PROFETI
- LA CHIAMATA DI DIO
I LETTURA: "Ti ho stabilito profeta delle nazioni"
(Ger. 1,4-5.17-19)
Per comprendere la vocazione
profetica di Geremia, occorre tenere presenti alcuni dati della
sua vita,
Nato ad Anatot (villaggio a pochi Km. Da Gerusalemme), era di
famiglia sacerdotale. Fu chiamato alla missione profetica verso
i 626 a. Cr., quindi circa 40 anni prima del grande esilio babilonese
(587 a. Cr.).
Poteva avere circa 20 anni, perciò era giovanissimo e
inadatto per un compito tanto impegnativo, tenendo conto che
il regno di Giuda aveva bisogno di una profonda e radicale riforma
religiosa, che cozzava contro le correnti lassiste del tempo.
E' facile comprendere come Geremia si senta incapace a questo
scabroso ufficio.
Egli ci descrive in prima persona la sua vocazione e ci pone
così nella situazione di poter cogliere i lineamenti essenziali
della sua missione per gli uomini del suo tempo.
Nel testo liturgico odierno Geremia espone concisamente ai suoi
lettori la propria vocazione profetica:
- "mi fu rivolta la parola
del Signore " (v. 4).
E' Dio che "parla": l'uomo deve mettersi in "ascolto"
per raccogliere il suo messaggio senza titubanze.
- "prima di formarti nel
grembo materno, ti conoscevo". Dio, prima di scegliere,
ha delle intenzioni profonde sull'uomo. In ebraico "conoscere"
significa "amare".
- "prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato".
In ebraico "consacrare" o "santificare" significa:
staccare, separare, mettere in disparte da ciò che è
profano, per un compito speciale...
- "ti ho stabilito profeta
delle nazioni". In quest'ultima frase è sintetizzato
lo scopo che Dio ha avuto nella "conoscenza" di predilezione
e nella "consacrazione" di Geremia: voleva costituirlo
suo inviato per una missione tanto difficile, che incontrerà
l'opposizione di tutti i ceti sociali e religiosi.
E' una vera "guerra"
ingaggiata da tutte le forze ostili a Dio contro il profeta e
contro il suo messaggio. Il profeta autentico è sempre
segno di contraddizione: egli è salvezza o condanna! Chi
rifiuta il profeta e il suo messaggio, si condanna da solo.
II LETTURA: Inno alla carità ( 1Cor. 13, 15)
La seconda Lettura meriterebbe
un lungo commento da sola. Non è possibile farlo ora;
raccogliamo almeno in sintesi il suo contenuto.
L'Apostolo presenta otto caratteristiche negative della carità,
vale a dire: ciò che la carità non opera:
- non ha invidia
del bene altrui;
- non offende con arroganza;
- non è insolente;
- non manca di tatto nei riguardi del prossimo;
- non agisce con egoismo, con suscettibilità, con permalosità,
con malignità.
Poi vengono presentate cinque
caratteristiche positive = ciò che la carità sa
operare:
- "gode
della verità", cioè della giustizia usata
al prossimo;
- "tutto copre", cioè dissimula i difetti altrui;
- "tutto crede", interpretando tutto in bene;
- "tutto spera" per il trionfo del bene;
- "tutto sopporta" senza scoraggiamenti.
Nel confronto fra carità-carismi-virtù
risulta che la carità dura sempre, mentre i carismi sono
destinati a scomparire per la loro intrinseca provvisorietà.
La altre virtù, comprese la fede e la speranza, dipendono
dalla carità, che le supera tutte.
VANGELO: "Gesù non è mandato solo per
i Giudei" (Lc.
4, 21-30)
Il Vangelo di oggi ci presenta una delle prime drammatiche opposizioni
incontrate da Gesù nello svolgimento della sua missione.
Gli abitanti di Nazaret, da un lato rimangono incantati per i
discorsi di Gesù e dall'altro sono afferrati da un senso
odi incredulità e di scetticismo: fino a qualche giorno
prima Gesù era stato come uno di loro; come mai ora si
mostra così diverso?
Di qui la sfida: quello che
hai fatto a Cafarnao, fallo anche qui "nella tua patria".
Sentivano di aver dei diritti, di poter chiedere a Gesù
più degli altri. E' una pretesa umana ed egoistica di
miracoli, e non accettazione del suo "messaggio". Quindi
anch'egli rifiuta di compiacere il loro falso patriottismo ed
orgoglio. Non fa miracoli e cita il modo di agire dei profeti
Elia ed Eliseo verso gli uomini del loro tempo.
Gli abitanti di Nazaret, ritenendosi
offesi dalla dura parola di Gesù, reagiscono in maniera
drammatica: vogliono far fuori il Maestro; lo conducono verso
un precipizio per gettarlo giù. Ma Gesù, con un
semplice sguardo, si libera di loro.
Questa Domenica, con i testi
che ci offre, mette a fuoco il tema della chiamata, fondamentale
nella vita di ogni cristiano. Ne approfittiamo volentieri, con
la grazia di Dio.
SIAMO
DEI CHIAMATI
La Bibbia offre in molte pagine
il tema della chiamata.
Ed è interessante vedere come esso costituisca quasi un
genere letterario a sé, con elementi ritornanti che è
facile ritrovare in ognuna delle descrizioni.
La vocazione di Geremia è certamente una delle più
interessanti, anche perché elimina, per così dire,
ogni elemento coreografico - presente invece nella vocazione
di Isaia come si potrà vedere Domenica prossima - e si
avvicina quindi di più alla nostra comune situazione.
Ogni vocazione, dunque, avviene costantemente attraverso il succedersi
di alcuni elementi, ben distinti. Esaminiamoli:
1. All'inizio c'è una manifestazione
di Dio, la chiamata appunto, l'incontro del chiamante col chiamato.
Il profeta Isaia dirà di aver visto il Signore "seduto
su un trono alto ed elevato" (Is. 6,1...)
Gli Apostoli si vedranno accanto Iddio nelle umili fattezze di
Gesù di Nazaret, ne udranno il suono dolce della voce
umana e ne resteranno affascinati.
Geremia, molto semplicemente, afferma: "Mi fu rivolta la
Parola del Signore" (1,4).
C'è dunque all'origine di ogni vocazione una iniziativa
di Dio, un atto d'amore preveniente, una manifestazione di un
disegno di misericordia, un atto di sovrana degnazione che nobilita
ed esalta la creatura.
Essa come reagisce la gesto
di Dio?
2. Ecco il secondo momento. La creatura
si sente sgomenta. Teme per le sue povere e debolissime forze.
E' un vero peccato che la pericope liturgica odierna abbia saltato
i versetti 6 e 7. Lì c'era appunto il grido dell'uomo
e della sua miseria: "Ahimé, Signore Dio, ecco, io
non so parlare...". Anche Isaia dirà: "Ohimé!
Io sono perduto, perché sono un uomo dalle labbra impure..."
(Is. 6, 5).
Non diversamente esclamerà Pietro: "Signore, allontanati
da me che sono un peccatore" (Lc. 5, 8). La reazione della
creatura, a cui si svela la magnificenza, la bontà, l'amore
di Dio, non può essere diversa. E' l'esperienza di ogni
chiamato. E' l'esperienza di ogni povero sacerdote.
Ci verrebbe voglia di gridare con Pietro: "Vattene lontano,
Signore; chiama altri più degni, più disposti,
più preparati...". E invece il Signore insiste.
3. Il terzo momento è, appunto,
l'insistenza di Dio, che "costringe" - è la
parola esatta! - costringe la creatura ad accettare il suo dono
d'amore. Geremia, il quale aveva accettato riluttante la chiamata,
dirà più tardi, quasi con dispetto: "Mi hai
sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre..." (Ger.
20, 7).
E' proprio così. La creatura, pur sentendo la propria
incapacità fino alla sofferenza, fino allo spasimo, non
può rifiutare il suo dono. E' il mistero di ogni vocazione...
Anche Paolo confessava: "Anch'io sono stato conquistato
da Gesù" (Fil. 3, 12).
Quando Dio chiama, per fortuna della creatura, non mostra al
chiamato tutta la portata dell'impegno, non gli fa vedere tutte
le conseguenze del suo sì. Ed è un bene. Altrimenti
la creatura spesso, spaventata, si ritirerebbe.
Dio invece manifesta a poco a poco quanto richiede dal suo eletto,
e man mano gli dona le sue grazie. E in tal modo l'aiuta a corrispondergli.
4. Ed ecco, allora, il quarto momento.
Iddio rincuora la sua creatura, assicurandole la sua vicinanza,
la sua presenza, la sua predilezione e la sua grazia: "io
sono con te per salvarti" (Ger. 1, 1)).
E' la dolce e consolante parola che Dio ha ripetuto ai suoi fedelissimi,
nel corso della storia della salvezza, a cominciare dalla benedetta
fra le donne, Maria: "Non temere, hai trovato grazia presso
Dio" (Lc. 1, 28; Gs. 6,16; 2 Re 7,9; Is. 43,2; 43,5).
Ecco perché il chiamato
è tranquillo, è sereno, è umile: il Signore
è con lui. E' la forza di Dio trasmessa alla creatura.
E' Dio che fa, Dio che pianta, irriga e fa crescere (cfr. 1 Cor.
3, 6-7).
E' Dio che dice continuamente: "Gettate le reti per la pesca"
(Lc. 5, 4). Se, fiduciosi nella sua parola, faremo quanto di
dice, non potremo non stupirci del risultato.
Torno però ad insistere: chiamandoci, Dio non ci rassicura.
Non ci fornisce la cartina geografica del viaggio, né
il bollettino meteorologico. Ci fornisce, semplicemente, una
parola, un invito, un comando: "Vieni, seguimi!".
L'unica informazione che ci
dà è il segnale di partenza. Da parte sua, si farà
trovare all'appuntamento. Dove e quando crederà meglio.
Non ci dà, in proposito, indicazioni di ora o di luogo.
Dio non ci offre nemmeno il cestino da viaggio, debitamente confezionato,
con ogni cosa sistemata a puntino, soltanto da scartocciare all'occorrenza,
in modo da dispensarci da ogni preoccupazione.
Magari il cibo ce lo farà
trovare nel momento più imprevisto e nel modo più
inverosimile (pensiamo all'angelo e al corvo di Elia). Ma non
intende, in nessun modo, assicurarci contro i rischi del viaggio.
Molte anime consacrate, invece, sentono il desiderio di essere
"rassicurate" quando si vengono a trovare in situazioni
difficili, di fronte a scelte impegnative, in mezzo a problemi
angosciosi.
Certi momenti oscuri del nostro viaggio vanno vissuti lucidamente,
dolorosamente, in atteggiamento di pura fede. Bisogna essere
capaci di credere nella luce anche quando si attraversa un interminabile
tunnel non illuminato, bisogna credere in una Presenza anche
quando si fa l'esperienza dell'assenza più desolante.
Bisogna credere al Dio delle lunghe notti, al Dio dei giorni
neri. Perché nell'incrocio più oscuro, questo Dio
ci afferra la mano e ci dice: "Sono qui! Non temere!"
(C. WAGNER).
Fidiamoci di Dio!
Quando,
dopo la prima Guerra Mondiale, in una valle bergamasca crollò
la grandiosa diga di Gleno, un'enorme massa di acqua precipitò
a valle, distruggendo interi paesi.
Sulle acque limacciose si videro galleggiare legnami, masserizie,
cadaveri umani, molte carogne, alberi travolti.
Sul fondo valle arrivò anche una culla, con dentro un
bambino, che dormiva placidamente...
Anche nelle selvagge convulsioni del mondo, in mezzo alle inimicizie,
alle tentazioni più sconvolgenti, ai dolori più
atroci, il cristiano e tanto più il religioso che si affida
alle braccia di Dio, può vivere in perfetta pace. Dovunque
vada, riposa sul Cuore di Gesù, che è la nostra
pace.
Ma riposa anche sul Cuore della Madonna, che è pur sempre
la nostra dolcissima Mamma.
D. SEVERINO GALLO sdb,
(+ 2007)