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2014
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DON BOSCO 2015 | 2a: Conferenza:

A 200 anni dalla sua nascita: a quale Don Bosco vogliamo ritornare?


A 200 anni dalla sua nascita, a quale don Bosco vogliamo ritornare?
Nel 1875,
mentre si sta avviando verso la sua camera dopo la cena, DB fa alcune confidenze a don Giulio Barberis, da lui stesso scelto come maestro dei novizi. Sono parole alla buona, senza alcuna enfasi, però credo che non le possiamo leggere come una semplice chiacchierata. "Voi compirete l'opera che io incomincio. Io abbozzo, voi stenderete i colori". Al che don Barberis esclama: "Purché non guastiamo quello che DB fa". DB prontamente corregge: "Oh no! Ecco, adesso io faccio la brutta copia della Congregazione e lascerò a coloro che mi vengono dopo di fare la bella. Ora c'è il germe". (MB XI,309).

Nel 2009,
per ricordare i primi 150 anni della Congregazione Salesiana, appariva un articolo di Francesco Motto dal titolo intrigante: A quale don Bosco vogliamo ritornare? L'articolo, dell'allora direttore dell'Istituto Storico Salesiano, occupava due colonne, in prima pagina, su L'Osservatore Romano del 31 gennaio 2009. Alla domanda del titolo, rispondeva con altre domande: A quale DB? A quello delle fiction o dei recital? a quello del mito? a quello della storia? Invano ho cercato una risposta sul versante salesiano. L'ho trovata casualmente in Internet sul Cantuale Antonianum

Papa Francesco ai Capitolari SDB il 31 marzo 2014

Per noi che viviamo a Valdocco, rispondere alla domanda di cui sopra è un impegno ancor più forte. È una risposta che non possiamo evitare, qualunque pretesto o scusa accampiamo a nostra giustificazione. In questo senso, la storia non perdona. E forse, nemmeno la data, così spesso ripetuta, del bicentenario.
Cosa ha detto papa Francesco accogliendo i Capitolari il 31 marzo di quest'anno? Eravamo abituati ad ascoltare tanti elogi da parte dei papi. Il papa attuale non si è dilungato molto nei salamelecchi di prassi. Ci ha inchiodati con una cifra:
"Oggi è tremendo pensare che ci sono più di 75 milioni di giovani senza lavoro, qui, in Occidente". Poi ci ha proposto un cammino, non uno dei tanti, facoltativo o accettato solo da qualcuno, ma l'unico cammino che lui spera noi salesiani imbocchiamo:
"Andare incontro ai giovani emarginati richiede coraggio, maturità e molta preghiera. E a questo lavoro si devono inviare i migliori. I migliori! […] Il criterio è questo: i migliori vanno là. "Ho bisogno di questo per farlo superiore, o per studiare teologia…". Ma se tu hai quella missione, mandalo lì. I migliori!".
Non sarà questa la "bella copia" che DB si aspetta da noi come vera celebrazione del suo bicentenario? "Non possiamo giungere al 2015 senza conoscere maggiormente DB": l'affermava don Chávez in una delle sue ultime lettere. Ogniqualvolta studiamo la vita, il messaggio, il carisma di DB facciamo memoria di ieri per la vita di domani.
"Quando la memoria non è vicina, quando non facciamo più esperienza della memoria, pian piano essa si trasforma in semplice ricordo. Invece, quando la memoria si fa vicina fa due cose: riscalda il cuore e ci dà gioia" (Papa Francesco, 03/10/2013).
Facciamo memoria non per rifugiarci nel passato, ma per rifornirci in vista del futuro. L'esperienza salesiana non è avvenuta una volta per sempre.
Non si tratta di ripeterla, ma di riviverla "finché dura questo oggi", l'oggi di Dio di cui ci parla l'autore della lettera agli Ebrei (Eb 3,13).

Il Bicentenario 2015: un esperienza di Spirito Santo?

La data del bicentenario non è un cortese invito ad ammirare un bel monumento o una tela artistica; stiamo vivendo una esperienza di Spirito Santo. A Valdocco non visitiamo un museo, ricco di oggetti; un museo è tanto più celebre e visitato quanto più reperti archeologici conserva e raccoglie. Valdocco non è solo un luogo geografico: è uno stato di spirito, una esperienza di vita. Valdocco non offre solo oggetti e cose; è piuttosto un messaggio, parla di vangelo vissuto, di beatitudini proclamate.
Il nostro futuro dipende dalla nostra fedeltà alle origini; non per copiare, ma per rivivere, farne progetto di vita. Per non scoraggiarci, anche se a volte, come agli apostoli ci capita di ritornare a riva dopo una notte infruttuosa e con la rete vuota. Per non scoraggiarci come scoraggiati e delusi erano senza dubbio quei due discepoli che stavano allontanandosi da Gerusalemme - senza una briciola di speranza - macinando la dozzina di km che li separavano da Emmaus. (Più tardi li raggiungeremo perché abbiamo bisogno di vivere la loro stessa esperienza pasquale).

C'è molta differenza tra "raccontare" un episodio della vita di DB e "narrare" DB! Non è un gioco di parole. Evidenzio tre condizioni per capire meglio la differenza tra il verbo 'narrare' e il verbo 'raccontare':

Tre condizionei per distinguere tra 'narrare' e 'raccontare:

1º - Comunicare un'esperienza di vita che diventa messaggio di nuove esperienze.

Chi narra sa di essere competente non perché ha studiato più degli altri, non perché ha ricevuto rivelazioni speciali, ma solo perché è stato toccato dalla storia che narra. La sua parola non è un flatus vocis, qualcosa che ripete per sentito dire. È un brandello di storia, di vita vissuta, interpretata e trasformata in parola. Il messaggero si trasforma nel proprio messaggio che annuncia.

2º - Fare una comunicazione che coinvolge, che convince e spinge alla sequela.

Chi ascolta non resta indifferente, è chiamato in causa, in prima persona. Allora si decide, prende posizione. In quel momento, o accetta o rifiuta, ma non rimane indifferente. Quando si è chiamati a trasmettere nozioni tecniche o di cultura in genere, ciò che diciamo viene misurato dal criterio della competenza. Se sai, parli; se ignori, taci. Quando, invece, ciò che noi diciamo si riferisce alla scelta di un determinato stile di vita, la scienza (cioè, la competenza!) non basta più. Ci vuole la passione, il coinvolgimento personale.
Chi narra una sua esperienza di vita lo fa in forma autobiografica; finisce quindi per interpellare l'interlocutore e sollecitarne una risposta personale.
Insisto su questo concetto facendo mie le parole di un santo dei nostri tempi, un gesuita cileno, sant'Alberto Hurtado (2005!): "È' più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario esserci". E spiegava: con quel che sai insegni, con quel che sei incidi. Diventare guide di luoghi salesiani non è facile ma è sempre possibile; non sempre, però, si passa da guide turistiche a veri annunciatori di esperienze.

3º - La storia diventa narrazione di speranza. Chi narra non è mai un assente, un estraneo.

Non narra con freddezza, con distanza. Come la tipica guida turistica! Il narratore parla sempre in prima persona. Così è avvenuto nei primi decenni della storia salesiana. Lo ammette lo stesso DB (2 febbraio 1876: Conferenze di San Francesco di Sales). "Vedo che la vita di DB è al tutto confusa nella vita della Congregazione; e allora, parliamone".

Nel Bicentenario della sua Nascita...

In quest'anno del bicentenario parleremo di DB, sentiremo parlare di lui, ci abitueremo a vedere gruppi sempre più numerosi di fedeli, pellegrini e anche curiosi distratti, preoccupati solo per fare una foto-ricordo. Per conto nostro, dovremo dimenticare un linguaggio freddo anche se preciso; così facendo comunicheremmo solo informazioni sicure, ma astratte che non trascinano, non convincono. In questa maniera, ricorderemmo fatti, ma non rievocheremmo nulla. Dovremo, invece, imparare a usare il linguaggio del cuore, un linguaggio che evoca, che fa ardere il cuore. Comunicheremo la nostra esperienza. DB non sarà solo una figura storica, un "grande santo" (frase che si dice quando non si sa cosa dire), un personaggio di spicco che ha fatto storia nell'Ottocento; daremo invece una risposta personale, autobiografica, perché di lui è pieno il nostro cuore. E "noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato" (At 4,21).

Una domanda che non è retorica: i nostri fedeli si accorgono che noi salesiani stiamo vivendo il bicentenario della nascita del nostro Fondatore? Non rischiamo di ripetere solo una data, suscitando nei nostri ascoltatori la stessa accoglienza e attenzione che riserviamo alla voce anonima che ci trasmette sul bus o sul tram: Prossima stazione - Rondó della Forca - Maria Ausiliatrice? L'indicazione stradale è esatta, ma non suscita nessuna emozione nel passeggero distratto…

Come i discepoli di Emmaus

Vorrei approfondire il mio pensiero e lo faccio prendendo lo spunto dal racconto di Lc 24, dove l'evangelista narra l'episodio dei due discepoli che da Gerusalemme si dirigono, tristi e senza speranza, verso Emmaus. Accostiamoci ai due e a quel viandante sconosciuto e misterioso che li accompagna e parla di cose su cui non avevano riflettuto prima. Sta avvenendo un cambiamento di rotta mentale. Non dimentichiamo che stiamo parlando di due discepoli di Gesù; non due simpatizzanti! Non avevano mai vissuto un'esperienza simile. Sino allora erano completamente proiettati verso il futuro. Si erano quasi dimenticati del passato. Riflettere sul passato, confrontarsi con il passato sembrava perdere tempo. Adesso sta capitando un movimento strano e inusuale: dal passato verso il presente. Un'altra chiave di lettura! "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc 24,15-27). Sorge in loro una reazione nuova che non è avvenuta nei km sinora macinati. E capiscono che i nemici di Gesù, i contestatori del loro maestro, non hanno vinto, non sono riusciti a uccidere, a spegnere la loro speranza. Arrivano ad una conclusione: senza passato, il loro presente diviene disperato, senza senso!

Entrando nella Cappella Pinardi....

Quando, da soli o accompagnando un gruppo, entriamo nella Cappella Pinardi noi dovremmo sentire la gioia di poter dire, con i pii pellegrini in Gerusalemme: "Ecco tutti là sono nati. Sono in te tutte le mie sorgenti" (Sal 86). Cioè, questo è il luogo sacro in cui rinnovo la mia alleanza con il mio Fondatore, qui ripeto la mia consacrazione al Signore in vista della missione salesiana, qui mi sento figlio di DB, perché anch'io sono nato qui! È la nostra Betlemme, perché tutta l'epopea salesiana ha avuto origine in questo spazio. Le nostre fonti! Vale la pena abbeverarci, perché l'acqua che sgorga dalle sorgenti è sempre la più pura. Qui è stato seminato il granello di senape (Mt 13,31): il più piccolo tra i semi, però destinato a diventare un albero, un bosco, il bosco di DB! E allora, riconosco la paterna presenza provvidente di Dio; lo ringrazio facendo mie le parole con cui, come in una stupenda ouverture, si aprono le nostre Costituzioni: "Con senso di umile gratitudine crediamo che la Società di san Francesco di Sales è nata non da solo progetto umano, ma per iniziativa di Dio".

Ricordare quella domenica del luglio 1846 quando don Bosco...

Quando oggi ripasso per i cortili di Valdocco, rivedo DB attorniato da tanti ragazzi; allora, mi si presenta alla mente quella domenica sera del luglio 1846 quando, DB giovane prete, stramazza al suolo e sputa sangue e i ragazzi si accalcano sul suo corpo esanime e piangono. Rivivo anche un DB convalescente, pallido ed emaciato, che quindici giorni dopo giunge a Valdocco da Via della Consolata, appoggiandosi ad un bastone e davanti ai ragazzi ammutoliti dalla gioia e dall'emozione fa la sua "professione solenne", cioè si consacra per sempre alla loro causa, alla loro speranza, alle loro attese: "Debbo la mia vita a voi. Sappiate che la spenderò tutta per voi, sino all'ultimo respiro". Allora, qui, non passeggio su anonimi e freddi "sampietrini", qui ho la sensazione di calpestare terra santa, terra sacra: e questo, senza nessuna fantasia e fissazione da parte mia, o fanatismo integralista e trasmetto i sentimenti che provo agli altri. Non racconto un episodio, narro uno spaccato della vita di DB e, di riflesso,uno spaccato anche della mia. E allora, anche se io non dico nulla, anche se taccio perché commosso, a Valdocco le pietre parleranno, grideranno le pareti.

Suggestioni visitando la Chiesa di San Francesco di Sales...

E poi quando entro nella chiesa di san Francesco, quella che per noi è la nostra Porziuncola, qui DB mi svela tanti segreti: qui dentro è racchiuso, come in uno scrigno, tutto l'amore di una madre santa, Mamma Margherita, un amore fatto di preghiera, di rosari sgranati in quel penultimo banco alla sinistra di chi entra, ove lei soleva inginocchiarsi; da queste soste prolungate, essa traeva forza e pazienza e tanto amore per continuare ad essere madre attenta e saggia; qui Mamma Margherita ha ascoltato estasiata quella famosa predica nella prima domenica d'aprile 1855 in cui il suo Giôanin aveva presentato una santità semplice e attraente, adatta a tutti; e allora mi rendo conto che Valdocco è stata sognata e voluta da DB come un laboratorio di santità.
La chiesa eretta in onore del santo savoiardo è una chiesa che parla di Eucaristia, con un Domenico Savio in estasi dalle 7 del mattino sino alle due del pomeriggio; in questa chiesa c'è ancora lo stesso tabernacolo che è del tempo di DB. e allora capisco la centralità dell'eucaristia come proposta concreta di vita cristiana; è una chiesa che è satura di grazia e di perdono, quante ore ha trascorso DB al confessionale per ridare a tanti giovani la gioia della vita; e all'altare della Madonna, Domenico Savio ci parla di Maria e si fa nostro maestro. Ho citato Domenico Savio, ma dovrei dire lo stesso di Michele Magone, di Besucco Francesco…
Mi immergo in questa solenne sacralità, supero l'assuefazione, l'abitudine, la fretta e respiro a pieni polmoni l'ardore dei primi salesiani che qui celebrarono la loro prima messa. Non posso non rilevare che questi luoghi trasmettono un messaggio di coraggio e speranza che io non posso rifiutare e su cui devo riflettere nelle ore di smarrimento e di paura.

Le Camerette di Don Bosco: luoghi santificati....

E quando visito o accompagno gruppi di fedeli alle Camerette di DB, so che entro in uno spazio che mi parla di fiducia filiale, di Regno di Dio costruito giorno per giorno, spesso nella penombra della fede, del dubbio umano che ha sorpreso DB, della stanchezza umana che spesso si è abbattuta con violenza sul nostro Fondatore. Qui è vissuto un santo, qui ha lavorato un santo, qui è morto un santo che ha affrontato l'ultima tappa di una lunga kènosi.
Anni prima, esattamente 29 anni prima, nella buona notte del 31 dicembre 1859 aveva detto: "Miei cari figlioli: voi sapete quanto vi amo nel Signore, e come io mi sia tutto consacrato a farvi quel bene maggiore che potrò. Quel poco di scienza, quel poco di esperienza che ho acquistato, quanto sono e quanto posseggo desidero impiegare a vostro servizio.
Per parte mia, per strenna, vi do tutto me stesso; sarà cosa meschina, ma quando vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo per me". Lo spogliamento per DB era cominciato da tempo: qui, sul letto di morte, lo consumava in forma definitiva!"Sino all'ultimo respiro". L'aveva promesso 42 anni prima. Promessa mantenuta anche negli ultimi rantoli dell'agonia.
In un ambiente sacro come è la camera in cui DB morì, capisco e vivo il mistero della Pasqua, del morire e del risorgere e mi accorgo che DB è stato un cantore insostituibile della Pasqua del Signore, perché ha portato al cuore di migliaia di giovani speranza e grazia, e tanta voglia di vivere. Entro in Valdocco e mi lascio conquistare dalla storia di 200 anni fa, da quando il 16 agosto 1815 (quel giorno cadeva di mercoledì!) in una stanza della cascina Biglione qualcuno aveva sussurrato ad una giovane contadina di 27 anni: "A l'è 'n cit". È nato! È un bambino! "A le propi 'n bel cit"

Significato della Tradizione...

Ancora una manciata di idee e concludo. Quando trasformiamo il ricordo in memoria viva e vicina, ci colleghiamo a quanto affermava Benedetto XVI:
"La Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale le origini sono sempre presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell'eternità".
Allora, tradizione non è sinonimo di cose conservate in un cassetto magari con odore di cose vecchie o di naftalina. Il DB che ammiriamo non è una mummia ben conservata, ma è persona viva, che cammina con noi nella storia di ogni giorno. Purtroppo nella nostra storia salesiana può essere avvenuto un curioso paradosso: in cui sono incappate tante congregazioni sorte prima di noi, può esserci incappata una congregazione come la nostra suscitata da Dio per la profezia del nuovo ("Con DB e con i tempi") Ma col passar del tempo si è rivolta non già alla novitas bensì all'antiquitas. Ben inteso: sempre in nome della più sana e ortodossa tradizione. C'è da chiedersi, stiamo vivendo la profezia dei tempi futuri o siamo adagiati nell'estasi del "si è sempre fatto così"? (EvG 33). Dovuto ad una possibile stanchezza, al calo delle vocazioni, alla "ingravescente aetate" non siamo - per caso - finiti sull'autostrada della storia in una corsia di veicoli lenti? Sono domande che dobbiamo farci e soprattutto risposte che dobbiamo darci.

Come deve essere la 'fedeltà dinamica' a Don Bosco?

Essere innovativi con DB, non per essere "in", non per un risultato gratificante da ottenere, ma per un elementare principio di fedeltà dinamica. Ci siamo ormai abituati a leggere che siamo salesiani per i giovani poveri e abbandonati, ma abbiamo imboccato la strada giusta? Non stiamo forse velandoci la realtà nuda e cruda con degli schermi che ci mettono fuori strada? Stiamo veramente uscendo verso le "periferie", di cui abbiamo piene le orecchie ma non altrettanto il cuore?
O ci pensiamo già sul retto cammino perché - immersi nel nostro modo di pensare (e spariamo pure la famosa parola Weltanschauung che tanto riempie la bocca) - finiamo per vedere solo i nostri giovani "poveri", mentre gli altri rischiano di diventare "invisibili" ai nostri occhi? La fedeltà dinamica a DB dovrebbe farci uscire, ci dovrebbe sloggiare dalle nostre strutture.
C'è chi ha parlato del nostro impegno permanente come quello di "provvisorie antenne profetiche"; cioè capaci di rimanere in quel posto, in quella presenza in modo "provvisorio", vale a dire, fino a quando ci sentiremo servi "inutili" nel senso più genuinamente evangelico del termine perché è arrivato chi doveva arrivare (sia lo Stato, sia il territorio, sia una ONG, una ONLUS, o un'altra famiglia religiosa, non interessa) e noi renderci presenti là dove nessuno è ancora arrivato. Credo che le parole chiare e impellenti che ci ha rivolto papa Francesco, e che ricordavo poc'anzi, potrebbero essere intese in questo senso, in questo "esodo" così caro e vissuto sino allo spasimo dal nostro Fondatore. Mentre indico questi interrogativi, non dimentico ciò che DB ha detto ai suoi nel 1876 e che oggi ripete a noi: "Se un povero prete con niente e con meno di niente, perché bersagliato da tutti e da ogni parte, poté portare le cose fino al punto in cui ora si trovano: se, dico nuovamente, un solo fece tutto ciò che voi vedete e con niente, quale bene il Signore non aspetterà da trecentotrenta individui, sani, robusti, di buona volontà, forniti di scienza e con mezzi potenti che ora abbiamo in mano? Qual cosa non potrete fare appoggiati alla Provvidenza?". Nella stessa occasione DB aggiungeva: "Ero un povero prete […] Avevo un vago pensiero di fare del bene […] Sembrava allora un sogno il pensiero del povero prete, eppure Iddio realizzò, compì i desideri di quel poveretto. Come si siano fatte le cose, io appena saprei dirvelo. Non me ne so dare ragione io stesso. Questo io so, che Dio lo voleva". (MB XII, 78)

Come i discepoli di Emmaus: anche noi trasformati

Concludo davvero. Riaccostiamoci al gruppetto che si trova ormai alle porte di Emmaus. La storia non finisce qui; anzi, qui ha inizio un'altra esperienza. In quel viandante saggio che spiega loro tante cose scoprono Gesù. E lo riconoscono non nello splendore sfolgorante della trasfigurazione e neppure in un dialogo carico di rivelazioni, ma nell'oscurità luminosa del sacramento. Nel segno del pane spezzato vivono l'esperienza piena, indimenticabile, dell'incontro. È solo un attimo, e Gesù è già sparito. Anche noi vorremmo che questo evento continuasse, che Lui ci desse per lo meno il tempo di poterlo vedere faccia a faccia; per poi affermare, senza tentennamenti: Io l'ho visto, l'ho incontrato, gli ho parlato! Gesù è mistero. Non possiamo banalizzare l'esperienza di fede per poi confonderla con un sentimentalismo rococò. C'è da aver paura di certi cristiani così sicuri di sé da darci l'impressione di aver quasi scambiato quattro chiacchiere con il Signore, come avviene tra compagni di merenda. C'è il pericolo di diventare atei per eccesso di devozione!
Questa scoperta cambia ancora una volta la situazione. I due si rimettono in marcia, più spediti e leggeri, verso Gerusalemme, per annunciare a tutti l'esperienza gioiosa nell'aver incontrato il Signore "nello spezzare il pane" (Lc 24,35). Nessun ostacolo riesce a frenare i due discepoli. Non pesano più i 12 km che debbono ripercorrere nel cuor della notte. E così i due discepoli diventano nostri maestri perché annunciatori. Non ci consegnano un trattato di cristologia. Ci narrano la loro esperienza. E questa esperienza fa ardere anche i nostri cuori.

Concludiamo con don Albera

Possiamo dare una risposta alla domanda fatta all'inizio: A quale DB vogliamo ritornare? Al DB "familiare di Dio" (Ef 2,19) come ce lo descrivono alcuni studi sulla sua spiritualità, al DB che ripone tutta la sua fiducia nella Provvidenza e si fida di Dio buon papà; al nostro Fondatore figlio devotamente fedele della Madonna; al DB appassionato dei giovani, loro servo e amico; a DB cantore della gioia e della speranza; a DB incrollabile nelle prove e sfide della vita; a DB coraggioso. Tutte sfaccettature, da valutare non staccate tra di loro, ma interdipendenti e intercomunicanti.
Forse le parole scritte da don Paolo Albera ci possono essere di guida e di sprone: "Vi sono tanti, anche tra noi, che parlano di DB solo per quel che ne sentono dire… Bisognerebbe che ogni Salesiano sentisse costantemente nell'animo l'impulso profondo ed efficace a divenir tale da meritare un monumento, come lo meritò il nostro Padre. L'ideale è troppo alto, potrà dire qualcuno. Ma per quanto alto non è meno vero, mentre è pure alla portata di tutti, perché è proprio del figlio rendersi somigliante al Padre". (Circolare, 26 giugno 1920)

d. Giancarlo ISOARDI sdb, Com. Maria Ausiliatrice, Torino-Valdocco -
E-mail: gc.isoardi@libero.i

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