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   Verso Don Bosco 2015 / ATTUALITA' SALESIANA :
   DON BOSCO A VALDOCCO


Gli inizi dell'Oratorio non sono facili per don Bosco. Deve misurarsi con situazioni politiche, sociali ed ecclesiastiche ingarbugliate. Solo la sua forte personalità e la sua fede rocciosa gli permettono di rendere storia il sogno dei nove anni.

La solitudine degli inizi

Don Bosco sbarca a Valdocco "solo in mezzo a quattrocento ragazzi", così ci racconta nelle sue Memorie dell'Oratorio di san Francesco di Sales. Perché questo? Perché il suo sogno educativo risulta essere troppo azzardato per gli altri suoi collaboratori, ad eccezione di don Borel. Addirittura alcuni suoi confratelli diocesani cominciano ad evitarlo ed ad osteggiarlo pubblicamente, spingendosi fino a tentare di farlo rinchiudere in manicomio. Persino don Cafasso rimane perplesso ed interdetto di fronte alla sua forza di volontà ed alla inflessibilità dimostrata nel difendere la propria libertà ed autonomia di azione al cospetto di vari tentativi di omologazione. In una conferenza tenuta il 10 maggio 1864 racconta di aver sognato per ben tre volte la casetta Pinardi. Dopo il primo sogno, decide, accompagnato da don Borel, di fare un sopraluogo. L'impressione avuta è completamente deludente. Si rende conto che la zona è una tra le più malfamate di Torino. La bettola "Giardiniera" catalizza ubriaconi e sfaccendati poco raccomandabili. Solo la voce, udita durante il terzo sogno, "Non temere di andarvi" l'aiuta a vincere le proprie perplessità e lo spinge a stipulare l'atto notarile del contratto d'affitto che porta la data 1 aprile 1846. Si tratta di una povera tettoia, bassa, appoggiata ad un lato della casa Pinardi, con un muretto tutto intorno, il che gli conferisce le sembianze di una baracca di 15 metri di lunghezza e 6 di larghezza con due piccoli vani annessi. Ben poca cosa, ma è il punto di partenza dell'avventura educativa salesiana nel mondo ad opera di un prete "solo di operai, sfinito di forze, di sanità malandata". Questa struttura ben modesta ha l'unico pregio di liberare don Bosco ed i suoi ragazzi dall'inquietudine del dover perennemente vagabondare alla ricerca di un luogo stabile in cui ritrovarsi senza dover dipendere da nessuno.

L'importanza del "poter giocare in casa"

Il poter"giocare in casa" permette a don Bosco di rivelare a tutti la sua esplosiva e magmatica personalità di uomo e di prete. Non è una persona zuccherosa e malleabile. È forte moralmente e fisicamente. Ha in mente un progetto preciso ed originale. È un leader che vuole essere libero ed autonomo, non amante delle cordate e delle ammucchiate. Deve confrontarsi duramente con i suoi ragazzi, con l'ambiente umano di Valdocco, con i preti con cui deve relazionarsi.

I primi oratoriani

I primi oratoriani non sono dei bimbetti docili, ma dei giovanotti dai quindici anni in su, abituati a confrontarsi con la durezza del vivere, senza famiglia, incattiviti a motivo dello sfruttamento a cui sono sottoposti negli ambienti di lavoro, senza fissa dimora, profondamente ignoranti, facili a venire alle mani. Uno di loro, Stefano Carpano, in una sua testimonianza parla di "ragazzi scarmigliati, sudici, impetuosi e capricciosi". Durante i giochi, molte volte, costringono don Bosco ad intervenire vigorosamente per sedare risse e scazzottate. La sua vigoria fisica si rivela un ottimo strumento di evangelizzazione, ma non gli evita di beccarsi, a volte, una bella zoccolata in faccia. Anche la vita nella piccola cappella è piuttosto agitata e varia. Succede che le lodi sacre vengano coperte dalle canzonacce che gli avventori della Giardiniera cantano a squarciagola. Anche in questi casi egli reagisce con coraggio. Si libera degli abiti liturgici e non esita ad andare a zittire gli avvinazzati buontemponi. Nel frattempo il clima politico a Torino subisce un brusco colpo di accelerazione. Il quieto vivere dell'establishment sabaudo viene scosso e messo sotto sopra dalle mutate condizioni politico-sociali. L'elezione a papa di Pio IX solleva entusiasmi che vanno ben aldilà del buon senso e della prudenza. Gli animi si accendono, tutti vogliono liberare l'Italia dallo straniero. I giovani sono i più esposti al contagio. Il clero non è immune: molti preti si lasciano imbarcare nell'entusiasmo patriottardo. Don Cocchi ed i suoi giovani dell'oratorio Vanchiglia vanno a combattere contro l'Austria a Novara. Anche a Valdocco la febbre è alle stelle. Don Bosco non si lascia intruppare. Al grido di "Viva Pio IX" sostituisce quello di "Viva il Papa" riuscendo a frenare i bollori guerreschi e rivoluzionari dei suoi giovani. Questa differenza di comportamento genera tensioni, rancori e rappresaglie che durano per qualche tempo disturbandolo non poco. Questi avvenimenti rafforzano la sua convinzione educativa, ma lo fanno sanguinare nel fisico e nel morale. Si attacca rabbiosamente e caparbiamente al sogno dei nove anni. Resiste, reagisce e sopporta tutto barricato nei novanta metri quadri del suo oratorio.È un prete lottatore, audace, capace di leggere i segni dei tempi, coraggioso nel prendere decisioni anche quando queste si rivelano essere piene di insidie o comportano troncare amicizie che si rivelano non essere leali e corrette. Nel suo cuore si radicano due certezze granitiche che danno unità e senso a tutta la sua attività: fedeltà al Papa (e non a Pio IX!) ed alla Chiesa, devozione filiale alla Madonna. Il suo essere fedele non ha nulla del servilismo e dell'adulazione. Il sentire Maria come madre e protettrice lo porterà un giorno a confessare che nulla da lui è stato realizzato senza la sua diretta protezione. Sono due insegnamenti che dobbiamo riscoprire urgentemente se vogliamo rimanere nella via tracciata dal nostro Padre.

                                                                                                                                     Ermete TESSORE sdb


       RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2012 - 5  
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