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   Verso Don Bosco 2015 / ATTUALITA' SALESIANA :
   A Contatto con la realtà femminile più dolorsa

Continuiamo a ripercorrere la vita di Don Bosco. Tra gli avvenimenti più importanti, gli anni trascorsi come cappellano in alcune opere avviate dalla marchesa Juliette Falletti di Barolo.

Nell'anno 1844 don Bosco conclude la permanenza presso il Convitto Ecclesiastico torinese. Vi è entrato tre anni prima, cioè poco dopo la sua ordinazione sacerdotale, pieno di entusiasmo, ma ignaro della vita di città. A ventinove anni, si ritrova con una buona formazione culturale e con una missione da compiere, che decine di giovani gli ricordano sempre. Il giovane ed inesperto prete proveniente dalla provincia è ora un profondo conoscitore della realtà giovanile di una città in piena espansione. È una conoscenza non teorica, ma maturata nella quasi quotidiana frequentazione di piazze, strade, officine, prigioni, locali dove è possibile incontrare i giovani.
Questa passione per la gioventù non sfugge alla premurosa attenzione del compaesano don Giuseppe Cafasso, che lo presenta a due eccellenti cappellani, impegnati a sostenere l'attività educatrice della marchesa Barolo: il teologo Giovanni Borel e don Sebastiano Pacchiotti, che saranno amici sinceri e colleghi di Don Bosco. La francese Juliette Colbert de Moulévrier (1786-1864) ha sposato Tancredi Falletti di Barolo, rampollo di una delle più ricche e nobili famiglie piemontesi. Nel 1838, dopo 32 anni di felice matrimonio, ma senza figli, rimane vedova ed unica erede di un patrimonio più ingente di quello dei Savoia, felicemente regnanti.

La marchesa dèdita alle giovani piemontesi

La marchesa di Barolo investe i suoi averi per realizzare opere che aiutino ragazze e giovani donne in difficoltà. Tra queste, il Rifugio, di cui don Borel è cappellano, per accogliere una quarantina di donne con un burrascoso passato alle spalle, ma desiderose di togliersi dalla vita di strada; il Ritiro delle giovani ravvedute, di età tra i 7 ed i 14 anni; l'Ospedaletto di santa Filomena, capace di 60 letti, per l'istruzione e la cura di bambine e ragazze, storpie od ammalate, tra i 3 ed i 12 anni; l'orfanatrofio delle Giuliette, per accogliere decine di piccole orfane, poi allevate ed istruite gratuitamente sino al raggiungimento della maggiore età; il Ritiro o monastero di clausura delle Maddalene.
Per seguire tutte queste attività due cappellani sono insufficienti. Così don Borel, su imbeccata di don Cafasso, parla di don Bosco alla marchesa. Dopo adeguate informazioni, lo nomina cappellano dell'Ospedaletto, ancora in costruzione (è inaugurato soltanto nel 1846), riconoscendogli uno stipendio. Don Bosco non accetta l'offerta a scatola chiusa, ma chiede ed ottiene la possibilità di radunare i suoi ragazzi su un terreno adiacente all'Ospedaletto, nei giorni festivi. Così si trova a operare in un ambiente prevalentemente femminile durante i giorni feriali, ed in mezzo ai ragazzi nei festivi.

Finita la giustizia, comincia la carità

Il periodo trascorso come direttore spirituale nelle opere educative della marchesa è breve, ma lascia un segno indelebile in don Bosco. Molti biografi salesiani hanno sottovalutato, o addirittura ignorato, l'importanza di questa esperienza. In realtà, la marchesa, con la sua fede sincera e profonda, con la sua forte personalità, con la sua concretezza e schiettezza, aiuta moltissimo don Bosco a rimanere con i piedi piantati per terra; a sviluppare un sistema educativo impregnato di carità, tolleranza e pazienza; a testimoniare una fede ricca di fiducia nell'Angelo custode e in Maria, oltre che di fedeltà al Papa.
Inoltre, il quotidiano contatto con la realtà del mondo femminile dell'epoca spinge don Bosco a non avere pace finché non incontra madre Mazzarello, con la quale dà vita alle Figlie di Maria Ausiliatrice, destinate ad educare e a migliorare la condizione delle ragazze. Le ex prostitute, le giovani ferite nel corpo e nell'anima risultano essere delle ottime formatrici per il giovane prete.
La marchesa Barolo si rivela austera ed esperta madre e saggia maestra. Don Pietro Braido, profondo studioso di don Bosco, scrive che nel biennio 1844-1846, il giovane sacerdote impara ad offrire il pane della fede facendolo precedere e accompagnare dal pane della sussistenza quotidiana, a pensare alla salvezza delle anime curando insieme i corpi e i cuori, a rieducare amorevolmente anziché reprimere, ad avviare ad alti livelli di perfezione umana e religiosa partendo da qualsiasi situazione esistenziale. Il soggiorno presso le opere della marchesa è veramente per don Bosco la prima scuola organizzata, non accademica, di sistema preventivo. In particolare, una sua frase lo accompagnerà per tutta la vita: "Quando la giustizia ha esaurito il suo compito, lascia che la carità cominci il suo".
Dopo questa esperienza così coinvolgente, don Bosco perde qualsiasi tratto di misoginia comportamentale diffusa nell'ambiente ecclesiastico di ieri e di oggi. Diversamente da tanti moralisti e bigotti, don Bosco non ha mai rinnegato questa sua esperienza, per lui umanamente ricca e liberante. Nella buona notte del 6 agosto 1862, per esempio, non esita a parlare del mondo della prostituzione che circonda l'oratorio di Valdocco. Lo fa con serenità e profondo rispetto, sottolineando la grandezza della misericordia di Dio che opera meraviglie di conversione anche tra le seguaci di Maria Maddalena prima della conversione. Registrato il grande cammino di maturazione e di conversione liberante compiuto da don Bosco a contatto con il mondo femminile, è bene ritornare (e lo faremo nel prossimo numero) ai tanti ragazzi che reclamano l'attenzione del loro "padre e maestro".

Ermete TESSORE



       RIVISTA MARIA AUSILIATRICE  2012 - 3  
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