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   Verso Don Bosco 2015 / ATTUALITA' SALESIANA :
   
  
   DON BOSCO: I DIFFICILI INIZI DELL'ORATORIO

Dalle prime stanze messe a disposizione dalla marchesa Barolo, alla ricerca di una sede adatta ai suoi ragazzi, sino alla tettoia di casa Pinardi, la "terra promessa".

Negli anni 1844-1846 don Bosco getta le fondamenta del suo oratorio. Si stacca definitivamente dagli ambienti del Convitto e, affrontando difficoltà di ogni genere, comincia ad operare in modo autonomo nel campo educativo giovanile. Le due stanze ed il prato annesso all'Ospedaletto, messi a sua disposizione dalla marchesa Barolo, segnano il punto di partenza per realizzazione del sogno dei nove anni. Per la prima volta il giovane sacerdote non deve dipendere da altri. Nelle due stanze ci si raduna, si prega, ci si confessa, ci si incontra, si fa catechesi e scuola. Lì, l'8 dicembre 1844, per la prima volta, l'oratorio acquista il nome di "Oratorio di san Francesco di Sales". Il motivo? Lo racconta don Bosco stesso: "Perché la marchesa Barolo aveva fatto eseguire il dipinto di questo Santo nell'entrata del locale. E perché questo nostro ministero esigeva grande calma e dolcezza: ci eravamo messi sotto la protezione di san Francesco di Sales, perché ci ottenesse la sua straordinaria mansuetudine".

Prime difficoltà

La calma e la mansuetudine, però, non sono sufficienti per rispondere alle necessità dei ragazzi. Esse permeano la relazione educativa salesiana, ma devono essere supportate dalla ricerca di strumenti e di sostegni materiali per aiutare la loro crescita umana e cristiana. Per far fronte alle esigenze dei giovani bisogna dare loro affetto, ma anche libri, abiti, strumenti di gioco. Ci vogliono soldi, che non ci sono. Don Bosco ne soffre. La sua natura riservata lo blocca. Si vergogna di dover chiedere l'elemosina. Per fortuna, l'amico don Borel interviene con decisione: "Se vuoi bene sul serio ai tuoi ragazzi, devi anche fare questo sacrificio vincendo tutte le tue ritrosie". Così, facendosi violenza, pieno di vergogna, don Bosco per la prima volta bussa alla porta della casa signorile del signor Gonella ottenendo le prime 300 lire per i suoi ragazzi. Da quel momento la ricerca di aiuti diventerà un impegno quotidiano. L'attività di don Bosco decolla. I ragazzi aumentano di numero. Sono giovani, esuberanti e, qualche volta, un po' discoli. Questo, con il passare dei giorni, innervosisce la marchesa, le cui suore sono sempre più preoccupate per l'eccessiva "contiguità" tra i giovani e le ragazze di cui si prendono cura.

Inizia l'esodo

Don Bosco capisce. Comincia a cercare una nuova sistemazione. Ma non è facile. I ragazzi arrivano da ogni dove. Molti sono dei giovanotti di 18-20 anni. Sono pieni di voglia di vivere e suggestionabili dalla magmatica situazione politica, che presto sfocerà nei moti del 1848. Il clero guarda con invidia e sospetto al successo di Don Bosco. Anche le autorità civili sono preoccupate. È difficile trovare luoghi e persone adatte ad ospitare ed aiutare il nascente oratorio.
Comincia un esodo che durerà mesi. Le tappe sono: San Pietro in Vincoli, i Molassi, casa Moretta con il prato Filippi. Finalmente, il 5 aprile 1846 scopre la tettoia di casa Pinardi. È la Terra Promessa. Durante il periodo del suo esodo, don Bosco non soltanto fa esperienza di invidie, incomprensioni e falsità, ma anche incontra e conosce persone che non lo abbandoneranno più. Le peggiori sofferenze gliele procurano i confratelli preti. Si sa che la gelosia e l'invidia clericale hanno sempre effetti devastanti, ingenerando dubbi sulla salute mentale, sulla correttezza, sull'ortodossia delle persone prese a bersaglio. Per fortuna questi, relativamente pochi, preti non riescono a scalfire la fiducia dell'Arcivescovo nei confronti della nascente attività pastorale. Durante la tappa dell'oratorio ai Molassi, don Bosco incontra un ragazzino che diventerà il suo principale collaboratore, nonché primo successore: Michele Rua.
Pur nella precarietà della situazione logistica, don Bosco, sin dall'inizio, riesce a modellare in modo originale la sua nascente creatura educativa. Non inventa nulla. Si ispira all'opera degli oratori milanesi, alla originale esperienza di san Filippo Neri a Roma e alla testimonianza data in Torino da don Cocchi. Non si limita a riproporre, ma con la sua prorompente personalità, rende la sua passione educativa unica ed originale. Per lui l'oratorio è autonomo dalle parrocchie, anzi, per dirla con le parole dell'arcivescovo Franzoni, è "la parrocchia dei giovani senza parrocchia".
La sua presenza in mezzo a loro, non è "seriosa" e "compassata", secondo le abitudini del clero del tempo. Cerca la relazione personale. Non si limita ad attendere i giovani, li va a cercare, li coinvolge in un rapporto di vita ricco di gioia, di allegria, di divertimento, di proposte religiose ed umane. Il suo stare con loro non è di tipo autoritario, ma sono loro a cercarlo. Nessuno si sente escluso o discriminato. Non richiede attestati di buona condotta, ma privilegia, con una attenzione tutta particolare, coloro che sono più "abbandonati e pericolanti". Non si limita a fare semplice catechismo. Partendo da una seria educazione alla fede, li accompagna nella realizzazione concreta di un solido progetto di crescita umana. I giovani capiscono e, nella stragrande maggioranza, lo seguono, rendendo possibile la realizzazione del sogno dei nove anni che, proprio a partire da Valdocco, muove i primi passi di quel lungo cammino che arriva fino a noi.

Ermete TESSORE sdb



       RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2012 - 4  
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