| HOME PAGE | FORMAZIONE CRISTIANA  | FORMAZIONE MARIANA | INFO VALDOCCO |


ARCHIVIO RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2014
     Salesiani-DON BOSCO-Salesianità-Famiglia Salesiana-Giovani-Educazione-Problemi giovanili-Ex Allievi/e

DON BOSCO 2015 | I giovani più poveri: la priorità dei Salesiani



Don Ángel Fernández Artime, eletto nel capitolo generale dello scorso 25 marzo, ha partecipato per la prima volta da Rettor Maggiore alle celebrazioni centrali della festa, accolto con affetto da una folla di giovani, famiglie, oratori salesiani provenienti di tutto il Piemonte per conoscerlo e augurargli "buon cammino". In centinaia hanno voluto abbracciarlo al termine della Messa che ha presieduto nel pomeriggio di sabato 24 pomeriggio in Basilica per il Movimento giovanile salesiano e poi in serata alla processione di Maria Ausiliatrice presieduta da mons. Cesare Nosiglia che il Rettore ha accompagnato lungo il percorso. Don Fernández Artime, 53 anni, spagnolo, è nato il 21 agosto 1960 a Gozón-Luanco un paese di pescatori nelle Asturie, ed è sacerdote salesiano dal il 4 luglio 1987. In Spagna è stato, tra l'altro, insegnante, delegato di pastorale giovanile, ispettore a Leon e nel 2009 è stato nominato ispettore dell'Argentina Sud dove ha anche avuto modo di collaborare con l'allora arcivescovo di Buenos Aires, cardinale Jorge Mario Bergoglio.
Abbiamo incontrato don Ángel a Valdocco, alla vigilia della festa di Maria Ausiliatrice, e volentieri in spagnolo, perché "in italiano ancora non riesco ad esprimere al meglio i miei sentimenti più profondi", ci ha parlato della sua nuova "avventura" di Rettore e della Congregazione "che sogna".
"Sono salesiano da 36 anni e da allora la Congregazione che ho conosciuto ha continuato a camminare in tutte le parti del mondo dove è presente accanto ai giovani più bisognosi. E noi oggi non possiamo fare diverso, la scelta per i giovani più poveri deve essere una tensione permanente. Papa Francesco chiede alla Chiesa di andare nelle periferie: nel messaggio che ho scritto in occasione della festa di Maria Ausiliatrice ho detto ai miei fratelli salesiani che questo invito per noi è centrale, lo dobbiamo avere nel nostro dna, è il nucleo del nostro carisma che è partito di qui, da Valdocco, dalla periferia dove don Bosco ha cominciato la sua opera. È questo che deve fare il Rettore Maggiore con il suo consiglio: ricordare a tutto il mondo che la nostra opzione preferenziale è quella dei giovani poveri e che quello che abbiamo fatto finora non è sufficiente, dobbiamo fare sempre di più. Non smetterò di ripeterlo durante il mio sessennio: gli ultimi saranno il mio orientamento di governo, il mio programma e il mio obiettivo che tradurremo in azioni per le case vogliamo aprire.

Secondo lei quali sono i giovani d'oggi e quali sono le loro necessità?

È molto difficile rispondere perché oggi ci sono 100 modi diversi di essere giovani nei 5 continenti. Un giovane italiano o uno spagnolo è diverso da un coetaneo del Madagascar e viceversa. Noi crediamo che tutti i giovani del mondo, la forza di don Bosco, debbano - come è stato per lui - essere sempre al centro della nostra cura pastorale di educatori, amici, padri. Noi salesiani dobbiamo voler bene ai giovani, dargli ascolto, star loro vicino, infondere la forza perché diventino protagonisti della loro vita. Questa è la volontà di don Bosco e questo deve essere il nostro primo impegno. Ci sono migliaia di giovani soli, nel ricco Nord del mondo e in quello povero del Sud, giovani che non hanno voce, che hanno bisogno di una parola di speranza, di un fratello maggiore, di un amico, di qualcuno che stia al loro fianco.
In secondo luogo, come salesiani dobbiamo essere attenti alle povertà. La povertà più drammatica è quando non si ha nulla da mangiare per potersi sostentare. Dove invece il necessario è assicurato ci sono altri tipi di povertà: la mancanza di senso della vita, la tremenda solitudine, la destrutturazione della famiglia e la distruzione della persona con la droga e l'alcool. Noi dobbiamo stare vicino ad entrambe queste povertà. Un fenomeno preoccupante che il Papa ha segnalato anche a noi salesiani è la disoccupazione: solo in Europa ci sono 75 milioni di giovani senza lavoro. Un'emergenza che ci interpella e a cui dobbiamo cercare di rispondere con i nostri centri di formazione professionale, le nostre scuole, i servizi occupazionali e di orientamento al lavoro e nei luoghi dove incontriamo i giovani per capire con loro che cosa si può fare insieme per favorire l'occupazione.

Parlando della sua giovinezza lei ha affermato di essere cresciuto sereno perché la sua famiglia l'ha educato nella fede. In questi due mesi da Rettor Maggiore ha sottolineato spesso l'importanza della famiglia…

Nel capitolo generale abbiamo ripetuto più volte che oggi noi salesiani, che abbiamo una predilezione per i giovani, non possiamo trascurare il mondo della famiglia. La collaborazione e il lavoro con le famiglie dei nostri giovani è molto importante perché la nostra opera educativa abbia risultati significativi. Ci dobbiamo domandare: cosa occorre ai giovani che vivono nelle famiglie monoparentali oramai numerosissime? O in quelle sfaldate in cui si vivono situazioni di isolamento, aggressività, dolore? Noi crediamo che la casa salesiana - dove vivono uomini e donne consacrati e laici che trasmettono il carisma di don Bosco ognuno secondo il proprio stato - per quei giovani che non hanno come punto di riferimento una loro famiglia debba essere essa stessa famiglia. In noi quei i giovani che hanno le vite completamente destrutturate devono poter trovare l'appoggio una famiglia di educatori che diventano padri, madri, fratelli, amici e interlocutori attenti.

Lei in questi giorni è tornato a Valdocco… Qual è il suo legame con questi luoghi da dove è partita l'avventura salesiana? E cosa significa per lei tornaci da Rettor Maggiore, come decimo successore di don Bosco?

Credo sia la settima o ottava volta che torno a Valdocco e sono fortunato perché ci sono tanti salesiani che non sono mai stati qui… Venire a Valdocco per un cuore salesiano è sempre toccante: mi emozionano la Cappella di San Francesco di Sales, la Basilica di Maria Ausiliatrice, la cappella Pinardi, le camere di don Bosco e poi, tornare nel luogo dove si è riunito il Consiglio generale… Le dico sinceramente però che tornando in questi giorni qui come Rettor Maggiore sento la necessità di cercare uno spazio di intimità per trovarmi con don Bosco, per incontrarmi con lui serenamente, nel silenzio, senza il rumore del mondo esterno, mettendomi davanti a Maria Ausiliatrice che un salesiano porta sempre nel cuore. Questo perché, se da una parte non mi sento di meritare tutto questo - ma chi può sentirsi all'altezza? - dall'altra vivo tutto con trepidazione perché sento, e lo dico come credente, che il Signore è sempre presente: le cose succedono come lui le guida e le ispira attraverso la mediazione umana. I fratelli salesiani che mi hanno scelto come successore di don Bosco incarnano la mediazione umana con cui si è realizzata la volontà di Dio. E poi non sono solo in questo percorso: mi sento accompagnato con affetto dai miei fratelli del Consiglio, dal mio segretario personale da tutta la Congregazione: sento che camminiamo insieme come una famiglia. Allo stesso modo sento con urgenza il dovere di stare vicino a don Bosco perchè la mia grande preoccupazione, il mio sogno, è che dopo i sei anni del mio mandato - e lo dico con forza qui a Valdocco - se noi rafforzeremo l'identità del carisma di don Bosco per portarlo a chi ha bisogno - allora potremo sentirci tranquilli e felici. Chiederò questa grazia a Maria Ausilitrice e a don Bosco: che possiamo essere fedeli a quello che lo Spirito Santo ha suscitato in lui. questo è il mio impegno e il mio sogno e chiederò aiuto a tutti perché lo possa realizzare e questo mi emoziona davvero.

Leggendo la sua biografia si possono rintracciare delle analogie con la vita di don Bosco anche se lei viene da un paese di mare: la sua è una famiglia di pescatori è gente che ha fatto un lavoro duro simile alla famiglia di contadini del suo predecessore.

Mi sento molto lontano da don Bosco perché lui è troppo grande per me. Però ha ragione quando dice che c'è qualche analogia: io sono molto orgoglioso di essere figlio di un pescatore, di essere nato in una casetta umile vicino al mare, da una famiglia molto cristiana molto serena, di essere cresciuto insieme ad una nonna vissuta 94 anni e un nonno di 100… Una famiglia sana, di lavoratori che mi hanno trasmesso i valori fondamentali della vita. A 13 anni ho cominciato ad andare a lavorare con mio padre che mi portava per mare dove rimanevamo per due o tre giorni. Esperienze che mi hanno insegnato il senso del lavoro e della fatica. E nell'andare per mare come fanno i pescatori, che sanno quando partono ma non quando tornano, mio padre mi ha insegnato che tutto è nelle mani di Dio. Esperienze che mi sono entrate dentro e che non si cancellano, che mi hanno fatto crescere con una sensibilità molto speciale per tutto ciò che è "umano" e per il valore della vita.
Nella mia famiglia ho imparato a vedere la persona come la cosa più bella che Dio ci ha messo a fianco. Questi sono i valori che ho imparato da bambino e che prego Dio di conservare per sempre: mi hanno insegnato a non vedere mai le persone come rivali, come antagonisti ma come fratelli. L'incontro con l'"umano" è bello, è la cosa più importante e se tutto questo lo si vive nell'ottica della fede diventa sostanziale. Sono diventato salesiano grazie a questi valori e desidero trasmetterli a chi incontro: in questo senso la mia storia e quella di tanti miei fratelli salesiani ha delle analogie con quello che ci ha trasmesso don Bosco.

Lei è il Rettore Maggiore del bicentenario di don Bosco che qui a Torino avrà il culmine con il pellegrinaggio di migliaia di persone, l'Ostensione della Sindone e la visita del Papa: che significato ha per lei accompagnare la Congregazione a celebrare i duecento anni di vita del fondatore?

Il mio predecessore don Pasqual Chàvez pochi mesi fa proprio qui a Valdocco ha detto che il bicentenario è l'occasione soprattutto per tornare all'essenza del carisma di don Bosco e io concordo con lui. Non abbiamo intenzione di fare del bicentenario un evento sfarzoso o grandi festeggiamenti. Anzi, tutto il contrario. Celebriamo il bicentenario essenzialmente per due motivi: il primo, perché don Bosco non è proprietà dei salesiani ma è un dono dello Spirito per tutta la Chiesa e a noi suoi figli compete di trasformarlo in carne e ossa. E aggiungo un'altra cosa: don Bosco è patrimonio di tutta l'umanità: anche per i non credenti è stato un grande educatore e anche per loro ha formato una grande famiglia di educatori. Pertanto una persona così non si può ignorare, sarebbe un danno in quei luoghi dove non esiste il senso religioso. E gli educatori salesiani sono presenti in tante parti del mondo e c'è ancora tanto da lavorare per portare il messaggio salvifico del Vangelo. Infine se noi in questo anno di celebrazioni ci impegneremo soprattutto ad arrivare agli ultimi, ai più poveri, allora sì che avremo raggiunto l'obiettivo del bicentenario.

(ha collaborato per la traduzione Rosa Felix-Diaz Mateo)

Marina Lomunno - Redazione.rivista@ausiliatrice.net


RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2014 - 4  
                                                  | HOME PAGE | FORMAZIONE CRISTIANA  | FORMAZIONE MARIANA | INFO VALDOCCO |


                                                                                          Visita Nr.