L'odierna liturgia della Parola
è una esposizione della fede nelle promesse divine e nella
vita eterna. C'è un crescendo nelle tre letture.
Nel Libro
della Sapienza: riflessione
sulla fede del popolo ebraico in occasione dell'uscita dall'Egitto;
nella seconda Lettura: riflessione sulla fede dei Patriarchi
e sulla fedeltà di Dio; nel Vangelo è Gesù
che ci esorta a farci borse che "non invecchiano, un tesoro
inesauribile nei cieli".
Il brano
evangelico consta i
tre parti: comportamento del cristiano di fronte ai beni di questa
terra; il cristiano deve essere vigilante; ma soprattutto i capi
della Chiesa debbono essere fedeli vigilanti.
Il discepolo di Gesù guarda alla venuta del suo Signore.
La schiera dei discepoli è un piccolo gregge. Esso vive
nell'amore di Dio che è Padre. L'unica sua preoccupazione
deve essere il Regno di Dio, cercato non nell'ansia, ma nell'amore:
non temere!
L'eterno amore del Padre ci assicura che "nessuna creatura
ci potrà separare dall'amore di Dio in Gesù nostro
Signore" (Rom. 8,39).
Il cuore dell'uomo è
attaccato a ciò per cui ha rischiato molto. Chi è
vissuto per Dio è attaccato a Lui; chi ha dato molto per
il Regno di Dio, lo ha sempre nella propria mente e nel cuore.
Chi ha il suo tesoro e la sua ricchezza in cielo, è lassù
col suo cuore e con il suo desiderio.
I discepoli debbono vigilare ed essere pronti alla venuta di
Gesù. Il Vangelo porta l'esempio del servo che attende
il suo padrone.
Il discepolo deve essere pronto
in ogni istante a seguire l'appello del Signore che viene a giudicare.
E' l'ammonimento di Gesù: "Siate pronti, con la cintura
ai fianchi...". Nel linguaggio figurato, allusivo al servo
in faccende, Gesù c'invita alla vigilanza e all'operosità.
Abbiamo un regno da conquistare: tocca a noi farlo nostro, con
generosità, con alacrità, rimboccandoci le maniche
e lavorando indefessamente.
Qui rientra tutto il discorso
sull'apostolato, iniziando dalla formazione di noi stessi. Qui
rientra il discorso sulla missione del singolo cristiano e della
Chiesa intera. Qui rientra il discorso sul problema missionario.
E' l'ansia del regno che ci deve spingere ad essere operosi e
superattivi. E' troppo grande l'oggetto della promessa di Gesù
per poterlo godere da soli, egoisticamente, senza tentare in
tutti i modi di renderne partecipi i fratelli.
"Le lucerne accese":
la lampada accesa nelle nostre mani è la fede. Essa è
la luce di Dio trasfusa in noi, per cui vediamo al di là,
oltre le povere apparenze umane.
San Benedetto chiama la fede "lumen deificum": luce
che divinizza; cioè ci rende partecipi degli scopi, dei
disegni, di gusti di Dio.
E' luce per cui conosciamo il nostro nulla e il tutto di Dio.
La fede è luce che illumina il nostro cammino, spesso
incerto, scabroso e gli dà un senso, l'unico senso giusto.
Quante volte la vita sembra assurda! L'uomo si arresta di fronte
al mistero. Ma la fede illumina tutto. Noi sappiamo di dove veniamo,
dove andiamo e che cosa ci attende. Non camminiamo nelle tenebre.
Teniamo dunque alta la nostra lampada! Essa illuminerà
qualche fratello che arranca accanto a noi senza meta e senza
gioia.
Una vita senza fede, è
tragedia! Ecco come andò a finire una povera persona:
Racconta
un miscredente:
"Finalmente, dopo tre
anni di reiterati assalti, sono riuscito a rendere incredula
mia moglie.
E' stata una lotta dura, tanto le stavano radicate nel cuore
le sue utopie religiose! Ma con l'assiduità, con la fermezza
e, specialmente, con lo scherno e l'ironia, ho potuto cantare
vittoria.
Ora mia moglie - ve l'assicuro - è più incredula
di me.
Così parlava un giorno un miscredente in mezzo a una combriccola
di amici, raccolti a giocare in una lurida osteria.
Immaginatevi gli applausi,
i commenti, le risa sguaiate di quegli untuosi beoni che - tra
un bicchiere e l'altro - trovavano tutto il loro gusto nel prendersela
maledettamente contro la religione, contro i sacri ministri,
contro i Santi!
A notte avanzata, quel rinnegato, con lo stomaco pieno di vino
come un otre, uscì dalla taverna per rincasare.
Raggiunta la sua casa, vide
sull'ingresso un rimescolio di persone in disordine.
Si fece avanti, virulento e smanioso, e si trovò davanti
a una scena raccapricciante. In mezzo a una pozza di sangue,
ancor caldo e fumante, giacevano scomposti tre cadaveri: quello
della moglie e quelli dei suoi due figlioletti.
Su un foglio scarabocchiato, che la
donna aveva lasciato sopra un tavolo, si leggevano queste parole:
"Fin tanto
che ebbi Iddio nel cuore e fui attaccata alla sua legge, mi sentii
capace di affrontare, con generoso coraggio, le terribili prove
della vita.
Ma ora che un carnefice mi ha tolto i sacri conforti della fede;
ora che non mi sorride più alcuna speranza nel pensiero;
ora che l'avvenire mi si para dinanzi come la cupa notte del
nulla, la vita mi è insopportabile!
Senza Dio, essa non è che un'ironia crudele, ed io non
trovo miglior partito che ripudiarla per me e per i miei figli".
Cari Fratelli e Sorelle, la
vita senza fede in Dio è rovina, sfacelo e morte: è
una tragedia! La fede è gioia e vita.
La fede è l'ingresso della nostra pochezza nell'onnipotenza
di Dio, da cui attingiamo forza, fiducia, vittoria. "Questa
è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede"
(1 Gv. 5,4).
La fede è fecondità del nostro lavoro, specialmente
di quello rivolto alla conquista delle anime; essa è l'impronta
di Dio sul nostro cammino.
"Vendete ciò che avete e datelo in elemosina".
E' stato scritto che "l'umanità avrebbe bisogno di
tanto in tanto di un San Francesco d'Assisi per fare gli Esercizi
Spirituali".
Rivedere il proprio cristianesimo
in base ai canoni evangelici è un impegno dei singoli
e delle comunità. L'invito di Dio in questa Domenica si
rivolge a noi, perché misuriamo la nostra fede su quella
dei nostri padri, Abramo, Isacco, Giacobe.
Fede significa incontrare Dio. E per fare esperienza di Dio,
bisogna essere poveri, perché solo il povero trasuda Dio.
La fede non significa conquista
razionale, ma essere invasi dall'Amore, allora la dimora naturale
di Dio è la povertà: quella povertà che
per Lui in terra prese il nome di Betlemme, di fuga in Egitto,
di Nazaret, di Calvario...
E' proprio dell'Amore spogliarsi per il bene dell'amato (è
questo il senso dell'incarnazione): svuotarsi di sé per
riempirsi dell'Altro è la risposta all'amore di Dio. Le
due cose sono in diretta proporzione: come il vuoto del Sepolcro
è segno della risurrezione, così la povertà
è il passaggio obbligato verso la vita nuova.
Dio si comunica tutto all'uomo,
quando l'uomo si dà tutto a Dio: Abramo ha offerto Isacco
in un atto di disponibilità assoluta.
La povertà è la vera ricchezza, perché tutto
l'uomo viene chiamato in gioco, affinché la sua vita sia
un dono agli altri. E' di Sant'Agostino questa stupenda espressione:
"Esto donum Dei ut sis donum Deo": sii un dono di Dio
per essere un dono a Dio".
Chi non ha nulla da dare, dona
se stesso, proprio come ha fatto la Madonna, che si mise a completa
disposizione di Dio con il suo "Fiat".
La più piena di fede, la più povera tra i poveri
fu riempita di Spirito Santo e ci donò Gesù, che
è il nostro tesoro e il nostro TUTTO!