cittadino, ma il sacrestano l’aveva cacciato a bastonate perché non sapeva pregare e non sapeva servire Messa. O forse, soltanto perché era malvestito. Don Bosco lo aveva inseguito, convincendolo a tornare in chiesa e a pregare con lui. Il prete e il ragazzo avevano una cosa in comune: sapevano fischiare! Sulla base di quella “competenza” nacque una bella amicizia. Bartolomeo Garelli avrebbe portato a Don Bosco altri diseredati, poveri e soli come lui.
Il tam-tam dei disperati attraverso le periferie cittadine avrebbe presto informato tanti adolescenti, (oggi li definiremmo “a rischio”), che in compagnia di quel prete sempre allegro, oltre ad imparare il Catechismo, si poteva giocare, scherzare e qualche volta anche mangiare. Perché la fame era tanta. E Don Bosco, che l’aveva provata, sapeva bene che non si può parlare di Dio a gente che ha lo stomaco vuoto.

Una tettoia che diventa casa
Non sarebbe stato facile per lui trovare un posto dove sistemare in modo dignitoso i ragazzi, togliendoli dalla strada. Anche perché i loro giochi erano terribilmente rumorosi e distruttivi. Scacciati da un prato all’altro, dal cortile di una chiesa ad un cimitero sconsacrato, mal tollerati dalle autorità civili e malvisti anche negli ambienti ecclesiastici, Don Bosco ed i suoi ragazzi approdarono finalmente alla tettoia Pinardi, nel quartiere di Valdocco, che all’epoca non godeva certo di una bella fama. Ma sarebbero stati finalmente a casa, senza più rischi di essere sfrattati.
La tettoia – oggi trasformata in cappella artisticamente decorata, in un cortile del grandioso complesso della Basilica di Maria Ausiliatrice – era una conquista che aveva del miracoloso.
Inaugurato il mattino di Pasqua del 1846, l’oratorio non più itinerante ma stabile, benché di modeste dimensioni, diverrà residenza abituale di tanti giovani, scesi in città dalle valli alpine e dalle campagne piemontesi, sotto la spinta del bisogno. Le loro braccia avrebbero avviato la rivoluzione industriale con un lavoro duro, non regolato dalla legge, senza garanzie per il futuro, senza forme di assistenza di alcun genere. Se, sfiniti dalla fatica o dalla fame, cadevano dalle impalcature o dall’alto dei comignoli che si accingevano a ripulire, nessuno piangeva la loro morte. Le famiglie, spesso, non esistevano più o se esistevano, erano a loro volta troppo oppresse dalla miseria per cercare i figli che si allontanavano. Anzi, spesso il loro allontanamento risolveva il problema di una bocca da sfamare.

Compagno di giochi e primo sindacalista
Per tanti di quei ragazzi e giovani, Don Bosco sarà per loro padre, fratello, amico e compagno di giochi, e soprattutto guida spirituale ed educatore. Non avrà paura di sporcarsi di calce o di fuliggine andando a trovare nei cantieri, durante la settimana, i muratorini e i piccoli spazzacamini. La sua presenza attirerà verso i giovani apprendisti la simpatia dei datori di lavoro: l’amicizia di un prete era pur sempre una garanzia! Un prete che sarebbe stato, all’occorrenza, anche sindacalista. Certo il primo della storia, forse l’unico sindacalista vero, perché la sua difesa dei diritti dei giovani lavoratori non poggiava su volubili correnti politiche, ma sul concetto della santità del lavoro e sul rispetto della persona.
La città di Torino non era pronta ad accogliere quella massa di giovani disorientati e sbandati. Presa dalla rapida corsa verso l’industrializzazione, li avrebbe stritolati, sfruttandoli con assurdi orari lavorativi e calpestandone i diritti. Ne avrebbe fatto martiri o delinquenti. Don Bosco ne farà semplicemente dei buoni cristiani e onesti cittadini. E prima di tutto, ne farà uomini consapevoli della propria dignità.
Ai ragazzi Don Bosco insegnerà la strada della vera felicità: vivere nella grazia di Dio, amare il prossimo, impegnarsi seriamente nel lavoro, nello studio, nel gioco, essere sempre allegri.
Ai confratelli sacerdoti trasmetterà quella che il poeta dialettale piemontese Nino Costa considerava la sua “virtù segreta”: «la gran virtù d’ij Sant e d’ij poeta: / cola ’d brusè so cheur fin-a a la mort»”.1



1“La gran virtù dei santi e dei poeti: quella di ardere d’amore fino alla morte”; Nino Costa, “Don Bosch”, in “Fruta madura”, edizioni Viglongo, Pinerolo, 1980.

                                                                    
Anna Maria Musso Freni (ex Allieva FMA

       RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2009 - 10  
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