QUAL
E' LO SPECIFICO DEL VIVERE CRISTIANO?
La Liturgia della Parola di
questa quarta domenica del tempo ordinario mi ha richiamato alla
memoria un brano del bellissimo libro di Ignazio Silone dal titolo "L'avventura d'un povero cristiano"
in cui lo scrittore abruzzese scrive testualmente: " Dio
ha creato le anime e non le istituzioni.
Le anime sono immortali, non
le istituzioni, non i regni, non gli eserciti, non le chiese,
non le nazioni
Se il cristianesimo viene spogliato delle
sue cosiddette assurdità per renderlo gradito al mondo,
così com'è, e adatto all'esercizio del potere,
cosa ne rimane?
Voi sapete che la ragionevolezza,
il buonsenso, le virtù naturali esistevano già
prima di Cristo, e si trovano anche ora presso molti non cristiani.
Che cosa ci ha portato Cristo
in più? Appunto alcune assurdità. Ci ha detto:
amate la povertà, amate gli umiliati e gli offesi, amate
i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera,
degli onori, sono cose effimere, indegne di anime immortali
".
Le letture di oggi confermano
queste parole.
All'interrogativo: " Qual
è lo specifico del vivere cristiano?" ci presentano
tre risposte diverse ma complementari.
Luca ci ricorda che la peculiarità
del credente è vedere Gesù come Messia e Figlio
di Dio che porta a compimento, e supera, tutto l'insegnamento
di fede contenuto nel Vecchio Testamento.
Questa certezza deve essere
proclamata senza paura apertamente anche a costo di essere cacciati
o minacciati di essere lanciati, senza paracadute, in qualche
precipizio. Essere cristiani è questione di fegato!
Paolo, nel brano tratto dal
famosissimo capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi, ci rinfresca
la memoria facendoci un dettagliato elenco di che cosa non è
essenziale per l'autentico discepolo di Cristo.
Non è importante essere
profeta, indovino scienziato o tuttologo; non conta essere poliglotta;
essere filantropo, mecenate o benefattore non è indispensabile:
l'unica cosa ineliminabile è la carità non intesa
come bella virtù a cui tendere a livello intenzionale
ma come relazione reciproca da vivere nella condotta.
La carità non è
roba per gente che ha latte nelle vene ma per tipi in grado di
realizzare sogni audaci:
controllo delle proprie reazioni
per radicarsi nella pazienza;
autostima matura
in grado di liberarsi da qualsiasi forma di gelosia infantile;
umiltà intesa come limpido riflesso della
verità e non come maschera della propria vanagloria;
capacità di relativizzare i contrasti senza
cadere nell'ira;
ricordo sereno perché
sedimentato nel perdono;
rettitudine nemica dell'ingiustizia;
radicalità nel cercare e vivere la verità.
L'essere vicendevolmente caritatevoli
non è, ci ricorda Geremia, una semplice pia esortazione
ma un preciso dovere della nostra vocazione cristiana, assegnatoci
da Dio, ancor prima che noi fossimo formati nel grembo di nostra
madre.
Questa missione la possiamo
compiere a condizione che ci cingiamo i fianchi, ci rimbocchiamo
le maniche, schiodiamo i glutei dalle nostre comode poltrone
e siamo disposti, senza paura, a vivere e proclamare la Parola.
Di bronzo dobbiamo avere non la faccia ma la determinazione che
ci spinga a dire, forte e chiaro, a re e caporali, a capi e leccapiedi,
a frati e monache, a sacerdoti e guru, ai singoli individui e
alla moltitudine, quanto è gradito, o sgradito, a Dio.
Solo a queste condizioni il vivere sarà degno del nostro
essere cristiani.
Il Vangelo non è fatto
per bradipi e tapiri ma per persone disposte a farne veramente
un lieto e forte annunzio e non una felpata regola di buona
educazione.
La Parola di Dio è
martello e non piuma, è dinamite esistenziale e non camomilla
letargica, è cartavetro anti ipocrisia e non specchio
per anime belle.
Come Geremia ognuno di noi
è stato "stabilito come profeta delle nazioni".
In che cosa consiste il nostro
profetizzare?
E' qualcosa che affascina perché
è testimonianza di carità vissuta o è roba
che spappola per banalità e contro testimonianza di vita?